EUROPEE
2019: PER L’OPPOSIZIONE E L’ALTERNATIVA di Franco Astengo
Nel
seguire l’attualità delle vicende riguardanti ciò che rimane in Italia della
cosiddetta sinistra d’alternativa ci si sta imbattendo in una varietà di scelte al
riguardo della partecipazione alle prossime elezioni europee del 26 maggio.
Ha
sicuramente ragione chi ha scritto che il tema non deve essere quello di una
presunta “unità della sinistra” ma bensì quello dei contenuti alternativi da
presentare al giudizio di elettrici ed elettori: contenuti giudicati da molti
efficaci soprattutto rispetto alla espressione di radicalità nell’indicare l’idea
di abbattimento dell’impalcatura liberista e burocratica dell’Unione.
Si
sono così praticate opzioni differenti tra i diversi soggetti: DEMA e Potere al
Popolo hanno abbandonato il campo, mentre le forze che nell’attuale Parlamento
Europeo hanno fatto riferimento al GUE saranno presenti sotto l’insegna della
Sinistra Europea.
Naturalmente,
sotto l’aspetto meramente elettorale, è da considerare l’eccessivo peso
rappresentato dal numero di firme da raccogliere per chi volesse tentare la via
della presentazione senza poter godere dell’appoggio di uno dei gruppi già
presenti nel consesso parlamentare europeo.
Pare però che le scelte fin qui compiute, per
come sono maturate appaiono complessivamente al di sotto delle necessità che il
livello dello scontro esigerebbe e che le motivazioni adottate appaiono
abbastanza insufficienti proprio sul piano del merito.
Provo
così a formulare una valutazione di carattere generale: tra queste forze
(ognuna delle quali esprime una propria debolezza) non doveva essere svolta alcuna
trattativa ma soltanto un lavoro di elaborazione di alcuni punti comuni di
carattere generale attorno ai quali realizzare l’impegno di tutti.
Intendiamoci
bene: la soluzione proposta non doveva essere destinata, appunto, a realizzare
una fittizia unità di “cartello” ma a delineare un profilo “alto” di presenza
politica.
Il fine avrebbe dovuto essere quello di
riuscire a collegare presenza elettorale a presenza politica allo scopo di
consentire a determinati settori di ricominciare a riconoscersi dal punto di
vista della loro identità partendo dal sociale per arrivare, finalmente dopo un
lungo periodo di vacanza, al politico.
Si
presentano però questioni di fondo che si collocano ben oltre il semplice
appuntamento elettorale.
1) La
“questione europea” sulla quale si è molto puntato andava rovesciata rispetto
all’impostazione che è stata seguita da tutti gli attori in campo. Discutere tra “disobbedienza
immediata” e “proposte realizzabili già ora” è fuorviante e subalterno. Il
punto da sostenere, fuori e dentro la campagna elettorale è come si può riuscire
a porre al centro il tema della perpetuazione e l’inasprimento costante delle
disuguaglianze e di tutte le storture accumulatesi nel tempo sul piano dei
rapporti sociali. La discussione deve vertere
sul come, cioè, si porta la complessità delle contraddizioni articolate attorno
a quella storicamente “principale” quale oggetto del contendere dello scontro
politico a livello europeo. Ben oltre quindi il tema dei “trattati”. Il punto
di fondo, anche nella campagna elettorale, dovrebbe essere quello della “ferocia”
nella gestione del ciclo capitalistico in relazione ai mutamenti complessivi
che stanno avvenendo nel quadro internazionale là dove si comincia a parlare di
“fine del ciclo atlantico”.
2) Il primo punto da considerare rimane comunque quello
di evitare surrettizi accostamenti
con la destra. In Italia Lega e M5S stanno
governando all’insegna di una sorta di “partitocrazia qualunquista”. Sul piano della situazione interna appare
evidente la necessità di impostare un’opposizione coerente all’attuale governo,
mantenendo al contempo una rigorosa autonomia rispetto a proposte di “union sacrée”
antifascista richiamante un “europeismo critico che rimarrà comunque di
facciata.
3)
)
Sotto questo aspetto serve un’autonomia non semplicemente tattica. Il tema
della politica interna, sicuramente il più delicato considerato che pare ormai
smarrita anche da parte della sinistra d’alternativa e d’opposizione la
capacità di esprimere l’allargamento della “contraddizione principale”, nel
senso della modificazione profonda nel rapporto tra struttura e sovrastruttura.
Allargamento della condizione di classe che si sta verificando in una fase di
rivoluzione passiva mentre si combatte una guerra di posizione (termini desueti
ma usati in quest’occasione per cercare di sintetizzare il discorso). E’
attraverso l’espressione delle molteplicità delle contraddizioni e la loro
rappresentazione di lotta che si può combattere dialetticamente lo
sfrangiamento sociale in atto che si esprime attraverso un passaggio
dall’individualismo competitivo a una sorta di “individualismo della paura”
(rientrano in questa categoria temi come quello dei migranti che naturalmente
assumono una fortissima valenza anche sul piano etico).
4)
Sul tema delle contraddizioni riguardanti
il piano interno, va sottolineato come emerga il tema che potrebbe essere
riassunto schematicamente come “dell’unità nazionale”. E’ il tema del rapporto tra
centralismo e autonomie locali che, dopo gli errori compiuto dal centrosinistra
con la modifica del titolo V della Costituzione, sta degenerando in un
tentativo di frazionismo localistico espressione dell’egoismo dei ricchi che
deve essere affrontato maturando una strategia di nuovo equilibrio territoriale
avendo presente come appaia ormai in ritardo un’idea regionalistica nel quadro
europeo.
5) Sinceramente non comprendo le esitazioni a
mettere al primo posto la realtà condizioni materiali nel senso dello
sfruttamento (e dell’ estensione di questa realtà verso un’articolazione molto
ampia e complessa nei soggetti sociali di riferimento); in secondo luogo rimane
eccessivamente sullo sfondo, nel tipo di presentazione elettorale che si sta
delineando, l’aggancio alla storia e alla tradizione del movimento operaio
compresa la capacità di sottolineare la propria autonomia e identità pur in un
necessario esercizio di politiche di alleanza. Storia e tradizione del movimento
operaio avrebbero dovuto essere espresse e trovare spazio anche nella stessa
simbologia (particolare non trascurabile). Il tema della simbologia è stato
invece affrontato addirittura con un referendum tra ignoti, con una
dimostrazione di debolezza politica e non certo di apertura democratica.
6) Femminismo
ed ecologia, sia ben chiaro, fanno parte del discorso riguardante la complessità
delle contraddizioni, l’allargamento dei termini “sociali” di sfruttamento e
della crescita delle disuguaglianze. Senza ridurre il tutto agli “ismi”:
economicismo e politicismo. Termini legati a una pratica politica largamente
usata nel passato e nel presente e che, anche in questa occasione, non si è
riusciti a superare.
7) Infine
le ragioni di natura istituzionale legate alla partecipazione alla campagna
elettorale. Su
questo punto sarebbe stato utile aprire una riflessione sul ruolo del
Parlamento Europeo nell’ottica della definizione di una presenza politica che,
in quella sede, risultasse in grado di porre stabilmente il tema dello scontro
anticapitalista, sviluppando in quel senso presenza e giudizio anche attorno ai
singoli provvedimenti (superamento dei trattati compreso) considerando come il Parlamento rimanga il
luogo della rappresentanza politica e nel nostro caso dell’opposizione nello
sviluppo costante dell’indispensabile senso della critica radicale allo stato
di cose presenti.
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