MATURITÀ’ di Franco Astengo
“..Poi c’è la seconda questione irrisolta: il limite dei due mandati. Una regola costitutiva del Movimento che, come altre rottamate in questi anni a causa del principio di realtà, ora molti vorrebbero rivedere…
... Non decidere, o decidere più avanti con qualche furbizia, significa però che il M5S non ha il coraggio di guardare in faccia un’altra delle lezioni apprese: la politica è un mestiere, una professione che richiede preparazione, esperienza e competenze che si acquisiscono nel tempo, sul campo. Immaginate un M5S che confermi il limite dei due mandati: significherebbe trovarsi nel prossimo Parlamento con un’altra masnada di dilettanti allo sbaraglio. Può solleticare qualcuno l’idea di liberarsi delle molte inadeguate figure viste all’opera, ma il prezzo per le nostre istituzioni sarebbe di caricarle di un’altra infornata di stagisti della politica..”
Queste frasi sono parte delle conclusioni di un articolo di Stefano Cappellini ( Repubblica, 14 novembre 2020) che si occupa del M5S sotto il titolo” M5S non supera l’esame di maturità”.
Un articolo dove nella prima parte l’autore si occupa del trasformismo, analizzando il passaggio di governo dall’alleanza con la Lega a quella con il PD: un fatto politico avvenuto non tanto tempo fa, estate 2019, e assolutamente rimosso nella memoria di entrambe le parti contraenti che addirittura adesso vagheggiano di alleanze strutturali anche in vista delle elezioni amministrative (si dimentica, tra l’altro, che i due tentativi di presentazione elettorale comune tra PD e M5S alle regionali umbre e a quelle liguri si sono risolte entrambe con una sconfitta).
Rimane di un qualche interesse analizzare il passaggio riguardante il limite dei due mandati per ricordare alcune piccole cose:
1) Nella storia del sistema politico italiano il limite dei due mandati, come fatto interno ad una disciplina di partito, è già stato applicato (come del resto la devoluzione di metà dello stipendio di deputati e senatori al Partito, attraverso trattenuta automatica). Il metodo del limite dei due mandati è stato, infatti, osservato dal PCI salvo che per i membri della Direzione per un lungo periodo, ed attuato abbastanza rigidamente, almeno fino a quando il susseguirsi frequente di interruzioni di legislatura ha imposto di rivederne il principio andando ad una applicazione caso per caso (ad esempio: VI, VII, VIII legislatura hanno coperto l’arco temporale di 10 anni, quindi quello di due legislature ordinarie);
2) Il rinnovamento dei quadri parlamentari non ha mai significato, all’epoca, l’arrivo di un branco di “stagisti della politica”. La funzione dei grandi partiti di massa, sotto questo aspetto, è stata essenzialmente quella di portare avanti una “pedagogia della politica” a tutti i livelli. Non si trattava di essere “professionisti” della politica nel senso del funzionariato (che esisteva, disponeva di un grande peso e costitutiva l’ossatura dell’impianto organizzativo presentando aspetti sui quali ci sarebbe ancora adesso da discutere) ma di aver compiuto un determinato percorso di formazione: un percorso che presentava sicuramente elementi di indottrinamento ideologico ma assieme forniva quella preparazione, esperienza, competenza che Cappellini richiama nel suo articolo. Anche perché c’era da essere presenti, al governo o all’opposizione, nelle istituzioni di 8.000 comuni, 100 province e dal 1970 nelle 15 regioni a statuto ordinario dopo l’esperienza già accumulata in quelle a statuto speciale. Un percorso di preparazione politica che, non è retorica ricordarlo, riguardava (almeno per quello che riguarda il PCI che disponeva di un imponente impianto di scuole di partite dalla Frattocchie, a Faggeto Lario ad Albinea, oltre a tante iniziative regionali) soprattutto i settori sociali che il partito rappresentava in misura notevole come gli operai e i contadini, anche se – sicuramente – sul piano istituzionale la funzione degli intellettuali è stata di grandissimo rilievo. Questo avveniva in tempi nei quali la società era molto più semplificata nella sua scansione sociologica;
3) Ovviamente le cose sono profondamente cambiate per una molteplicità di ragioni che non è il caso in questa sede di rammentare, così come non è il caso di entrare nel merito del ruolo dell’Università nella preparazione del personale politico e istituzionale.
Si è cercato soltanto di ricordare un aspetto, appunto quello della “pedagogia della politica” che è stato completamente abbandonato con la fine del sistema dei partiti a cavallo degli anni’90. Oggi ci troviamo alle prese con forme molto diverse di comunicazione e di interscambio evolutesi con l’innovazione tecnologica. Non ci si deve adagiare nella nostalgia del vecchio tempo passato, ma un’idea del rapporto tra lo studio e la politica si dovrà pur trovare in una forma organizzata di selezione della classe dirigente e di presenza nelle istituzioni. Tra il rigido delle “scuole di partito” e dei corsi Zdanov e l’anarchia della “scatola di tonno” che autorizza qualsiasi avventura dovrà pure essere rintracciata una qualche nuova forma di equilibrio nella presenza politica e istituzionale.
Non appare certo il più adeguato il modello offerto dalle diverse componenti del sistema politico italiano, tra "partiti personali", "azienda" a "vocazione maggioritaria" e quant'altro in un quadro generale di "democrazia recitativa" e di formule elettorali incostituzionali.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie