PER
PROSEGUIRE
ANCHE A DISTANZA IL LAVORO DEL “DIALOGO GRAMSCI MATTEOTTI”
Una questione che mette a nudo la debolezza di un sistema economico fondato sul precariato, il lavoro nero, la contiguità con la malavita organizzata.
Una questione che la politica ha affrontato nel corso degli anni attraverso misure di assistenzialismo e di scambio politico, com’è anche avvenuto nell’occasione della tornata elettorale del 2018.
Oggi 28 marzo i giornali affrontano l’argomento con analisi formalmente corrette sul piano dell’esposizione (vedi Sergio Rizzo su Repubblica) .
L’unica
soluzione però
sembra essere quella contingente di correre verso
una sorta di soccorso emergenziale attraverso l’allargamento
dell’elargizione prevista dal reddito di cittadinanza.
Sarà
questo un altro dei punti sui quali sviluppare la discussione nel
dopo emergenza e nell’idea di ricostruzione della sinistra che
come “Dialogo Gramsci – Matteotti” cercheremo di proseguire con
forte intensità di impegnoIn questo momento vale forse allora la pena di ripassare quella parte di pensiero gramsciano che sul tema del Meridione aveva raggiunto uno dei punti più alti nella sua capacità di riflessione e di elaborazione teorica.
La riflessione sul Mezzogiorno viene sviluppata da Gramsci all’interno dell’analisi della storia d’Italia, in particolare di quella del Risorgimento.
Mutuando
un’idea avanzata
da pensatori liberal – progressisti,
Dorso in testa, per Gramsci l’unificazione si configurava come
“conquista regia”.
Ciò
era avvenuto da un lato per la debolezza della borghesia che, proprio
a causa della scarsa forza, temeva di porsi alla testa delle masse
popolari, nello specifico quelle contadine e
dall’altro
per l’inerzia delle masse contadine, che avevano permesso al
processo di assumere i connotati di una “rivoluzione
passiva”.La ricostruzione gramsciana comportava due conseguenze:
1) La
prima, dovuta al carattere di conquista e non di liberazione del
Risorgimento, consisteva nella condizione in cui il Sud si venne a
trovare, cioè di semi-colonia del Nord, con il conseguente
sottosviluppo.
2) L’industria
settentrionale non si era gradualmente espansa su tutto il territorio
nazionale ponendo le basi per una superiore unità, al contrario
“l’egemonia
si presentò come permanente; il contrasto si presentò come una
condizione storica necessaria per un tempo indeterminato e quindi
apparentemente ‘perpetua’ per l’esistenza di un’industria
settentrionale”.
In
questa direzione, Gramsci, sviluppando alcune idee delle Tesi di
Lione, rileggeva la storia del Risorgimento alla luce della
contraddizione centro-periferia che applicava non ai centri
produttivi nel confronto con le circostanti campagne, ma al Sud come
campagna del Nord industriale.
L’assenza
di uguaglianza al momento dell’unificazione aveva prodotto
l’“egemonia
del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale di città-campagna,
cioè che il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle
spese del Sud e che il suo incremento economico–industriale era in
rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e
dell’agricoltura meridionali”.
Il
Mezzogiorno era dunque una enorme concentrazione di contadini poveri,
privi di terre e dunque di mezzi per migliorare la propria condizione
economica.
Ritorniamo
così alle premesse da cui eravamo partiti, ossia al cuore della
teoria gramsciana sul Risorgimento come processo in cui una borghesia
impaurita dalle masse contadine aveva promosso un movimento
nazionale, ma non la rivoluzione sociale.
In
Italia non si era formato un partito della borghesia radicale che,
come i giacobini francesi, promosse un’alleanza con i contadini
contro i moderati (i girondini nel modello d’oltralpe) imponendo
una politica agraria centrata sulla divisione della terra.
Esiti
della politica giacobina furono la creazione di uno strato sociale in
grado di allargare il mercato, assorbendo le crescenti produzioni
industriali, e la formazione di uno Stato in cui la borghesia si era
imposta come classe nazionale dirigente, superando anche il conflitto
tra città e campagna. L’assenza di tutto ciò in Italia determinò
i dislivelli tra le aree del paese e la costante conflittualità
sociale.
Quando
Gramsci scriveva di
Questione
meridionale,
soprattutto
negli anni della sua prigionia, aveva dunque
già ben chiaro che la risoluzione del dramma dei divari nel paese
non potesse derubricarsi a mero affaire
locale. Nelle sue parole si legge chiaramente la consapevolezza del
fatto che il processo risorgimentale si era risolto con
un
bilancio in rosso
(in termini di finanza e di sangue versato) per
il Sud.Tuttavia, l’intellettuale sardo non commise mai l’errore banale di propugnare soluzioni che mettessero a soqquadro il paese, aizzando banalmente una sua parte contro l’altra, sciacallando sulle contingenze socioeconomiche passeggere.
Aveva colto bene come già a fine ‘800 la politica avesse impedito scientificamente il corto circuito tra i blocchi sociali che invece avrebbero potuto risolvere la Questione meridionale: operai del Nord e contadini del Sud.
Nei
Quaderni,
Gramsci illustra lo sforzo profuso tra gli operai
torinesi
per
disinnescare la propaganda socialista di stampo positivista, che
mirava a seminare l’idea del Sud “palla al piede” e del
meridionale antropologicamente meno dotato.
Negli
scritti gramsciani si legge di fatti concreti in forte contrasto con
questa comoda vulgata.
Il
deficit colpevole di controllo
della gente del Sud sui suoi amministratori di vario rango, si può
superare solo con una maggiore partecipazione nella gestione della
cosa pubblica,a
si tratta di una questione di fondo che riguarda le caratteristiche
fondative del nostro sistema politico .
Ancora
una volta è necessario affermare che il nostro compito principale è
quello di portare avanti
i principi costituzionali riguardanti la forma di governo
parlamentare.
Forma
di governo parlamentare
offesa e vilipesa nel corso di questi anni.
Riprendere
il filo costituzionale della
democrazia repubblicana
rappresenterebbe innestare quel
cortocircuito invocato da Gramsci tra le varie anime del paese.
Mutatis
mutandis.
Chiudiamo
con le parole di Gramsci del 1916: “Il
Mezzogiorno non ha bisogno di leggi speciali e di trattamenti
speciali. Ha bisogno di una politica generale, estera ed interna, che
sia ispirata al rispetto dei bisogni generali del paese, e non di
particolari tendenze politiche o regionali”.
Forse
è
proprio questo
il punto da cui ripartire per affrontare
il tema in
quel processo di ricostruzione a sinistra che stiamo tentando di
percorrere attraverso il “Dialogo Gramsci – Matteotti” .
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