lunedì 2 marzo 2020

RIEPILOGO DI FASE

Care compagne e cari compagni.
Mi rivolgo a quanti , in questi mesi, si sono dimostrati interessati all’iniziativa del “Dialogo Gramsci – Matteotti per la ricostruzione della sinistra”.
E’ evidente come lo sviluppo della nostra proposta risulti,in questo momento, condizionato dall’emergenza imposta dall’epidemia influenzale e dalla prospettiva dello svolgimento del referendum sul taglio dei parlamentari, al riguardo del quale sembrerebbe proprio opportuno insistere sul rinvio.
Scusandomi del disturbo che vi arreco ho pensato però che valesse la pena di proseguire nella nostra riflessione.
Ho così radunato tre interventi che mi è capitato di elaborare negli ultimi tempi cercando di offrire un contributo al prosieguo della nostra elaborazione collettiva.
Mi permetto di riproporvi questi interventi uno di seguito all’altro perché mi pare possano essere letti in consequenzialità: l’idea di un diverso modello di sviluppo, la questione dell’assetto dello Stato e del sistema politico, l’ancoraggio democratico.
Forse sarebbe il caso di svolgere un momento di riflessione su questi temi riaprendo direttamente il dibattito tra noi. Nell’auspicabile caso di un allentamento a breve dell’emergenza sanitaria mi permetto di avanzare l’idea di una ulteriore sessione seminariale incentrata su questi temi da svolgersi a Roma o a Milano (come era in predicato da tempo) sollecitando soprattutto il contributo dell’ARS e di altri soggetti culturali con i quali erano già stati stabiliti contatti.
Se le condizioni generali lo consentissero sarebbe il caso di svolgere questo appuntamento anche nel corso della campagna referendaria: sono convinto che, sul fronte del No, abbiamo bisogno di allargare il raggio della riflessione arricchendo le argomentazioni a nostro favore in una prospettiva più ampia rispetto a quella che si sta offrendo in questa fase.
Grazie per la vostra attenzione
Franco Astengo




TERZA VIA di Franco Astengo
Mi permetto di ritornare su due concetti che mi è capitato di esprimere in questi giorni di fronte alla situazione creatasi con il propagarsi dell’epidemia. Nello stesso tempo cerco anche di inserirmi nel filone di dibattito aperto dall’articolo di Tommaso Di Francesco (“Il Manifesto”, 26 febbraio: “L’epidemia come sfida e occasione”):
1)Torna a prevalere l’idea del “senso del limite”: quel “senso del limite” che richiede l’esercizio dello spirito critico e della continua ricerca sulla realtà della natura umana.
2)Il governo delle cose non può essere demandato alla volontà di potenza di chi detiene il dominio di una tecnologia che punta esclusivamente all’estetica dell’apparire.
Rispetto ai temi di fondo del modello di sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi non esclusivamente legati alla logica del profitto, delle comunicazioni d’informazione e culturali ha ragione chi sostiene che siamo di fronte a una possibile occasione.
Esaurite le forme politiche che hanno segnato il ‘900,tra l’idea dell’onnipotenza della tecnologia e quella del ritorno all’indietro del tipo (tanto per ridurre all’osso) della “decrescita felice” bisognerà pur individuare un nuovo equilibrio.
Per poter pensare di fronteggiare il fenomeno emergente del caos (per altro ben sostenuto dalla solitudine che deriva dall’esercizio degli strumenti di comunicazione di massa) occorrerà allora ripensare ai concetti di “società sobria” ben oltre il semplice criterio della sostenibilità.
Non è sufficiente pensare alla”green economy” e ai possibili relativi modelli di vita: serve qualcosa di più ampio e strutturalmente orientato nel suo complesso.
Risulterebbe limitato anche un richiamo alla società dei 2/3 di Gorz: analisi che negli anni’80 rappresentò una sorta di bandiera della socialdemocrazia europea in condizioni ben diverse dalle attuali.
La ricostruzione di un intreccio tra etica e politica potrebbe rappresentare il passaggio fondamentale per delineare i contorni di una “società sobria” avendo come base di proposta una nuova “teoria dei bisogni”.
Servirà studiare per definire un aggiornamento teorico relativo proprio alla realtà delle “fratture” esistenti, sulla base del quale riaggregare primordialmente interessi specifici.
Sembrano due le grandi questioni sul tappeto:
1) quella del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del genere umano;
2) quella della capacità cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale.
Va posta al centro la prospettiva di una società alternativa a quella fondata su di un’economia dell’arricchimento progressivo.
  Nell’evidente inadeguatezza dei modelli cui ci si è ispirati nella globalizzazione del consumismo individualistico, la vicenda dell’epidemia ci dimostra che siamo rimasti fermi a contemplare ciò che accade senza disporre di idee e di organizzazione per attaccare,come sarebbe necessario, il muro della separatezza tra i popoli e tra i ceti sociali.
Una separatezza mai così marcata, almeno a partire dal Secolo dei Lumi.
BIOPOLITICA , STATO, SISTEMA POLITICO di Franco Astengo
Roberto Esposito sotto il titolo “La biopolitica e il potere”ha affrontato (La Repubblica 29 febbraio) il tema dominante nella più stretta attualità: quello dell’emergenza sanitaria.
Alcuni passaggi del suo intervento meritano di essere rimarcati proprio perché sollevano questioni di fondo:
1) Il mutato rapporto tra autonomia della scienza e della tecnica (in questo caso sanitaria) e i diversi livelli di decisionalità politica. L’egemonia della scienza e della tecnica appare fattore determinante nel definire gli equilibri a livello geopolitico;
2) L’intreccio tra politica e vita biologica (l’autore affronta l’argomento nella prima parte del suo testo) finisce con il provocare uno spostamento delle procedure democratiche ordinarie verso disposizioni di carattere emergenziale. Ciò avviene in una fase di forte crisi della democrazia liberale dovuta al processo di cessione di sovranità da parte dello “Stato – Nazione”. Cessione di sovranità avviato fin dagli anni’90 in due direzioni: verso il decentramento interno e verso la sovranazionalità.
In Italia il quadro complessivo è condizionato inoltre dalla debolezza del sistema ormai da molto tempo in forte difficoltà di legittimazione.
Una difficoltà di legittimazione dovuta a ragioni molto complesse legate al mutamento nella struttura politica, in particolare al riguardo del sistema dei partiti su cui si era basata per lunghi decenni la nostra identità repubblicana e la nostra vita istituzionale sia a livello parlamentare sia nelle autonomie locali.
In questi giorni il nodo della decisionalità d’emergenza è apparso quanto mai intricato da sciogliere rispetto alla relazione “centro – periferia” .
Quella tra “centro” e periferia è apparsa come una frattura tornata a definirsi come “dominante” nel quadro di un modificarsi non ancora sufficientemente analizzato dell’insieme di stridenti contraddizioni che stanno emergendo nella “modernità”.
In questi giorni si è anche tentato di proporre una “Costituzione materiale” fondata sul rimodellamento della struttura dello Stato nel senso di un riaccentramento dei poteri.
Un riaccentramento dei poteri addirittura minacciato da un Presidente del Consiglio capace di perpetuare sé stesso cambiando maggioranza, senza mai essere passato da una prova elettorale.
Ovviamente, negli anni scorsi, sul terreno del decentramento dello Stato e del cosiddetto “federalismo” sono stati commessi degli errori, valutando malamente proprio il riaffacciarsi della frattura “centro-periferia”. Si prenda ad esempio la frettolosa modifica del titolo V della Costituzione attuata dal governo di centrosinistra nella fase finale della legislatura 1996-2001 e la messa in moto dell’infernale macchina (mascherata dalla ricerca della stabilità di governo) dell’elezione diretta di Presidenti e Sindaci,una modifica rivelatasi fonte di sprechi immensi e di ulteriore distacco tra i cittadini e le istituzioni. Adesso, però, è in atto un tentativo di passaggio verso una situazione nella quale le leve del potere principale, quello di erogazione delle risorse, ritorna come elemento competitivo tra il potere centrale e quello locale.
Entrambi i soggetti intendono usarlo – ancora una volta – in funzione di una proposta di contrattazione da “scambio politico”.
Le ordinanze amministrative, emanate approfittando della presunta emergenza,stanno già (provvisoriamente?) modificando quei rapporti tra la prima e la seconda parte della Costituzione Repubblicana che avevamo, a suo tempo (referendum costituzionali 2006 e 2016), giudicato intangibili proprio per via del sottile equilibrio esistente tra diritti, doveri e attuazione delle norme in materia delle strutture operative dello Stato e della società.
Si sono così mutate le condizioni della vita quotidiana variando i canoni stabiliti della relazione tra ii necessari riferimenti di governo della cosa pubblica.
L’emergenzialità imposta dalla prevalenza della biopolitica capace di imporre una sudditanza alla politica che ha “sbiadito le proprie coordinate ideologiche”(ancora Esposito nell’articolo citato) ha così determinato uno scontro inedito tra l’ esercizio del potere di decisionalità e l’incombenza dettata dai bisogni del territorio. Uno scontro sul quale si sono misurati i diversi livelli istituzionali con andamenti ed esiti perlomeno opinabili. Emergono così tutte le storture di modelli di sviluppo posti in maniera sbagliata sul piano della competizione interna e internazionale (come nel caso del Veneto).
Nel sistema politico italiano non sembrano stare più al loro posto i soggetti di intermediazione sociale, di aggregazione del consenso, di formazione dell’opinione pubblica realizzata attraverso l’esercizio di una funzione di pedagogia di massa.
Formazione dell’opinione pubblica, funzione di pedagogia di massa, aggregazione del consenso, intermediazione sociale: tutti compiti ormai affidati ad agenzie “esterne” al sistema politico.
Agenzie “esterne” operanti prevalentemente nel campo dell’illusionismo mediatico che rispondono a proprie specifiche sollecitazioni socio – economiche e agiscono per interessi di carattere sicuramente particolare, corporativo se non addirittura di natura individualistica come avviene attraverso l’utilizzo dei social network.
Tutto questo si sta verificando in assenza – tra l’altro – di quegli organismi sovra – nazionali cui erano state demandate nel tempo una parte delle prerogative statuali.
Ci sarebbe da discutere a fondo su questi temi ma pare ci si stia riducendo a schermaglie per arrivare semplicisticamente all’esercizio di un potere quanto mai effimero e inconsistente rispetto al velocissimo mutamento in atto nella realtà delle cose concrete.
IL NO NEL REFERENDUM COME ANCORAGGIO DEMOCRATICO di Franco Astengo
Ricapitolando in pillole:
1) L’attuale governo nasce sulla base di una operazione esclusivamente trasformista con il passaggio da un’alleanza con un partito di estrema destra seminante nel Paese odio razzistico stipulata da parte del partito o Movimento ancora di maggioranza relativa in Parlamento a un’alleanza da parte dello stesso partito o MoVimento con soggetti auto dichiarati di centro – sinistra, fra i quali una forza (Le U) parzialmente frutto di una scissione avvenuta formalmente “a sinistra” del PD. Scissione nella quale erano confluiti una parte dei maggiori dirigenti provenienti dalle varie sigle succedutesi alla liquidazione del PCI (PDS, DS). Obiettivo dell’operazione trasformistica di varo del nuovo governo: fermare l’estrema destra revanscista il cui leader, al momento dei fatti, stava chiedendo i pieni poteri comiziando da varie spiagge. Pieni poteri che sarebbero serviti soprattutto a chiudere i porti a navi sulle quali erano imbarcati i protagonisti di una assolutamente ipotetica invasione di migranti. Invasione inventata esclusivamente a uso propaganda. L’operazione di fermare questa destra pericolosa è riuscita ma a quale prezzo? Tornando alla ferragostana formazione del governo deve essere ricordato come preliminare da parte del partner di governo direttamente proveniente dall’alleanza con la destra sia stata la richiesta al partner presuntivamente di centro – sinistra di ridurre la rappresentatività politica e il ruolo del Parlamento attraverso una riduzione “lineare” nel numero dei componenti le Assemblee legislative;
