LA
POLITICA DIFFUSA di
Franco Astengo
Il
politologo inglese Colin Crouch (“La post democrazia” 2003) nel
corso di una conversazione con Maurizio Ferrera pubblicata dalla
“Lettura del Corriere della Sera” ha affrontato i temi delle
prospettive che si aprono nel post- emergenza sanitaria.
Secondo
Crouch i leader populisti sono in difficoltà perché hanno dovuto
imporre restrizioni agli elettori e seguire i consigli degli
scienziati,che non sopportano.
Ora
si inaugura un conflitto aspro sul come gestire la fase successiva,
soprattutto in tema di welfare.
A
questo punto Ferrera ha posto il problema della crisi del modello
liberaldemocratico e della necessità di ricercare antidoti alle
derive tecnocratiche o “econocratiche”.
Crouch
rispondendo su
questo punto
ha premesso che è necessario riconoscere come oggi la politica sia
chiamata ad affrontare sfide molto complesse domandandosi
nello stesso tempo
come possa essere possibile rivalorizzare e rafforzare la
partecipazione dal basso e il principio dell’eguaglianza politica
di tutti i cittadini, senza rinunciare al supporto della conoscenza
esperta.
Dal
politologo,a questo punto, arriva una proposta riguardante la
possibilità che determinate scelte possano essere compiute
attraverso la formazione di gruppi di cittadini scelti in modo
casuale, ma rispettando determinate caratteristiche socio –
demografiche i quali si riuniscono per discutere questioni di
rilevanza pubblica.
Alle
riunioni sarebbero invitati esperti e protagonisti che rappresentano
punti di vista diversi.
I
giurati sarebbero chiamati ad ascoltare, porre domande e apprendere
quello che c’è da sapere su di un determinato argomento e alla
fine fornire un parere informato.
Si
avrebbe così il determinarsi di una “politica diffusa” che,
attraverso forme del tipo di quelle indicate, finirebbe con il
superare – almeno a livello locale – i consessi elettivi fondati
sulla base del suffragio universale sostituendoli con una sorta di
“indagine permanente” un continuo sondaggio d’opinione che un
vertice, eletto direttamente, sarebbe incaricato di tradurre in
provvedimenti operativi.
La
tendenza in atto, infatti, ormai appare essere quella di considerare
il suffragio universale come attuabile soltanto in senso
plebiscitario e non più per determinare scelte basate su di un
confronto di carattere programmatico e/o ideologico.
E'
il caso allora di riflettere ancora una volta su questi temi a
partire da un discorso riguardante il valore del suffragio universale
e della rappresentanza politica.
Storicamente
è stato sulla comprensione del valore della rappresentanza politica
che si verificò la grande spinta verso il suffragio universale
(maschile e femminile). Suffragio universale inteso come possibilità
di espressione piena proprio della rappresentanza politica, sulla
base della quale si formarono i grandi partiti europei della classe
operaia della prima rivoluzione industriale.
Se
si chiude la porta alla possibilità di una pienezza d’espressione
della rappresentanza, come sta avvenendo in Italia da molto tempo con
le leggi elettorali via, via, elaborate nel tempo dalla crisi
sistemica degli anni’90, allora tutti gli altri livelli di
rappresentanza “settoriale” o “neo-corporativa” compresi
quelli di genere finiscono con il non disporre del valore di fondo,
quello proprio della piena espressione della rappresentanza delle
proprie sensibilità e delle proprie opzioni politiche anche sul
piano istituzionale.
Nel
più recente passato si è verificata una soffocante rincorsa verso
la “governabilità” intesa quale fine esaustivo dell’azione
politica e anche istituzionale.
Una
dinamica che ha finito con il far perdere valore qualsiasi altro
concetto di alternativa o anche soltanto di “diversità”.
La
grande contraddizione, nello specifico del “caso italiano”
(definizione che vale ancora, sia ben chiaro sia pure in senso
opposto a quello che vi si attribuiva negli anni’70) è con il
dettato costituzionale.
La
Costituzione disegna con grande chiarezza lo scenario della
centralità del Parlamento e della presenza nelle istituzioni di un
largo spettro di rappresentatività, sia sotto l’aspetto delle
idealità che delle capacità progettuali.
Nell’attualità
siamo di fronte a un governo che ha avuto “via libera” da una
consultazione diretta attraverso il web (quindi non pienamente
trasparente o almeno sospettabile di non esserlo) che ha avallato la
formazione di un esecutivo basato su di un’ardita manovra di
palazzo viziata sicuramente da un eccesso trasformistico.
Si
può allora parlare di “mistificazione” sia verso la “democrazia
diretta” sia al riguardo del principio di rappresentanza”?
Un
sistema, quello italiano, che pare proprio non essere più in grado
di fornire una risposta alla propria crisi di rappresentatività in
un quadro sociale in cui emergono istanze conservatrici, egoistiche,
corporative.
Emerge
il tema dell’assenza di una capacità di pedagogia democratica da
parte dei soggetti politici.
Non
basterà certo, per
risolvere questo complicatissimo tema,
la riduzione del numero dei parlamentari.
E’
necessaria una constatazione di fondo circa la necessità di
affrontare questa situazione di difficoltà che si è cercato di
descrivere e che espone la democrazia italiana al rischio di
soggiacere a meccanismi di “scambio politico di massa”, come del
resto è avvenuto nel corso delle ultime campagne elettorali.
E’
proprio dalla difficoltà nel definire questi nodi dell’agire
politico all’interno della modernità il punto dal quale ripartire
se s’intende ragionare sul serio sulle forme di espressione della
soggettività nel difficile intreccio tra sociale e politico.
L’idea
della “politica diffusa” praticata attraverso l’espressione di
giurie popolari non appare assolutamente all’altezza per
fronteggiare le grosse difficoltà emergenti nell’espressione della
decisionalità politica.
Difficoltà
che presumibilmente si accentueranno nell’evidenziarsi di forti
contraddizioni esasperate dall’emergenza sanitaria, economica e
sociale aprendo
una stagione di conflittualità marcata da pericolose tensioni
ribellistiche che possono dar luogo a tentativi “forti” di svolta
autoritaria, che già sono affiorati nella richiesta dei “pieni
poteri” da una parte, e di indefinito allungamento dello “stato
di emergenza” dall’altro.
Toccherebbe
a una coerente “sinistra costituzionale” battere un colpo in
direzione del ritorno alla pienezza della democrazia repubblicana
incentrata sul ruolo del Parlamento e dell’insieme dei consessi
elettivi.
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