sabato 28 marzo 2020

GRAMSCI E LA QUESTIONE MERDIONALE

PER PROSEGUIRE ANCHE A DISTANZA IL LAVORO DEL “DIALOGO GRAMSCI MATTEOTTI”

GRAMSCI E LA QUESTIONE MERIDIONALE di Franco Astengo


Nel pieno dell’emergenza sanitaria che sta percorrendo il mondo, in Italia sta per esplodere, a giudizio di molti anche all’interno Governo, una “questione meridionale” che potrebbe assumere anche la veste di una “iacquerie” da Vespro e da vera e propria rivolta per il pane.
Una questione che mette a nudo la debolezza di un sistema economico fondato sul precariato, il lavoro nero, la contiguità con la malavita organizzata.
Una questione che la politica ha affrontato nel corso degli anni attraverso misure di assistenzialismo e di scambio politico, com’è anche avvenuto nell’occasione della tornata elettorale del 2018.
Oggi 28 marzo i giornali affrontano l’argomento con analisi formalmente corrette sul piano dell’esposizione (vedi Sergio Rizzo su Repubblica) .
L’unica soluzione però sembra essere quella contingente di correre verso una sorta di soccorso emergenziale attraverso l’allargamento dell’elargizione prevista dal reddito di cittadinanza.
Sarà questo un altro dei punti sui quali sviluppare la discussione nel dopo emergenza e nell’idea di ricostruzione della sinistra che come “Dialogo Gramsci – Matteotti” cercheremo di proseguire con forte intensità di impegno
In questo momento vale forse allora la pena di ripassare quella parte di pensiero gramsciano che sul tema del Meridione aveva raggiunto uno dei punti più alti nella sua capacità di riflessione e di elaborazione teorica.
La riflessione sul Mezzogiorno viene sviluppata da Gramsci all’interno dell’analisi della storia d’Italia, in particolare di quella del Risorgimento.
Mutuando un’idea avanzata da pensatori liberal – progressisti, Dorso in testa, per Gramsci l’unificazione si configurava come “conquista regia”.
Ciò era avvenuto da un lato per la debolezza della borghesia che, proprio a causa della scarsa forza, temeva di porsi alla testa delle masse popolari, nello specifico quelle contadine e dall’altro per l’inerzia delle masse contadine, che avevano permesso al processo di assumere i connotati di una “rivoluzione passiva”.
La ricostruzione gramsciana comportava due conseguenze:
1) La prima, dovuta al carattere di conquista e non di liberazione del Risorgimento, consisteva nella condizione in cui il Sud si venne a trovare, cioè di semi-colonia del Nord, con il conseguente sottosviluppo.
2) L’industria settentrionale non si era gradualmente espansa su tutto il territorio nazionale ponendo le basi per una superiore unità, al contrario “l’egemonia si presentò come permanente; il contrasto si presentò come una condizione storica necessaria per un tempo indeterminato e quindi apparentemente ‘perpetua’ per l’esistenza di un’industria settentrionale”.
In questa direzione, Gramsci, sviluppando alcune idee delle Tesi di Lione, rileggeva la storia del Risorgimento alla luce della contraddizione centro-periferia che applicava non ai centri produttivi nel confronto con le circostanti campagne, ma al Sud come campagna del Nord industriale.
L’assenza di uguaglianza al momento dell’unificazione aveva prodotto l’“egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale di città-campagna, cioè che il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico–industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionali”.

