SMART
WORKING E CONTESTO SOCIALE di Franco Astengo da un intervento di
Dilvo Vannoni
Da
parte del compagno Dilvo Vannoni ricevo una nota che di seguito
riporto parzialmente:
“Mi
riferisco allo smart working: ai più appare una panacea, venendo
enfatizzati i caratteri in positivo di questa pratica lavorativa.
Infatti
si pone l’accento sulla diminuzione del traffico specie nelle
grandi città (il lavoratore non prende più l’auto x spostarsi
casa-lavoro) e sul fatto che, in condizioni “casalinghe”,
migliore è la produttività con conseguenti vantaggi x le aziende.
Certo
la cosa è ancora tutta da verificare (specie in italia dove ancora à
una novità o perlomeno non viene utilizzata in modo generalizzato)
ma i dati vanno tutti in questa direzione.
Non
bisogna nasconderci che comunque in italia in certe professioni ed al
certi livelli ormai questo tipo di lavoro è già diffuso.
Non
bisogna nemmeno fare battaglie di retroguardia sulla questione
demonizzando a priori lo smart working ; certo si pone x la
sinistra e x i marxisti la questione di un lavoro più “comodo”
cioè tra le mura amiche senza eccessivi spostamenti e perdite di
tempo ma rinchiuso tra queste stesse mura che porta il lavoratore a
sì meglio produrre ma contestualmente ad isolarsi ed
estraniarsi dal contesto sociale.”
Il tema della democrazia va posto, infatti, prima di tutto in rapporto allo sviluppo nell’utilizzo di tecnologie il cui uso comporta profonde modificazioni nell’insieme delle relazioni di lavoro e di conseguenza dell’organizzazione sociale.
Naturalmente c’è da considerare come la parte di lavoratrici e di lavoratori interessati al fenomeno rappresenta sicuramente una sorta di élite, sia sul piano del livello ricoperto nella complessità dei nuovi modelli di organizzazione del lavoro sia dal punto di vista dell’espressione di competenza nei diversi campi.
Siamo di fronte, infatti, a una platea composta da quelli che un tempo avremmo definito “colletti bianchi” i cui riferimenti politici, sociali, sindacali sono sempre apparsi più complessi e articolati di quella parte che avevamo definito “tute blu”.
“Tute blu” che oggi certa sociologia trova in sostanziale diminuzione sia numerica, sia di peso nell’impatto culturale e politico all’interno della società.
“Tute blu” parzialmente sostituite nella dinamica della lotta di classe, sempre secondo l’analisi sociologica corrente, da un presenza informe di un nuovo “lumpenproletariat” supersfruttato che si trova essenzialmente nel nuovo mondo della logistica organizzato proprio per corrispondere all’utilizzo, in varie forme,delle nuove tecnologie e delle possibilità di scambio commerciale che esse consentono.
“Lumpenproletariat” posto ormai, almeno qui da noi nell’Occidente a capitalismo maturo (perché di questa parte del mondo si tratta) al tema delle migrazioni.
La questione dell’utilizzo dello smart working, sicuramente sollevata in maniera opportuna da Vannoni, deve far parte di quel processo di analisi che dobbiamo portare avanti attorno al“rovesciamento di senso” all’interno del mondo del lavoro, avvenuto con il passaggio dalla prevalente identificazione “di classe” in una struttura collettiva a una visione di carattere individualistico.
Visione di carattere individualistico che soggiace ad un predominio della tecnica sull’azione umana, così come identificato nelle ultime elaborazioni di Emanuele Severino.
E’ necessario ricordare come il punto del riconoscimento in una struttura collettiva di lotta all’interno della grande industria fu affrontato, nel pieno della contestazione, con una forma di intreccio tra la democrazia rappresentativa e quella che definimmo forse impropriamente “diretta” e che trovò la sua espressione immediata nei “consigli”; forma di rinnovamento e di superamento della democrazia liberale che non riuscimmo ad esportare sul terreno della democrazia politica.
Così non si modificò il quadro già definito storicamente di quella democrazia rappresentativa che oggi constatiamo trovarsi in grande difficoltà
Lo “smart working” può esserre inteso , a questo punto, quasi come una sublimazione dell’individualismo sociale che, in questo caso, con un processo “rovesciato”, rispetto a quello classico prodotto dalla rivoluzione industriale, passa direttamente dalla società al cuore del mondo del lavoro e di conseguenza alla politica?
Sono due i temi che debbono essere affrontati:
1) L’elaborazione di una nuova
“teoria delle fratture” che affronti gli intrecci inediti tra le
diverse contraddizioni sociali che si presentano nell’attualità
tra materialiste e post – materialiste;
2) Centrale in questa ricerca di
elaborazione diventa la definizione di una “visione di coscienza”
al riguardo dell’allargamento nel peso delle categorie dello
sfruttamento nelle diverse condizioni di allargamento delle
disuguaglianze e di conseguente modifica nelle relazioni di classe.
Una “visione di coscienza” che deve riguardare anche la
consapevolezza circa i livelli insopportabili di sfruttamento che
sono stati raggiunti al riguardo del territorio e la distanza ancora
da percorrere nella capacità di affrontare il tema della
contraddizione di genere, senza considerare le nuove frontiere di
quello che era stato definito “conflitto generazionale” che pone
anch’esso questioni di grande importanza sul piano culturale;
Emerge poi gigantesco il problema politico che da più parti si
intende affrontare con l’esercizio di una “democrazia recitativa”
espressa dal video e dal monitor con il “click” come sola
espressione di consenso e/o di (eventuale) dissenso.
Si tratta, com’è evidente, di temi
di grandissima dimensione tali da disegnare trasformazioni epocali
nell’agire sociale e politico .
Temi che meritano l’apertura di una riflessione sull’identità
possibile di un soggetto politico rappresentativo di una sinistra che
si ponga come obiettivo un’aggregazione sociale e di consenso
politico posta in grado di incidere su di una società così
frammentata (come osserviamo in questi giorni di emergenza anche
nella dimensione sovranazionale).
Sfidando tutte le difficoltà che si
pongono sul piano intellettuale va elaborato e proposto un diverso
modello di società rispetto a quello fondato sull’individualismo
competitivo e di conseguenza una visione alternativa dell’agire
politico cercando di farci uscire dall’isolamento del nostro
schermo che riduce la partecipazione al solo scambio attraverso i
social network.
Considerando fino in fondo la non lineare radicalità delle
contrapposizioni che sicuramente si pongono in questa società occore
comprendere come sicuramente sono saltati tutti i vecchi termini
della pura contestazione di classe ridotta all’interno del luogo di
lavoro e posta in rapporto esclusivamente con l’autonomia del
politico rappresentata dal “partito” ed egualmente i fattori che
avevano derminato il successo di una gradualità del riformismo posta
in una visione di relazione politica e sociale commista tra capitale
e lavoro temperata dai meccanismi keynesiani che pure, a Ovest come a
Est, avevano segnato i 30 gloriosi del nostro dopoguerra.
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