lunedì 13 luglio 2020

LA POLITICA DIFFUSA

LA POLITICA DIFFUSA di Franco Astengo
Il politologo inglese Colin Crouch (“La post democrazia” 2003) nel corso di una conversazione con Maurizio Ferrera pubblicata dalla “Lettura del Corriere della Sera” ha affrontato i temi delle prospettive che si aprono nel post- emergenza sanitaria.
Secondo Crouch i leader populisti sono in difficoltà perché hanno dovuto imporre restrizioni agli elettori e seguire i consigli degli scienziati,che non sopportano.
Ora si inaugura un conflitto aspro sul come gestire la fase successiva, soprattutto in tema di welfare.
A questo punto Ferrera ha posto il problema della crisi del modello liberaldemocratico e della necessità di ricercare antidoti alle derive tecnocratiche o “econocratiche”.
Crouch rispondendo su questo punto ha premesso che è necessario riconoscere come oggi la politica sia chiamata ad affrontare sfide molto complesse domandandosi nello stesso tempo come possa essere possibile rivalorizzare e rafforzare la partecipazione dal basso e il principio dell’eguaglianza politica di tutti i cittadini, senza rinunciare al supporto della conoscenza esperta.
Dal politologo,a questo punto, arriva una proposta riguardante la possibilità che determinate scelte possano essere compiute attraverso la formazione di gruppi di cittadini scelti in modo casuale, ma rispettando determinate caratteristiche socio – demografiche i quali si riuniscono per discutere questioni di rilevanza pubblica.
Alle riunioni sarebbero invitati esperti e protagonisti che rappresentano punti di vista diversi.
I giurati sarebbero chiamati ad ascoltare, porre domande e apprendere quello che c’è da sapere su di un determinato argomento e alla fine fornire un parere informato.
Si avrebbe così il determinarsi di una “politica diffusa” che, attraverso forme del tipo di quelle indicate, finirebbe con il superare – almeno a livello locale – i consessi elettivi fondati sulla base del suffragio universale sostituendoli con una sorta di “indagine permanente” un continuo sondaggio d’opinione che un vertice, eletto direttamente, sarebbe incaricato di tradurre in provvedimenti operativi.
La tendenza in atto, infatti, ormai appare essere quella di considerare il suffragio universale come attuabile soltanto in senso plebiscitario e non più per determinare scelte basate su di un confronto di carattere programmatico e/o ideologico.
E' il caso allora di riflettere ancora una volta su questi temi a partire da un discorso riguardante il valore del suffragio universale e della rappresentanza politica.
Storicamente è stato sulla comprensione del valore della rappresentanza politica che si verificò la grande spinta verso il suffragio universale (maschile e femminile). Suffragio universale inteso come possibilità di espressione piena proprio della rappresentanza politica, sulla base della quale si formarono i grandi partiti europei della classe operaia della prima rivoluzione industriale.
Se si chiude la porta alla possibilità di una pienezza d’espressione della rappresentanza, come sta avvenendo in Italia da molto tempo con le leggi elettorali via, via, elaborate nel tempo dalla crisi sistemica degli anni’90, allora tutti gli altri livelli di rappresentanza “settoriale” o “neo-corporativa” compresi quelli di genere finiscono con il non disporre del valore di fondo, quello proprio della piena espressione della rappresentanza delle proprie sensibilità e delle proprie opzioni politiche anche sul piano istituzionale.
Nel più recente passato si è verificata una soffocante rincorsa verso la “governabilità” intesa quale fine esaustivo dell’azione politica e anche istituzionale.
Una dinamica che ha finito con il far perdere valore qualsiasi altro concetto di alternativa o anche soltanto di “diversità”.
La grande contraddizione, nello specifico del “caso italiano” (definizione che vale ancora, sia ben chiaro sia pure in senso opposto a quello che vi si attribuiva negli anni’70) è con il dettato costituzionale.
La Costituzione disegna con grande chiarezza lo scenario della centralità del Parlamento e della presenza nelle istituzioni di un largo spettro di rappresentatività, sia sotto l’aspetto delle idealità che delle capacità progettuali.
Nell’attualità siamo di fronte a un governo che ha avuto “via libera” da una consultazione diretta attraverso il web (quindi non pienamente trasparente o almeno sospettabile di non esserlo) che ha avallato la formazione di un esecutivo basato su di un’ardita manovra di palazzo viziata sicuramente da un eccesso trasformistico.
Si può allora parlare di “mistificazione” sia verso la “democrazia diretta” sia al riguardo del principio di rappresentanza”?
Un sistema, quello italiano, che pare proprio non essere più in grado di fornire una risposta alla propria crisi di rappresentatività in un quadro sociale in cui emergono istanze conservatrici, egoistiche, corporative.
Emerge il tema dell’assenza di una capacità di pedagogia democratica da parte dei soggetti politici.
Non basterà certo, per risolvere questo complicatissimo tema, la riduzione del numero dei parlamentari.
E’ necessaria una constatazione di fondo circa la necessità di affrontare questa situazione di difficoltà che si è cercato di descrivere e che espone la democrazia italiana al rischio di soggiacere a meccanismi di “scambio politico di massa”, come del resto è avvenuto nel corso delle ultime campagne elettorali.
E’ proprio dalla difficoltà nel definire questi nodi dell’agire politico all’interno della modernità il punto dal quale ripartire se s’intende ragionare sul serio sulle forme di espressione della soggettività nel difficile intreccio tra sociale e politico.
L’idea della “politica diffusa” praticata attraverso l’espressione di giurie popolari non appare assolutamente all’altezza per fronteggiare le grosse difficoltà emergenti nell’espressione della decisionalità politica.
Difficoltà che presumibilmente si accentueranno nell’evidenziarsi di forti contraddizioni esasperate dall’emergenza sanitaria, economica e sociale aprendo una stagione di conflittualità marcata da pericolose tensioni ribellistiche che possono dar luogo a tentativi “forti” di svolta autoritaria, che già sono affiorati nella richiesta dei “pieni poteri” da una parte, e di indefinito allungamento dello “stato di emergenza” dall’altro.
Toccherebbe a una coerente “sinistra costituzionale” battere un colpo in direzione del ritorno alla pienezza della democrazia repubblicana incentrata sul ruolo del Parlamento e dell’insieme dei consessi elettivi.

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