SI STA TORNANDO
INDIETRO di Franco Astengo
Oggi si sta tornando indietro: non lo scrivo per nostalgia
di quelli che tutti noi consideriamo i “vecchi tempi” cui fare sempre e
comunque riferimento.
Lo scrivo perché sono convinto che la lettura neo-liberista
che ha egemonizzato il pensiero e l'azione politica a partire dagli anni'80
sembra aver dimenticato il fallimento storico della lettura liberale
“classica”.
Il mondo, nel corso del '900, ha imboccato strade del tutto
impreviste dai teorici della civiltà liberale: associazionismo, conflitti di
lavoro, sindacalismo, la vicenda bruciante dei tentativi d’inveramento statuale
dell'ipotesi marxiana, emancipazione dal colonialismo, l'idea delle donne e
degli uomini non più individui separati ma membri sociali.
E' caduta definitivamente l'ipotesi centrale della vecchia
cultura liberale: che l'indipendenza dell'individuo dalla società fosse il
fulcro della libertà moderna.
In questi ultimi
tempi vissuti con crescente indignazione, si è ancora accresciuta la consapevolezza
che, al contrario, proprio l'indipendenza – separazione si è rivelata la
sorgente autentica della moderna illibertà, giacché soltanto nel reciproco
isolamento (pensiamo al consumismo individualistico e all'uso dei nuovi mezzi
di comunicazione e di conoscenza) di tutti può crescere la tentazione dispotica
di alcuni.
L'indipendenza di
ciascuno è soltanto il rovescio di un’universale dipendenza di tutti.
L'individualismo si è rivelato esso stesso una specifica e
storica forma sociale oggi prevalente sia nella destra, sia nella presunta
sinistra, tanto da dar fiato a chi sostiene di non essere più possibile
distinguere appunto tra destra e sinistra.
Nella modernità si tende a non far riconoscere più la
società come una ramificazione storica dell'individuo e non si rivendica più
quella che era stata definita “ partecipazione consapevole”.
A questo proposito pensiamo al passaggio nella struttura dei
partiti dall'integrazione di massa, al “pigliatutti”, fino al partito
“elettorale – personale” o addirittura agito soltanto in via virtuale
attraverso il web.
Un’involuzione nella
forma e nella struttura del partito politico che oggi appare del tutto
vincente, sia pure nel microcosmo della vicenda politica italiana.
Eppure l’idea del partito rimane l'unica arma per evitare
l'inconsapevole e gelida dominazione delle cose sul genere umano e quindi il
privilegio di alcuni su altri.
A mio giudizio il superamento di questo vero e proprio
“blocco” nell'agire politico e sociale fortemente ri-determinatosi nel corso
degli ultimi anni può ritornare a essere d'attualità soltanto affrontando
nuovamente quello che rimane un doppio sbarramento sul piano teorico: il
resistere, sul piano politico, dell'idea che la democrazia rappresentativa
continui a significare il modo più congruo di reggere la società moderna e che sul
piano economico possa ancora essere messa in discussione l'idea che l'economia
di mercato sia la sola efficiente forma di ordinare le forme di produzione.
La brusca chiusura della storia del '900 non può esimerci,
nell'analizzare i due aspetti fondamentali appena citati, dal parafrasare
Claudio Napoleoni: “Cercate ancora!”.
Pervengo quindi alla determinazione di alcune altre opzioni
di fondo che sono rimaste, comunque nel mio orizzonte di ricerca rappresentando
altrettanti fermi “paletti”.
Si sono allargate sul piano sociale le contraddizioni
relative alla messa in discussione della presunta necessità inderogabile che le
“garanzie” dell'individuo siano affidate in eterno al sistema della “libera
impresa”.
Ribadisco qui quella che è ormai maturata come
una convinzione profonda: che il moto della storia pare aver girato all'indietro
la propria ruota .
Si tratta allora di lavorare per invertire la tendenza
cercando nuovi equilibri.
L’esigenza che sorge è quella di muoversi tra “storia del
pensiero politico” e realtà “dell’agire politico”, nella convinzione che il
pensiero politico sia un “pensiero concreto”, coinvolto attivamente nel mondo,
sia come critica dell’esistente, cioè come de-costruzione, sia come costruzione,
cioè come progetto di edificare un ordine migliore, ovvero rispondente a
criteri di legittimità diversi da quelli dell’ordine presente.
Il riferimento è rivolto a un pensiero politico in grado di
esprimere interessi, finalità aspirazioni ben individuabili che, a partire da
precisi punti di vista di determinate soggettività sia capace di interpretare
le sfide reali della storia, rispondendo in base a parametri e a esigenze di
volta in volta mutevoli.
Questo intreccio di
esperienze teoriche e pratiche, di critiche e di costruzioni, di riflessioni e
di azioni, dovrebbe articolarsi tanto come “dottrine politiche” (cioè come
apparati intellettuali complessi, riflessioni più o meno direttamente orientate
alla prassi, che sono anche organismi storici in continua trasformazione)
quanto come “concetti politici” (cioè come le strutture categoriali che
organizzano le dottrine, che ne sono per così dire lo scheletro teorico).
Serve legarsi a un filo conduttore, coscienti del fatto che
ciò non significa che il pensiero politico si sia rivolto sempre ai medesimi
problemi attraverso le medesime categorie.
Al contrario è necessario prestare grande attenzione e
insistenza nel mettere in luce che, se è vero che i concetti politici sono la
struttura-ponte di lungo periodo, è anche vero che solo le trasformazioni
epocali, il mutare degli orizzonti di senso, il modificarsi catastrofico degli
scenari sociali e politici, oltre che intellettuali, hanno consentito ai
concetti politici di assumere di volta, in volta, il loro significato concreto.
Insomma, è necessario mettere in rilievo che la concretezza
del pensiero politico consiste proprio nel fatto che esso aderisce alle
drammatiche discontinuità dell’esperienza storica, e anzi le riconosce, le
interpreta, le mette in forma. . Ed è importante anche sottolineare la
coesistenza della storia del pensiero con la geografia del pensiero,
rivolgendosi quindi all’illustrazione tanto dell’evolversi delle tradizioni
intellettuali che innervano la riflessione politica quanto le specificità,
rilevanti e riconoscibili, con cui ciascuna delle grandi aree geografiche le hanno
sviluppate e interpretate.
Occorre mostrare, come, di volta, in volta nel corso della
storia sia strutturato quello spazio in cui si sono attuate le relazioni tra i
sistemi politici; il rapporto tra la politica e la guerra (o la pace), fra
l’ordine interno e l’ordine (o disordine) esterno.
Si deve avere fiducia, ed è questa l’unica nota di ottimismo
permessa, nell’importanza e nell’efficacia formativa della storia del pensiero
politico, nel suo senso più vasto, fornendo strumenti per interpretare lo
spessore storico e concettuale, per decifrare i momenti di crescita e di crisi,
di dramma e di trionfo, di chiusura localistica e di apertura universale della
nostra civiltà intellettuale e politica.
Il tema della crisi della democrazia rappresentativa appare
sotto quest’aspetto tema assolutamente determinante.
Quel che è certo che la crisi della democrazia
rappresentativa come “fine della politica” non appare più, come si pensava un
tempo, un’ipotesi – limite da evocare alla stregua di una provocazione
speculativa.
Sembra proprio che abbiamo ormai perduto la capacità di
indagare sul variare delle “forme”, dei soggetti, dei luoghi della politica nel
contesto della post – modernità dominata ormai dalla relazione tecnica /vita e
di conseguenza tecnica / politica nella logica del superamento definitivo del
confronto delle idee.
Siamo pigri nel cercare di capire cosa ha resistito e cosa è
completamente deperito dei tradizionali dispositivi teorici davanti ai
mutamenti che hanno sconvolto le figure più familiari dell’analisi politica e
sociologica.
Una pigrizia che ha portato, ad esempio, a decretare
anzitempo la fine dei due soggetti portanti nell’analisi politica del ‘900: le
classi e lo Stato Nazionale.
Abbiamo ceduto al mito della “società complessa”
arrendendoci all’apparente primato della “governabilità” senza vedere quanto
restava di ancorato nella società di sopraffazione e sfruttamento (del lavoro,
dell’ambiente, di genere) come base di quello che dobbiamo continuare a
definire come “arretramento storico”.
Si sta tentando di imporre una verticalizzazione del potere
incontrollato da una sorta di autonomia della “società orizzontale”: un nuovo
feudalesimo tecnologico basato su di un impianto esclusivamente
individualistico fondato sulla riduzione drastica della rappresentanza politica
e dall’imposizione della centralità assoluta del “potere”.
Una riflessione nel senso di un recupero dell’equilibrio tra
rappresentanza della complessità sociale e gestione del potere potrebbe
rappresentare un primo punto d’inversione di tendenza rispetto all’annunciato
declino della democrazia avendo compreso appieno che è difficile definire i
termini di una nuova fase di transizione.
Per questo motivo la sinistra esiste nel rapporto tra
complessità e contraddizioni ma per esprimersi ha bisogno di essere ricostruita nelle sue possibili
espressioni di soggettività politica.
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