2) In perfetta continuità ha assunto la Presidenza del Consiglio lo stesso personaggio (mai eletto in alcuna assemblea legislativa) che aveva ricoperto il ruolo nell’alleanza imperniata sull’estrema destra;
3) Il governo ha mantenuto intatti provvedimenti nocivi per un’economia che si trova in una fase di grande difficoltà, oltre a quelli assolutamente liberticidi in materia di cosiddetta “sicurezza” (liberticidi non soltanto per i migranti). Provvedimenti adottati a suo tempo semplicemente per corrispondere ad un gigantesco “scambio politico” sulla base del quale nel 2018 erano state vinte le elezioni
4) Nel frattempo si segnalano periodiche diaspore dai gruppi parlamentari del MoVimento ancora di maggioranza relativa : i protagonisti di queste diaspore si orientano indifferentemente di volta in volta a destra come a sinistra oppure indefinitamente verso il gruppo Misto. Si è così aperto un ampio terreno di caccia per i più vieti opportunismi. Un segnale di grande debolezza per quella che dovrebbe essere ( e non è) una nuova classe dirigente;
5) Il PD si è scisso per la seconda volta in pochi anni. Questa volta le scissioni (sono due, ricordiamole) sono orientate a destra. Quella attuata dall’ex-segretario e ex-presidente del Consiglio ha portato via soltanto una parte dell’ex-”giglio magico” che ha retto partito e governo nel biennio 2014 – 2016, fino all’esito negativo di un disgraziato referendum causato dal tentativo di conferma di una legge che intendeva stravolgere la Costituzione Repubblicana;
6) Il nuovo gruppo ha votato la fiducia al governo ma subito dopo, per ragioni di protagonismo soggettivo, ha assunto vesti di vero e proprio “guastatore” mettendo in discussione l’intero impianto su cui si dovrebbe reggere l’alleanza di governo;
7) Intanto una serie di elezioni regionali hanno segnato un risultato negativo per la nuova alleanza di governo. Ad ogni tornata il MoVimento già di maggioranza relativa cade rovinosamente , sia se presente in alleanza (Umbria) sia in veste autonoma (Emilia, Calabria).
8) Unica eccezione nella serie di elezioni regionali vinte dalla destra è rappresentata dall’Emilia – Romagna dove si afferma il PD. La vittoria del candidato del PD è arrivata grazie al combinato disposto tra un giudizio di buon governo assegnato da settori dell’elettorato alla giunta uscente e l’intervento di un movimento di piazza che, senza sviluppare alcuna analisi di sistema, si limita a chiedere un “populismo gentile”. Un “populismo gentile” che sembra già tanto a settori orientati a sinistra ma ormai privi di bussola che pensano in questo modo di veder riaperto uno spiraglio e trovano così una qualche ragione per ritrovarsi;
9) La tensione tra il gruppo dell’ex “Giglio Magico” e il governo è salita attorno a provvedimenti – simbolo per quella che era stata un tempo quella destra populista e personalistica raccolta attorno al conflitto d’interesse di una sola persona. Una destra populista e personalistica che aveva governato più volte l’Italia tra gli anni ‘90 del XX e il primo decennio del XXI. I provvedimenti sui quali si è aperto lo scontro in atto riguardano esclusivamente la sfera giudiziaria: prescrizione e intercettazioni. Naturalmente su istanze di carattere economico – sociale (tutte orientate, da parte del governo, in senso liberista) e di carattere internazionale non si intravedono contestazioni di sorta così come sui reiterati attentati alla Costituzione;
10) In soccorso al governo, in vista di un’ulteriore cambio di maggioranza se l’ex-”Giglio Magico” ritenesse conveniente sfilarsi, sembra arrivare in queste ultime ore un gruppo proveniente proprio da quella destra già populista – personalistica cui si faceva cenno. Il passaggio dal centro – destra al centro – sinistra, in un quadro che si vorrebbe(ma non è mai stato) bipolare, è ormai un classico della nostra vicenda politica, verificatosi già diverse volte a partire dall’operazione “patriottica” (gli “straccioni di Valmy”) ispirata da Cossiga e che portò alla formazione del governo D’Alema.
11) In queste condizioni di autentico via vai di maggioranze variabili il governo sta per impegnarsi in una enorme tornata di nomine che riguardano i vertici dei più importanti Enti di Stato;
12) Nel frattempo si sono succeduti quattro sistemi elettorali: Mattarellum, Porcellum, Italicum (mai utilizzato), Rosatellum, due dei quali dichiarati incostituzionali dall’Alta Corte e tutti caratterizzati (almeno parzialmente) dalla presenza di liste bloccate. Liste bloccate corte o lunghe a seconda dei casi sulle quali, così come stilate in partenza, elettrici ed elettori non hanno mai avuto la possibilità di intervenire. Si è sempre trattato di prendere o lasciare. E molte/i nel frattempo hanno “lasciato” constata l’impossibilità di scegliere i propri rappresentanti. Così come si è tentato di ridurre drasticamente il ruolo dei corpi intermedi cercando di annullare qualsiasi possibilità di mediazione sia sul piano politico, sia su quello sociale. Conta ormai soltanto la “governabilità” a qualsiasi prezzo con l’esercizio della politica ridotto all’apparizione del potere;
13) Si sorvola, per esigenze di economia del discorso, sui dati dell’economia del Paese caratterizzati dalla crescita del debito pubblico , da una crisi profonda della produzione industriale, da un allargamento della forbice delle disuguaglianze, da una intensificazione dello sfruttamento del lavoro la cui offerta si è fatta sempre più precaria;
14) La crisi della produzione industriale è ben segnalata dal numero dei tavoli di crisi presenti al Ministero dello Sviluppo economico: 150 erano e 150 restano dopo l’esperienza di entrambi i governi del trasformismo reciproco. 150 situazioni di crisi che riguardano settori decisivi della nostra economia e della nostra industria.
15) Si evita anche di approfondire il dato della totale inesistenza di una politica estera. Elemento ben messo in evidenza dalla totale assenza di capacità di intervento nella gravissima crisi libica. Un’assenza di politica estera che rappresenta un elemento di continuità caratteristico ormai di molti governi succedutisi negli ultimi anni;
16) Sul piano istituzionale il ruolo del Parlamento è stato sempre più svilito. Scarsissima la produzione legislativa (non è detto che sia un male) riduzione a ruolo di semplice ratifica, livello quasi inesistente di confronto politico;
17) Si è aperta una forte discussione sul tema dell’autonomia delle Regioni. Poco o nulla si discute dell’aumento del divario tra il Nord e il Sud e quasi inesistente è l’analisi circa il mutamento di funzioni dell’Ente Regione. Un mutamento progressivamente verificatosi con il passaggio da funzione legislativa a una funzione quasi esclusiva di nomina e di spesa. Nel quadro del divario tra zona e zone del Paese è ancora inesistente l’analisi sul fallimento di alcune funzioni sociali affidate appunto alla Regioni: sanità e trasporti, ad esempio, risultano in grande difficoltà in quasi tutte le regioni d’Italia salvo che in alcune “isole” del Nord. “Isole” tra l’altro governate da colori politici diversi tra loro;
18) A questo punto indagini di opinione compiute da istituti particolarmente autorevoli ci dicono che esiste nel Paese una massiccia maggioranza che pensa “all’uomo solo al comando”.

In queste condizioni ci si sta avviando, nel silenzio dei mezzi di comunicazione di massa, al referendum confermativo sulla legge che riduce il numero dei parlamentari: una legge che modifica la Costituzione in un punto fondamentale, quella della rappresentatività politica e territoriale della Camera e del Senato, violando palesemente la democrazia repubblicana.
Così un sistema fragile, segnato profondamente dal trasformismo, finisce con l’arroccarsi su logiche di distruttiva autoconservazione.
I rischi per la democrazia italiana, a questo punto, risultano molto alti: il No nel referendum può rappresentare un punto di ancoraggio che vale sicuramente la pena di sostenere lanciando anche un vero e proprio allarme per la credibilità di un sistema profondamente malato nel quale sembrano ormai possibili rischi di scorrerie autoritarie.

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