La seconda conseguenza della ricostruzione gramsciana dell’unificazione italiana riguardava la composizione sociale del Sud per come si era venuta delineando nel XIX secolo. “La differenza tra Nord e Sud era anche e specialmente nella composizione sociale, nella diversa posizione delle masse contadine, che nel Sud dovevano mantenere col loro lavoro una troppo grande quantità di popolazione passiva economicamente”, dice Gramsci. A ciò aggiunge, precisando per la prima volta cosa egli intenda per contadini, che “i braccianti sono ancora oggi, nella maggior parte, ed erano tanto più nel periodo del Risorgimento, dei semplici contadini senza terra, non degli operai di un’industria agricola sviluppata con capitale concentrato e con la divisione del lavoro”.
Il Mezzogiorno era dunque una enorme concentrazione di contadini poveri, privi di terre e dunque di mezzi per migliorare la propria condizione economica.
Ritorniamo così alle premesse da cui eravamo partiti, ossia al cuore della teoria gramsciana sul Risorgimento come processo in cui una borghesia impaurita dalle masse contadine aveva promosso un movimento nazionale, ma non la rivoluzione sociale.
In Italia non si era formato un partito della borghesia radicale che, come i giacobini francesi, promosse un’alleanza con i contadini contro i moderati (i girondini nel modello d’oltralpe) imponendo una politica agraria centrata sulla divisione della terra.
Esiti della politica giacobina furono la creazione di uno strato sociale in grado di allargare il mercato, assorbendo le crescenti produzioni industriali, e la formazione di uno Stato in cui la borghesia si era imposta come classe nazionale dirigente, superando anche il conflitto tra città e campagna. L’assenza di tutto ciò in Italia determinò i dislivelli tra le aree del paese e la costante conflittualità sociale.
Quando Gramsci scriveva di Questione meridionale, soprattutto negli anni della sua prigionia, aveva dunque già ben chiaro che la risoluzione del dramma dei divari nel paese non potesse derubricarsi a mero affaire locale. Nelle sue parole si legge chiaramente la consapevolezza del fatto che il processo risorgimentale si era risolto con un bilancio in rosso (in termini di finanza e di sangue versato) per il Sud.
Tuttavia, l’intellettuale sardo non commise mai l’errore banale di propugnare soluzioni che mettessero a soqquadro il paese, aizzando banalmente una sua parte contro l’altra, sciacallando sulle contingenze socioeconomiche passeggere.
Aveva colto bene come già a fine ‘800 la politica avesse impedito scientificamente il corto circuito tra i blocchi sociali che invece avrebbero potuto risolvere la Questione meridionale: operai del Nord e contadini del Sud.
Nei Quaderni, Gramsci illustra lo sforzo profuso tra gli operai torinesi per disinnescare la propaganda socialista di stampo positivista, che mirava a seminare l’idea del Sud “palla al piede” e del meridionale antropologicamente meno dotato.
Negli scritti gramsciani si legge di fatti concreti in forte contrasto con questa comoda vulgata.
Il deficit colpevole di controllo della gente del Sud sui suoi amministratori di vario rango, si può superare solo con una maggiore partecipazione nella gestione della cosa pubblica,a si tratta di una questione di fondo che riguarda le caratteristiche fondative del nostro sistema politico .
Ancora una volta è necessario affermare che il nostro compito principale è quello di portare avanti i principi costituzionali riguardanti la forma di governo parlamentare.
Forma di governo parlamentare offesa e vilipesa nel corso di questi anni.
Riprendere il filo costituzionale della democrazia repubblicana rappresenterebbe innestare quel cortocircuito invocato da Gramsci tra le varie anime del paese. Mutatis mutandis.
Chiudiamo con le parole di Gramsci del 1916: “Il Mezzogiorno non ha bisogno di leggi speciali e di trattamenti speciali. Ha bisogno di una politica generale, estera ed interna, che sia ispirata al rispetto dei bisogni generali del paese, e non di particolari tendenze politiche o regionali”.
Forse è proprio questo il punto da cui ripartire per affrontare il tema in quel processo di ricostruzione a sinistra che stiamo tentando di percorrere attraverso il “Dialogo Gramsci – Matteotti” .

Alla ripresa probabilmente dovremo discutere di un socialismo costituzionale capace di elaborare una proposta di modello di sviluppo diverso e alternativo a quello ’esistente fondato sull’acquisizione liberista, e il tema del Sud assumerà senz’altro una assoluta centralità

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