venerdì 2 luglio 2021

VENT'ANNI DI SPERANZE MAI COLTIVATE?

 

VENT’ANNI DI SPERANZE MAI COLTIVATE? di Franco Astengo


19 luglio 2001: G8 di Genova, tre giorni di “innocenza perduta”.

Non furono soltanto incidenti e poliziesca “macelleria messicana”: il tutto, in seguito, delegato alla magistratura.

In realtà nel corso di quei giorni abdicò la politica: da un lato si rassegnò una idea della politica concepita esclusivamente come ordine pubblico e dall’altro emerse una pratica che considerava la politica come assegnata alla categoria del “movimento senza visione” inteso come fattore del “tutto”.

Si apriva il ventennio del “disordine”: poche settimane dopo esplosero le “Torri Gemelle” con le conseguenze che ben conosciamo, poi la crisi del 2007, l’emergere dell’insostenibilità ambientale del modello novecentesco di sviluppo capitalistico, il “salto del tappo” della globalizzazione con il ritorno alla geo politica militarizzata , il ricostituirsi di margini da “Guerra Fredda” con l’Europa smarrita nell’incertezza e l’emergere della vicenda epocale del virus che sembra aver assegnato alla politica una funzione di propria “appendice”.

Nel corso del ventennio non si sono aperte le porte della prosperità, della pace, della democrazia ma si sono presentate sul cammino dell’umanità tappe di un percorso seminato di disillusioni, inquietudini, paure cancellando del tutto il portato sociale, politico, culturale dei “30 gloriosi” del ‘900, che già la reaganomics aveva posto in totale discussione.

Adesso ci sta presentando il conto lo scenario peggiore.

Poco si riflette su di un percorso compiuto nel pensiero teorico dall’insieme delle forze politiche , partendo dal rapporto stilato da Francois Lyotard nel 1979 per conto dell’Unesco (”La condizione post – moderna”) laddove si sosteneva che fossero giunte al capolinea le metanarrazioni che nella modernità avevano cercato di dare senso unitario alla realtà: l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo.

Jurgen Habermas si accorse subito della china che avrebbero preso le cose e avanzò una critica serrata al “pensiero debole” individuandone gli obiettivi che erano quelli della superficialità culturale e del disarmo etico.

Quanto abbia pesato il prevalere di questo “pensiero debole” post – moderno ,di cui a Genova si videro le espressioni, sulla realtà politica sembra evidente avendo dato vita a una forma di quel “relativismo politico” che ha avuto il ricasco nell’idea della “decrescita felice”.

“Decrescita felice” che ha trovato spazio tra i fautori del pensiero delle “moltitudini movimentiste” e nella dannazione del “pensiero forte”, della razionalità concreta, del realismo storicista.

Proprio il ricordo del 2001 ci chiama ancora a distinguere tra “pensiero debole” e “senso del limite”.

Una distinzione intesa come base per una nuova concezione dell’ideologia, da cui non scaturisca una semplice idea contrattualistica della democrazia ma un'idea - forza dell'alternativa tenendo ben conto che l'assenza di una sufficiente espressione di soggettività politica è causa non secondaria delle difficoltà che incontrano i diversi sistemi politici i cui protagonisti sembrano trovarsi in difficoltà a trovare nuovi equilibri.

Sarà soltanto sul piano del ritrovare il senso etico del limite dell'azione politica che potrà essere possibile esprimere una critica alla concezione della politica quale mera sfera della mediazione ponendo, invece, il tema dell’interpretazione attiva del rapporto stra struttura e sovrastruttura.

Il rapporto tra struttura e sovrastruttura si è profondamente modificato in questi anni di cambiamento dell’antico meccanismo della globalizzazione , di nuova dimensione nel rapporto tra politica e tecnologia e ancora tra questa e la stessa natura umana.

Quando la struttura economica va in crisi si ha un rivolgimento nella sovrastruttura.

A Genova 2001 non si riuscì a capire che la chiave per affrontare ciò che si stava presentando sulla scena stava in una diversa concezione della soggettività “non presupposta ma posta; non individuale ma collettiva”.

Fu quella di Genova una reazione frutto di uno sforzo generoso ma interno allo spirito dei tempi, di sfrangiamento individualista.

E' mancata la capacità di comprendere come la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale degli uomini e alle loro condizioni di vita e di lavoro.


In quel momento ma anche in seguito si smarrì il senso del comprendere come i diversi momenti della sovrastruttura (le forme politiche della lotta di classe, le forme giuridiche, ecc.) esercitino altresì la loro influenza sul decorso delle stesse lotte, determinandone forma e contenuto.


Oggi si tratterebbe di riproporre, nonostante le segmentazioni in atto , l’imperante paura di massa e il relativo rifugio nell'io, la prospettiva della ricostruzione del “blocco storico” da realizzarsi, prima di tutto sul piano teorico, attraverso la riunificazione delle categorie d’uso della politica di marca anglosassone (policy, politics, polity) allo scopo di esprimere l’unità di un processo storico reale, ristabilendo le connessioni perdute tra il pensiero e l'azione, tra la teoria e la prassi.

L’indicazione di un processo storico reale inteso quale soluzione non speculativa del rapporto d’implicazione tra economia, politica e storia per riproporre, a partire dalla riflessione possibile sulla storia della sinistra europea, il momento egemonico della volontà politica intesa come ricerca ed espressione della critica dell’esistente e del rinnovamento di un progetto di abolizione dello “stato di cose presenti”.





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