Care
compagne e cari compagni.
Mi
rivolgo a quanti , in questi mesi, si sono dimostrati interessati
all’iniziativa del “Dialogo Gramsci – Matteotti per la
ricostruzione della sinistra”.
E’
evidente come lo sviluppo della nostra proposta risulti,in questo
momento, condizionato dall’emergenza imposta dall’epidemia
influenzale e dalla prospettiva dello svolgimento del referendum sul
taglio dei parlamentari, al riguardo del quale sembrerebbe proprio
opportuno insistere sul rinvio.
Scusandomi
del disturbo che vi arreco ho pensato però che valesse la pena di
proseguire nella nostra riflessione.
Ho
così radunato tre interventi che mi è capitato di elaborare negli
ultimi tempi cercando di offrire un contributo al prosieguo della
nostra elaborazione collettiva.
Mi
permetto di riproporvi questi interventi uno di seguito all’altro
perché mi pare possano essere letti in consequenzialità: l’idea
di un diverso modello di sviluppo, la questione dell’assetto dello
Stato e del sistema politico, l’ancoraggio democratico.
Forse
sarebbe il caso di svolgere un momento di riflessione su questi temi
riaprendo direttamente il dibattito tra noi. Nell’auspicabile caso
di un allentamento a breve dell’emergenza sanitaria mi permetto di
avanzare l’idea di una ulteriore sessione seminariale incentrata su
questi temi da svolgersi a Roma o a Milano (come era in predicato da
tempo) sollecitando soprattutto il contributo dell’ARS e di altri
soggetti culturali con i quali erano già stati stabiliti contatti.
Se
le condizioni generali lo consentissero sarebbe il caso di svolgere
questo appuntamento anche nel corso della campagna referendaria: sono
convinto che, sul fronte del No, abbiamo bisogno di allargare il
raggio della riflessione arricchendo le argomentazioni a nostro
favore in una prospettiva più ampia rispetto a quella che si sta
offrendo in questa fase.
Grazie
per la vostra attenzione
Franco
Astengo
TERZA
VIA di Franco Astengo
Mi
permetto di ritornare su due concetti che mi è capitato di esprimere
in questi giorni di fronte alla situazione creatasi con il propagarsi
dell’epidemia. Nello stesso tempo cerco anche di inserirmi nel
filone di dibattito aperto dall’articolo di Tommaso Di Francesco
(“Il Manifesto”, 26 febbraio: “L’epidemia come sfida e
occasione”):
1)Torna
a prevalere l’idea del “senso del limite”: quel “senso del
limite” che richiede l’esercizio dello spirito critico e della
continua ricerca sulla realtà della natura umana.
2)Il
governo delle cose non può essere demandato alla volontà di potenza
di chi detiene il dominio di una tecnologia che punta esclusivamente
all’estetica dell’apparire.
Rispetto
ai temi di fondo del modello di sviluppo e della stessa convivenza
civile, delle relazioni umane, degli interscambi non esclusivamente
legati alla logica del profitto, delle comunicazioni d’informazione
e culturali ha ragione chi sostiene che siamo di fronte a una
possibile occasione.
Esaurite
le forme politiche che hanno segnato il ‘900,tra l’idea
dell’onnipotenza della tecnologia e quella del ritorno all’indietro
del tipo (tanto per ridurre all’osso) della “decrescita felice”
bisognerà pur individuare un nuovo equilibrio.
Per
poter pensare di fronteggiare il fenomeno emergente del caos (per
altro ben sostenuto dalla solitudine che deriva dall’esercizio
degli strumenti di comunicazione di massa) occorrerà allora
ripensare ai concetti di “società sobria” ben oltre il semplice
criterio della sostenibilità.
Non
è sufficiente pensare alla”green economy” e ai possibili
relativi modelli di vita: serve qualcosa di più ampio e
strutturalmente orientato nel suo complesso.
Risulterebbe
limitato anche un richiamo alla società dei 2/3 di Gorz: analisi che
negli anni’80 rappresentò una sorta di bandiera della
socialdemocrazia europea in condizioni ben diverse dalle attuali.
La
ricostruzione di un intreccio tra etica e politica potrebbe
rappresentare il passaggio fondamentale per delineare i contorni di
una “società sobria” avendo come base di proposta una nuova
“teoria dei bisogni”.
