martedì 24 marzo 2020

SMART WORKING E CONTESTO SOCIALE


SMART WORKING E CONTESTO SOCIALE di Franco Astengo da un intervento di Dilvo Vannoni

Da parte del compagno Dilvo Vannoni ricevo una nota che di seguito riporto parzialmente:

“Mi riferisco allo smart working: ai più appare una panacea, venendo enfatizzati i caratteri in positivo di questa pratica lavorativa.
Infatti si pone l’accento sulla diminuzione del traffico specie nelle grandi città (il lavoratore non prende più l’auto x spostarsi casa-lavoro) e sul fatto che, in condizioni “casalinghe”, migliore è la produttività con conseguenti vantaggi x le aziende.
Certo la cosa è ancora tutta da verificare (specie in italia dove ancora à una novità o perlomeno non viene utilizzata in modo generalizzato) ma i dati vanno tutti in questa direzione.
Non bisogna nasconderci che comunque in italia in certe professioni ed al certi livelli ormai questo tipo di lavoro è già diffuso.
Non bisogna nemmeno fare battaglie di retroguardia sulla questione demonizzando a priori  lo smart working ; certo si pone x la sinistra e x i marxisti la questione di un lavoro più “comodo” cioè tra le mura amiche senza eccessivi spostamenti e perdite di tempo ma rinchiuso tra queste stesse mura che porta il lavoratore a sì meglio  produrre ma contestualmente ad isolarsi ed estraniarsi dal contesto sociale.”

In queste poche righe si trovano sollevate diverse questioni a mio giudizio fondamentali per sviluppare un tentativo, in questi tempi, di affrontare il tema della moderna democrazia.
Il tema della democrazia va posto, infatti, prima di tutto in rapporto allo sviluppo nell’utilizzo di tecnologie il cui uso comporta profonde modificazioni nell’insieme delle relazioni di lavoro e di conseguenza dell’organizzazione sociale.
Naturalmente c’è da considerare come la parte di lavoratrici e di lavoratori interessati al fenomeno rappresenta sicuramente una sorta di élite, sia sul piano del livello ricoperto nella complessità dei nuovi modelli di organizzazione del lavoro sia dal punto di vista dell’espressione di competenza nei diversi campi.
Siamo di fronte, infatti, a una platea composta da quelli che un tempo avremmo definito “colletti bianchi” i cui riferimenti politici, sociali, sindacali sono sempre apparsi più complessi e articolati di quella parte che avevamo definito “tute blu”.
“Tute blu” che oggi certa sociologia trova in sostanziale diminuzione sia numerica, sia di peso nell’impatto culturale e politico all’interno della società.
“Tute blu” parzialmente sostituite nella dinamica della lotta di classe, sempre secondo l’analisi sociologica corrente, da un presenza informe di un nuovo “lumpenproletariat” supersfruttato che si trova essenzialmente nel nuovo mondo della logistica organizzato proprio per corrispondere all’utilizzo, in varie forme,delle nuove tecnologie e delle possibilità di scambio commerciale che esse consentono.
“Lumpenproletariat” posto ormai, almeno qui da noi nell’Occidente a capitalismo maturo (perché di questa parte del mondo si tratta) al tema delle migrazioni.
La questione dell’utilizzo dello smart working, sicuramente sollevata in maniera opportuna da Vannoni, deve far parte di quel processo di analisi che dobbiamo portare avanti attorno al“rovesciamento di senso” all’interno del mondo del lavoro, avvenuto con il passaggio dalla prevalente identificazione “di classe” in una struttura collettiva a una visione di carattere individualistico.
Visione di carattere individualistico che soggiace ad un predominio della tecnica sull’azione umana, così come identificato nelle ultime elaborazioni di Emanuele Severino.
E’ necessario ricordare come il punto del riconoscimento in una struttura collettiva di lotta all’interno della grande industria fu affrontato, nel pieno della contestazione, con una forma di intreccio tra la democrazia rappresentativa e quella che definimmo forse impropriamente “diretta” e che trovò la sua espressione immediata nei “consigli”; forma di rinnovamento e di superamento della democrazia liberale che non riuscimmo ad esportare sul terreno della democrazia politica.
Così non si modificò il quadro già definito storicamente di quella democrazia rappresentativa che oggi constatiamo trovarsi in grande difficoltà
Lo “smart working” può esserre inteso , a questo punto, quasi come una sublimazione dell’individualismo sociale che, in questo caso, con un processo “rovesciato”, rispetto a quello classico prodotto dalla rivoluzione industriale, passa direttamente dalla società al cuore del mondo del lavoro e di conseguenza alla politica?
Sono due i temi che debbono essere affrontati:
1) L’elaborazione di una nuova “teoria delle fratture” che affronti gli intrecci inediti tra le diverse contraddizioni sociali che si presentano nell’attualità tra materialiste e post – materialiste;
2) Centrale in questa ricerca di elaborazione diventa la definizione di una “visione di coscienza” al riguardo dell’allargamento nel peso delle categorie dello sfruttamento nelle diverse condizioni di allargamento delle disuguaglianze e di conseguente modifica nelle relazioni di classe. Una “visione di coscienza” che deve riguardare anche la consapevolezza circa i livelli insopportabili di sfruttamento che sono stati raggiunti al riguardo del territorio e la distanza ancora da percorrere nella capacità di affrontare il tema della contraddizione di genere, senza considerare le nuove frontiere di quello che era stato definito “conflitto generazionale” che pone anch’esso questioni di grande importanza sul piano culturale;
Emerge poi gigantesco il problema politico che da più parti si intende affrontare con l’esercizio di una “democrazia recitativa” espressa dal video e dal monitor con il “click” come sola espressione di consenso e/o di (eventuale) dissenso.
Si tratta, com’è evidente, di temi di grandissima dimensione tali da disegnare trasformazioni epocali nell’agire sociale e politico .
Temi che meritano l’apertura di una riflessione sull’identità possibile di un soggetto politico rappresentativo di una sinistra che si ponga come obiettivo un’aggregazione sociale e di consenso politico posta in grado di incidere su di una società così frammentata (come osserviamo in questi giorni di emergenza anche nella dimensione sovranazionale).
Sfidando tutte le difficoltà che si pongono sul piano intellettuale va elaborato e proposto un diverso modello di società rispetto a quello fondato sull’individualismo competitivo e di conseguenza una visione alternativa dell’agire politico cercando di farci uscire dall’isolamento del nostro schermo che riduce la partecipazione al solo scambio attraverso i social network.
Considerando fino in fondo la non lineare radicalità delle contrapposizioni che sicuramente si pongono in questa società occore comprendere come sicuramente sono saltati tutti i vecchi termini della pura contestazione di classe ridotta all’interno del luogo di lavoro e posta in rapporto esclusivamente con l’autonomia del politico rappresentata dal “partito” ed egualmente i fattori che avevano derminato il successo di una gradualità del riformismo posta in una visione di relazione politica e sociale commista tra capitale e lavoro temperata dai meccanismi keynesiani che pure, a Ovest come a Est, avevano segnato i 30 gloriosi del nostro dopoguerra.


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