domenica 8 novembre 2020

TRA SCIENZA E POLITICA: UN BRUTTO TITOLO

TRA SCIENZA E POLITICA: UN BRUTTO TITOLO di Franco Astengo

"Qui si fa scienza mica politica":un brutto titolo quello con cui Repubblica (8 novembre 2020) ha riassunto un colloquio sulla situazione dell'emergenza sanitaria condotto con il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità Brusaferro.

Un titolo fuorviante in momento di grande delicatezza per la decisionalità collettiva.

Un titolo probabilmente compilato senza entrare nel merito delle questioni contingenti tanto più che - addirittura - sono in corso inchieste delle Procure sulla veridicità dei dati forniti dalle Regioni al Governo.

Dati determinanti al fine di stabilire scelte decisive che incideranno per un lungo periodo sul terreno sociale, economico, addirittura morale dell'intero Paese.

E' bene riflettere a fondo, ancora una volta, sul rapporto tra scienza e politica, tanto più che sono forti le tendenze a denigrare l'attività politica e istituzionale in quanto tale non distinguendone la molteplicità di aspetti ma confondendo tutto in un calderone che sotto l'insegna dell'antipolitica ha portato a governare un Paese come l'Italia all'insegna di populismi e corporativismi di basso profilo, che adesso stanno presentando il conto.

Ma andiamo per ordine e, se possibile, anche in profondità.

Tanto nel senso comune quanto tra gli specialisti, in particolare in era di fortissima velocizzazione nell'innovazione tecnologica e di relativa spettacolarizzazione si tende a considerare la scienza e la politica come due sfere indipendenti dell’attività umana, e gli scienziati come sostanzialmente immuni da qualsivoglia ideologia. Negli ultimi anni tuttavia è sorta da più parti, all’interno dei science studies, l’esigenza di ripensare la relazione tra la concretezza storico-politica della scienza e le sue fondamentali pretese di universalità, all’interno di un discorso che fosse al contempo epistemologico e politico.

Sfiorando quasi la pretesa di onniscienza è lo star dentro a questa convinzione che ispira - sostanzialmente - le parole di Brusaferro, sintetizzate in quel titolo che finisce con il renderle quanto mai pericolose.

Ritorna l'eterna questione della neutralità della scienza. Dichiarare che la scienza non è neutrale, quindi, non significa (solo) assumere la politicità della sua realizzazione storica e dell’uso che se ne fa, ma vuol dire prima di tutto comprendere che è all’interno del suo tessuto interno, nella formulazione delle ipotesi e nella costruzione dei suoi strumenti, che si trova traccia di scelte politiche e rapporti di potere.

Sono stati molti i dibattiti che negli ultimi anni hanno riportato in primo piano la questione del rapporto tra scienza e politica: da quello sulla “post-truth” (parola dell’anno nel 2016 secondo gli Oxford Dictionaries) e la cosiddetta “post-truth politics”, al problema degli effetti di una diffusione più o meno controllata di “fake news” nella sfera dell’opinione pubblica; dalle discussioni intorno all’opportunità o alla presunta preferibilità di una democrazia diretta contro gli spettri tecnocratici della democrazia rappresentativa, fino al ruolo politico effettivamente assunto dagli scienziati, tanto nei mezzi di comunicazione di massa quanto all’interno dei comitati tecnico-scientifici, rispetto alla gestione della crisi sanitaria attuale.



Eppure di norma si fa fatica a concepire la scienza e la politica come due sfere intimamente connesse dell’attività umana. Allo scienziato che sta nella “torre d’avorio” si chiede di uscire, per entrare nella “piazza”: che la torre sorga già nella piazza passa inosservato.

Forse sarebbe il caso di riaprire la riflessione accogliendo il significato particolare che il rapporto tra politica e scienza ha nella filosofia di Antonio Gramsci, autore chiave per la rilettura critica della storia dei science studies. Secondo la lezione gramsciana, non c’è rottura tra la scienza e l’ideologia: ogni scienza porta su di sé le tracce del collettivo in cui si è formata storicamente, e lo stesso vale per i meta-discorsi che la analizzano. Tali tracce possono essere oscure e irriflesse oppure esplicite e consapevolmente avallate, a seconda del grado di «auto-riflessività» che di volta in volta viene impiegato. In tal modo la scienza cessa di essere concepita come terreno neutrale, e si rivela nel suo carattere di «prassi culturale», come campo di «lotte per l’egemonia» in cui si perseguono fini collettivi in conflitto tra loro.

Gramsci infatti aveva notato che «ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico».

Ceti intellettuali che non hanno carattere meramente parassitario rispetto alla scienza che studiano, ma ne costituiscono parte integrante, perché ne determinano il significato socio-culturale, chiariscono quali siano i problemi legittimi e rilevanti che essa dovrebbe affrontare, stabiliscono metodologie, strategie argomentative e retoriche comunicative.

A diverse immagini della scienza e del ruolo che dovrebbe assumere nella società di cui fa parte corrispondono così differenti immagini del futuro di entrambe.

Ed è questo il punto che si sta rischiando di smarrire durante questo drammatico frangente epocale che stiamo vivendo.

Il punto rimane quello ancora essenziale della "necessità sociale" di tenere insieme la scienza e la politica.

Al di fuori di questo raccordo il progresso scientifico finisce con l'assumere una funzione di tecnocrazia autonoma dalle istanze concrete per generare alla fine "mostri della ragione".


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