Servirà
studiare per definire un aggiornamento teorico relativo proprio alla
realtà delle “fratture” esistenti, sulla base del quale
riaggregare primordialmente interessi specifici.
Sembrano
due le grandi questioni sul tappeto:
1) quella
del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo
e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del
genere umano;
2) quella
della capacità cognitiva, in termini globali di formazione,
informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi
di educazione globale.
Va
posta al centro la prospettiva di una società alternativa a quella
fondata su di un’economia dell’arricchimento progressivo.
Nell’evidente
inadeguatezza dei modelli cui ci si è ispirati nella globalizzazione
del consumismo individualistico, la vicenda dell’epidemia ci
dimostra che siamo rimasti fermi a
contemplare ciò che accade senza disporre di idee e di
organizzazione per attaccare,come sarebbe necessario, il muro della
separatezza tra i popoli e tra i ceti sociali.
Una
separatezza mai così marcata, almeno a partire dal Secolo dei Lumi.
BIOPOLITICA
, STATO, SISTEMA POLITICO di Franco Astengo
Roberto
Esposito sotto il titolo “La biopolitica e il potere”ha
affrontato (La Repubblica 29 febbraio) il tema dominante nella più
stretta attualità: quello dell’emergenza sanitaria.
Alcuni
passaggi del suo intervento meritano di essere rimarcati proprio
perché sollevano questioni di fondo:
1) Il
mutato rapporto tra autonomia della scienza e della tecnica (in
questo caso sanitaria) e i diversi livelli di decisionalità
politica. L’egemonia della scienza e della tecnica appare fattore
determinante nel definire gli equilibri a livello geopolitico;
2) L’intreccio
tra politica e vita biologica (l’autore affronta l’argomento
nella prima parte del suo testo) finisce con il provocare uno
spostamento delle procedure democratiche ordinarie verso disposizioni
di carattere emergenziale. Ciò avviene in una fase di forte crisi
della democrazia liberale dovuta al processo di cessione di sovranità
da parte dello “Stato – Nazione”. Cessione di sovranità
avviato fin dagli anni’90 in due direzioni: verso il decentramento
interno e verso la sovranazionalità.
In
Italia il quadro complessivo è condizionato inoltre dalla debolezza
del sistema ormai da molto tempo in forte difficoltà di
legittimazione.
Una
difficoltà di legittimazione dovuta a ragioni molto complesse legate
al mutamento nella struttura politica, in particolare al riguardo del
sistema dei partiti su cui si era basata per lunghi decenni la nostra
identità repubblicana e la nostra vita istituzionale sia a livello
parlamentare sia nelle autonomie locali.
In
questi giorni il nodo della decisionalità d’emergenza è apparso
quanto mai intricato da sciogliere rispetto alla relazione “centro
– periferia” .
Quella
tra “centro” e periferia è apparsa come una frattura tornata a
definirsi come “dominante” nel quadro di un modificarsi non
ancora sufficientemente analizzato dell’insieme di stridenti
contraddizioni che stanno emergendo nella “modernità”.
In
questi giorni si è anche tentato di proporre una “Costituzione
materiale” fondata sul rimodellamento della struttura dello Stato
nel senso di un riaccentramento dei poteri.
Un
riaccentramento dei poteri addirittura minacciato da un Presidente
del Consiglio capace di perpetuare sé stesso cambiando maggioranza,
senza mai essere passato da una prova elettorale.
Ovviamente,
negli anni scorsi, sul terreno del decentramento dello Stato e del
cosiddetto “federalismo” sono stati commessi degli errori,
valutando malamente proprio il riaffacciarsi della frattura
“centro-periferia”. Si prenda ad esempio la frettolosa modifica
del titolo V della Costituzione attuata dal governo di centrosinistra
nella fase finale della legislatura 1996-2001 e la messa in moto
dell’infernale macchina (mascherata dalla ricerca della stabilità
di governo) dell’elezione diretta di Presidenti e Sindaci,una
modifica rivelatasi fonte di sprechi immensi e di ulteriore distacco
tra i cittadini e le istituzioni. Adesso, però, è in atto un
tentativo di passaggio verso una situazione nella quale le leve del
potere principale, quello di erogazione delle risorse, ritorna come
elemento competitivo tra il potere centrale e quello locale.
Entrambi i
soggetti intendono usarlo – ancora una volta – in funzione di una
proposta di contrattazione da “scambio politico”.
Le
ordinanze amministrative, emanate approfittando della presunta
emergenza,stanno già (provvisoriamente?) modificando quei rapporti
tra la prima e la seconda parte della Costituzione Repubblicana che
avevamo, a suo tempo (referendum costituzionali 2006 e 2016),
giudicato intangibili proprio per via del sottile equilibrio
esistente tra diritti, doveri e attuazione delle norme in materia
delle strutture operative dello Stato e della società.
Si
sono così mutate le condizioni della vita quotidiana variando i
canoni stabiliti della relazione tra ii necessari riferimenti di
governo della cosa pubblica.
L’emergenzialità
imposta dalla prevalenza della biopolitica capace di imporre una
sudditanza alla politica che ha “sbiadito
le proprie coordinate ideologiche”(ancora Esposito nell’articolo
citato)
ha così determinato uno scontro inedito tra l’ esercizio del
potere di decisionalità e l’incombenza dettata dai bisogni del
territorio. Uno scontro sul quale si sono misurati i diversi livelli
istituzionali con andamenti ed esiti perlomeno opinabili. Emergono
così tutte le storture di modelli di sviluppo posti in maniera
sbagliata sul piano della competizione interna e internazionale (come
nel caso del Veneto).
Nel
sistema politico italiano non sembrano stare più al loro posto i
soggetti di intermediazione sociale, di aggregazione del consenso, di
formazione dell’opinione pubblica realizzata attraverso l’esercizio
di una funzione di pedagogia di massa.
Formazione
dell’opinione pubblica, funzione di pedagogia di massa,
aggregazione del consenso, intermediazione sociale: tutti compiti
ormai affidati ad agenzie “esterne” al sistema politico.
Agenzie
“esterne” operanti prevalentemente nel campo dell’illusionismo
mediatico che rispondono a proprie specifiche sollecitazioni socio –
economiche e agiscono per interessi di carattere sicuramente
particolare, corporativo se non addirittura di natura
individualistica come avviene attraverso l’utilizzo dei social
network.
Tutto
questo si sta verificando in assenza – tra l’altro – di quegli
organismi sovra – nazionali cui erano state demandate nel tempo una
parte delle prerogative statuali.
Ci
sarebbe da discutere a fondo su questi temi ma pare ci si stia
riducendo a schermaglie per arrivare semplicisticamente all’esercizio
di un potere quanto mai effimero e inconsistente rispetto al
velocissimo mutamento in atto nella realtà delle cose concrete.
IL NO NEL
REFERENDUM COME ANCORAGGIO DEMOCRATICO di Franco Astengo
Ricapitolando
in pillole:
1) L’attuale
governo nasce sulla base di una operazione esclusivamente
trasformista con il passaggio da un’alleanza con un partito di
estrema destra seminante nel Paese odio razzistico stipulata da parte
del partito o Movimento ancora di maggioranza relativa in Parlamento
a un’alleanza da parte dello stesso partito o MoVimento con
soggetti auto dichiarati di centro – sinistra, fra i quali una
forza (Le U) parzialmente frutto di una scissione avvenuta
formalmente “a sinistra” del PD. Scissione nella quale erano
confluiti una parte dei maggiori dirigenti provenienti dalle varie
sigle succedutesi alla liquidazione del PCI (PDS, DS). Obiettivo
dell’operazione trasformistica di varo del nuovo governo: fermare
l’estrema destra revanscista il cui leader, al momento dei fatti,
stava chiedendo i pieni poteri comiziando da varie spiagge. Pieni
poteri che sarebbero serviti soprattutto a chiudere i porti a navi
sulle quali erano imbarcati i protagonisti di una assolutamente
ipotetica invasione di migranti. Invasione inventata esclusivamente a
uso propaganda. L’operazione di fermare questa destra pericolosa è
riuscita ma a quale prezzo? Tornando alla ferragostana formazione del
governo deve essere ricordato come preliminare da parte del partner
di governo direttamente proveniente dall’alleanza con la destra sia
stata la richiesta al partner presuntivamente di centro – sinistra
di ridurre la rappresentatività politica e il ruolo del Parlamento
attraverso una riduzione “lineare” nel numero dei componenti le
Assemblee legislative;
2) In
perfetta continuità ha assunto la Presidenza del Consiglio lo stesso
personaggio (mai eletto in alcuna assemblea legislativa) che aveva
ricoperto il ruolo nell’alleanza imperniata sull’estrema destra;
3) Il
governo ha mantenuto intatti provvedimenti nocivi per un’economia
che si trova in una fase di grande difficoltà, oltre a quelli
assolutamente liberticidi in materia di cosiddetta “sicurezza”
(liberticidi non soltanto per i migranti). Provvedimenti adottati a
suo tempo semplicemente per corrispondere ad un gigantesco “scambio
politico” sulla base del quale nel 2018 erano state vinte le
elezioni
4) Nel
frattempo si segnalano periodiche diaspore dai gruppi parlamentari
del MoVimento ancora di maggioranza relativa : i protagonisti di
queste diaspore si orientano indifferentemente di volta in volta a
destra come a sinistra oppure indefinitamente verso il gruppo Misto.
Si è così aperto un ampio terreno di caccia per i più vieti
opportunismi. Un segnale di grande debolezza per quella che dovrebbe
essere ( e non è) una nuova classe dirigente;
5) Il PD si
è scisso per la seconda volta in pochi anni. Questa volta le
scissioni (sono due, ricordiamole) sono orientate a destra. Quella
attuata dall’ex-segretario e ex-presidente del Consiglio ha portato
via soltanto una parte dell’ex-”giglio magico” che ha retto
partito e governo nel biennio 2014 – 2016, fino all’esito
negativo di un disgraziato referendum causato dal tentativo di
conferma di una legge che intendeva stravolgere la Costituzione
Repubblicana;
6) Il nuovo
gruppo ha votato la fiducia al governo ma subito dopo, per ragioni di
protagonismo soggettivo, ha assunto vesti di vero e proprio
“guastatore” mettendo in discussione l’intero impianto su cui
si dovrebbe reggere l’alleanza di governo;
7) Intanto
una serie di elezioni regionali hanno segnato un risultato negativo
per la nuova alleanza di governo. Ad ogni tornata il MoVimento già
di maggioranza relativa cade rovinosamente , sia se presente in
alleanza (Umbria) sia in veste autonoma (Emilia, Calabria).
8) Unica
eccezione nella serie di elezioni regionali vinte dalla destra è
rappresentata dall’Emilia – Romagna dove si afferma il PD. La
vittoria del candidato del PD è arrivata grazie al combinato
disposto tra un giudizio di buon governo assegnato da settori
dell’elettorato alla giunta uscente e l’intervento di un
movimento di piazza che, senza sviluppare alcuna analisi di sistema,
si limita a chiedere un “populismo gentile”. Un “populismo
gentile” che sembra già tanto a settori orientati a sinistra ma
ormai privi di bussola che pensano in questo modo di veder riaperto
uno spiraglio e trovano così una qualche ragione per ritrovarsi;
9) La
tensione tra il gruppo dell’ex “Giglio Magico” e il governo è
salita attorno a provvedimenti – simbolo per quella che era stata
un tempo quella destra populista e personalistica raccolta attorno al
conflitto d’interesse di una sola persona. Una destra populista e
personalistica che aveva governato più volte l’Italia tra gli anni
‘90 del XX e il primo decennio del XXI. I provvedimenti sui quali
si è aperto lo scontro in atto riguardano esclusivamente la sfera
giudiziaria: prescrizione e intercettazioni. Naturalmente su istanze
di carattere economico – sociale (tutte orientate, da parte del
governo, in senso liberista) e di carattere internazionale non si
intravedono contestazioni di sorta così come sui reiterati attentati
alla Costituzione;
10) In
soccorso al governo, in vista di un’ulteriore cambio di maggioranza
se l’ex-”Giglio Magico” ritenesse conveniente sfilarsi, sembra
arrivare in queste ultime ore un gruppo proveniente proprio da quella
destra già populista – personalistica cui si faceva cenno. Il
passaggio dal centro – destra al centro – sinistra, in un quadro
che si vorrebbe(ma non è mai stato) bipolare, è ormai un classico
della nostra vicenda politica, verificatosi già diverse volte a
partire dall’operazione “patriottica” (gli “straccioni di
Valmy”) ispirata da Cossiga e che portò alla formazione del
governo D’Alema.
11) In
queste condizioni di autentico via vai di maggioranze variabili il
governo sta per impegnarsi in una enorme tornata di nomine che
riguardano i vertici dei più importanti Enti di Stato;
12) Nel
frattempo si sono succeduti quattro sistemi elettorali: Mattarellum,
Porcellum, Italicum (mai utilizzato), Rosatellum, due dei quali
dichiarati incostituzionali dall’Alta Corte e tutti caratterizzati
(almeno parzialmente) dalla presenza di liste bloccate. Liste
bloccate corte o lunghe a seconda dei casi sulle quali, così come
stilate in partenza, elettrici ed elettori non hanno mai avuto la
possibilità di intervenire. Si è sempre trattato di prendere o
lasciare. E molte/i nel frattempo hanno “lasciato” constata
l’impossibilità di scegliere i propri rappresentanti. Così come
si è tentato di ridurre drasticamente il ruolo dei corpi intermedi
cercando di annullare qualsiasi possibilità di mediazione sia sul
piano politico, sia su quello sociale. Conta ormai soltanto la
“governabilità” a qualsiasi prezzo con l’esercizio della
politica ridotto all’apparizione del potere;
13) Si
sorvola, per esigenze di economia del discorso, sui dati
dell’economia del Paese caratterizzati dalla crescita del debito
pubblico , da una crisi profonda della produzione industriale, da un
allargamento della forbice delle disuguaglianze, da una
intensificazione dello sfruttamento del lavoro la cui offerta si è
fatta sempre più precaria;
14) La crisi
della produzione industriale è ben segnalata dal numero dei tavoli
di crisi presenti al Ministero dello Sviluppo economico: 150 erano e
150 restano dopo l’esperienza di entrambi i governi del
trasformismo reciproco. 150 situazioni di crisi che riguardano
settori decisivi della nostra economia e della nostra industria.
15) Si evita
anche di approfondire il dato della totale inesistenza di una
politica estera. Elemento ben messo in evidenza dalla totale assenza
di capacità di intervento nella gravissima crisi libica. Un’assenza
di politica estera che rappresenta un elemento di continuità
caratteristico ormai di molti governi succedutisi negli ultimi anni;
16) Sul
piano istituzionale il ruolo del Parlamento è stato sempre più
svilito. Scarsissima la produzione legislativa (non è detto che sia
un male) riduzione a ruolo di semplice ratifica, livello quasi
inesistente di confronto politico;
17) Si è
aperta una forte discussione sul tema dell’autonomia delle Regioni.
Poco o nulla si discute dell’aumento del divario tra il Nord e il
Sud e quasi inesistente è l’analisi circa il mutamento di funzioni
dell’Ente Regione. Un mutamento progressivamente verificatosi con
il passaggio da funzione legislativa a una funzione quasi esclusiva
di nomina e di spesa. Nel quadro del divario tra zona e zone del
Paese è ancora inesistente l’analisi sul fallimento di alcune
funzioni sociali affidate appunto alla Regioni: sanità e trasporti,
ad esempio, risultano in grande difficoltà in quasi tutte le regioni
d’Italia salvo che in alcune “isole” del Nord. “Isole” tra
l’altro governate da colori politici diversi tra loro;
18) A questo
punto indagini di opinione compiute da istituti particolarmente
autorevoli ci dicono che esiste nel Paese una massiccia maggioranza
che pensa “all’uomo solo al comando”.
In
queste condizioni ci si sta avviando, nel silenzio dei mezzi di
comunicazione di massa, al referendum confermativo sulla legge che
riduce il numero dei parlamentari: una legge che modifica la
Costituzione in un punto fondamentale, quella della rappresentatività
politica e territoriale della Camera e del Senato, violando
palesemente la democrazia repubblicana.
Così
un sistema fragile, segnato profondamente dal trasformismo, finisce
con l’arroccarsi su logiche di distruttiva autoconservazione.
I
rischi per la democrazia italiana, a questo punto, risultano molto
alti: il No nel referendum può rappresentare un punto di ancoraggio
che vale sicuramente la pena di sostenere lanciando anche un vero e
proprio allarme per la credibilità di un sistema profondamente
malato nel quale sembrano ormai possibili rischi di scorrerie
autoritarie.
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