PROGRAMMAZIONE di Franco Astengo
Scrive Massimo Giannini su “Repubblica”: Dobbiamo saperlo. Dopo gli americani di
Whrilpool, se ne andranno anche gli indo-francesi di Arcelor Mittal. E sarà un’altra
disfatta, per l’Italia e per il lavoro. Dagli orizzonti sinergici della “Smart
Nation”, che Giuseppe Conte sognava il 9 settembre nel suo discorso di
insediamento alla Camera. Scomparirà anche l’Ilva”.
Siamo di fronte all’ennesimo passaggio nella lunga storia
dell’apparentemente irreversibile declino dell’Italia dei settori fondamentali
nella produzione industriale.
Si tratta del segno tangibile della difficoltà emergente ad
affrontare i punti decisivi di una vera e propria “crisi dello sviluppo” e non
semplicemente di una “crisi nello sviluppo”.
A fronte di una complessità del mercato internazionale che
presenta fortissimi squilibri strutturali anche da parte di quei paesi che si
ritenevano emergenti e che avrebbero dovuto funzionare da nuovi riferimenti
complessivi il quadro generale di riferimento, oggi è tracciato, da un lato dalla
strategia dei dazi da parte degli USA e dalla continuità almeno fin qui
mantenuta delle regole di “austerità” dettate dall’UE.
Si tratta di fattori che ci richiamano a una necessità di un
livello strategico tale attraverso il quale fronteggiare questa fase di
fuoriuscita dallo schema della cosiddetta “globalizzazione” così come questo
fenomeno si era evidenziato a livello planetario nel primo decennio del XXI
secolo.
L’Europa subisce,
forse più di altre parti del mondo, l’impatto di questo stato di cose e si
trova di fronte alla contesa tra identità e globalismo (ben oltre il tema dei
migranti, dominante soltanto per i media e sul piano propagandistico per
l’ultradestra sovranista).
Intanto, mentre si
verificano imponenti spostamenti di capitale, la condizione materiale dei
lavoratori peggiora e la situazione economica complessiva dell’Unione Europea
appare in una situazione di arretramento complessivo che principia a mordere anche
in quelli che si consideravano “punti alti” come la Germania.
Un arretramento
sicuramente non certificabile attraverso le percentuali di crescita o di
decrescita del PIL dei rispettivi Paesi
L’Italia si trova in
una situazione d’incapacità di difesa del proprio residuo patrimonio economico
soprattutto perché si trova di fronte ad uno specifico intreccio perverso tra politica
ed economia che ha finito con il paralizzare scelte di fondo che sarebbero
state necessarie, soprattutto dal punto di vista dell’intervento del pubblico
sia sul piano degli investimenti che della gestione.
Il quadro
complessivo appare di grave insufficienza anche dal punto di vista della realtà
finanziaria e delle infrastrutture.
Il tessuto produttivo nazionale attraversa, da anni, una
crisi strutturale che condiziona l'economia del Paese e non si è mai riusciti a
varare una sintesi di programmazione economica, all'interno della quale potesse
emergere la capacità di selezionare poche ed efficaci misure, in grado di
incrociare la domanda di beni e servizi e promuovere una produzione di medio e
lungo periodo.
Appaiono, inoltre, in forte difficoltà anche gli strumenti
di rapporto tra uso del territorio e struttura produttiva; strumenti ideati nel
corso degli ultimi vent'anni allo scopo di favorire crescita e sviluppo: il
caso dei distretti industriali, appare il più evidente a questo proposito.
Da più parti si sottolinea, giustamente, il deficit d’innovazione
e di ricerca.
Ebbene, è proprio su questo punto che appare necessario
rivedere il concetto d’intervento pubblico in economia: un concetto che, forse,
richiama tempi andati, di gestioni disastrose e di operazioni “madri di tutte
le tangenti”.
Oggi si tratta di riconsiderare l'idea dell'intervento
pubblico in economia; non basta (anzi appare pericolosa) l’idea di usare la CDP
come salvadanaio per acquisire quote di società già pubbliche poi privatizzate
e adesso in totale dissesto (una strategia tipo EGAM tanto per intenderci).
Si evidenzia così un’assoluta mancanza di strategia.
Mentre il mercato internazionale si stava specializzando nei
beni d’investimento e intermedi con alti tassi di crescita attraverso la forte
spinta dei signori dell’innovazione e una forte spinta al decentramento,
l'Italia rimaneva ferma sui beni di consumo con bassi tassi di crescita in un
quadro di sostanziale provincialismo produttivo.
Nel 1990 (queste le responsabilità politiche vere del
pentapartito ben oltre l’aver ricoperto il ruolo di matrice di Tangentopoli e
aver sottoscritto Maastricht con leggerezza) i paesi europei erano in
condizione di debolezza e tutti, tranne Portogallo, Grecia, e Italia, hanno
modificato le proprie capacità tecnico – scientifiche diffuse, al fine di
agganciare il mercato internazionale.
Non a caso i Paesi europei hanno usufruito di una dotazione
tecnologica, costruita anche grazie al supporto e all'intervento diretto del
settore pubblico ed è questo è stato il vero elemento di squilibrio all’interno
dell’UE mentre l'Italia è rimasta al palo nel campo dell'innovazione
rinunciando anche allo sviluppo di segmenti alti del mercato del lavoro,
nell'informatica, nell'elettronica, nella chimica, addirittura
nell’agroalimentare.
Queste sono state le
responsabilità dirette e comuni di quanti si sono avvicendati alla guida del
Paese dal 1992 in avanti: centro – destra, centro – sinistra, tecnici, larghe e
piccole intese, giallo verdi e giallo rossi.
Abbiamo verificato il determinarsi di una vera e propria involuzione
del sistema.
Abbiamo bisogno, invece, di programmazione e di capacità di
gestione verso i soggetti capaci di generare innovazione: l'Università, in
primis, l'Enea, il CNR, le grandi utilities, le infrastrutture.
Si tratta di rilanciare un intervento pubblico in economia
in grado di stabilire criteri vincolanti di collaborazione anche con imprese
miste, nel cui quadro interventi di finanziamento siano collegati alla
generazione di processi di alta ricaduta industriale e al perseguimento di
precisi obiettivi di crescita occupazionale, nei settori avanzati e non
tradizionali.
Si sta delineando un processo lungo e difficile, il cui
presupposto dovrebbe essere quello di non affidarsi semplicemente al mercato e
ai suoi meccanismi.
Deve emergere una capacità di previsione da parte dell’intervento
pubblico, sia sotto l'aspetto della programmazione, che della correzione degli
indirizzi generali: ed è questo che è mancato e continua a mancare da parte dei
soggetti politici.
E’ assente ormai da tempo la capacità di direzione politica
dell’economia e non bastano le grida dei sovranisti che affidano tutte le responsabilità
a Bruxelles (l’Europa impostata sul monetarismo sicuramente ha svolto un ruolo
negativo, però si tratta – per capire – di scavare molto più a fondo).
L’idea dell’intervento pubblico, della programmazione, della
gestione pubblica dei settori strategici si pone dunque naturalmente, come
accennato all’inizio, in diretta relazione con il quadro internazionale e – in
specifico – con il ruolo dell’Italia nell’Unione Europea ma presenta anche
aspetti di indirizzo della politica nazionale da parte del Governo, del
Parlamento, delle Regioni (quest’ultime ormai hanno abdicato riducendosi a Enti
esclusivamente votati alla nomina e alla spesa, fallendo in settori
fondamentali come la sanità e i trasporti).
Sarebbe il caso di discuterne sul serio, fuori dalle
improvvisazioni e dai propagandismi.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie