DIVERSITA’ di Franco Astengo
All’improvviso in libreria è scoppiato il boom dei saggi
dedicati alla memoria del PCI.
Nelle pagine culturali di “Repubblica” ne ha scritto
Siegmund Ginzberg recensendo tre volumi di carattere biografico dedicati,
naturalmente da autori diversi, a personaggi molto particolari che avevano
attraversato il mondo comunista negli anni di fuoco dai ’30 ai ’50.
Patrick Kelsen ha pubblicato: “Vittorio Vidali, vita di uno
stalinista”; Giorgio Vecchio “Emilio Sereni, l’intellettuale e il politico”;
Elia Baffoni e Peter Kammerer “Aldo Natoli. Un comunista senza partito”.
Non entro qui nel merito delle specifiche argomentazioni
riservate da Ginzberg a ogni singola opera: nel testo è citato anche
l’importante “Il tramonto dell’avvenire” di Paolo Franchi che ricostruisce le
vicende della sinistra italiana dal 1976 a oggi.
Riprendo soltanto il punto finale utile a consentirmi anche un’osservazione
legata alla realtà locale savonese e ad alcune iniziative che proprio alla
memoria del PCI sono state dedicate nel corso degli ultimi mesi.
Ginzberg conclude il suo articolo con queste parole:
“Nostalgia di questo
tipo di partito? Certo che no. Ma forse un po’ sì. Con una cautela. La
convinzione di essere geneticamente, moralmente superiori agli altri può essere
una risorsa. Ma è anche autoinganno. Rischia di alimentare fanatismi. E
soprattutto rende più difficile fare politica, cioè interagire con gli altri”.
In queste parole sembra tornare nemmeno troppo sottotraccia
il tema di una “diversità”.
La “diversità”: quel tratto distintivo che si volle
cancellare con la svolta in nome dello “sblocco del sistema politico” e che
oggi, attraverso la memorialistica, sembrerebbe tornare, in una qualche misura,
sulla scena delle possibilità di espressione d’identità politica.
Per una combinazione del tutto fortuita proprio mentre
queste biografie di rivoluzionari (ma non solo) arrivavano in libreria, nella
periferica e provinciale Savona ci si misurava proprio con quella memoria e con
l’identità che il PCI aveva mantenuto nel corso degli anni del fulgore nella
presenza politica del Partito.
Sabato 28 ottobre, dopo che già si erano svolte altre due
iniziative legate alla realtà che fu rappresentata dal PCI e maggiormente
legate alla realtà savonese, un centinaio di militanti ha partecipato a una
discussione incentrata proprio su “Memoria e Identità del Partito Comunista
Italiano”.
Da quel consesso si può dire che, in maniera del tutto
involontaria, sia arrivata una risposta al tema sollevato da Ginzberg nel merito
della superiorità morale e della (tanto temuta) “diversità”.
Il confronto savonese, infatti, ha girato attorno a due
punti:
1) Il
peso del filtro della concezione di classe nell’agire politico posto anche
rispetto al punto riguardante l’intendere della “questione morale” come “piena
questione politica”;
2) L’intreccio
tra politica e cultura. Un intreccio che partiva da una concezione della
cultura di tipo classico, di studi robusti e solidi. Un’impostazione che fu
anche all’origine di ritardi nel riconoscere il ruolo di determinate
avanguardie ma che consentì di realizzare un’inimitabile selezione dei quadri
dirigenti e di consentire un incontro, sicuramente tormentato e complesso, ma
comunque realizzato con i movimenti.
Toccando questi due punti il convegno savonese, pur nella
modestia di una realtà periferica, ha dunque affrontato per intero l’oggetto
della preoccupazione di Ginzberg: se si pensa alla memoria del PCI come punto
di ritorno sulla scena del dibattito politico di una connessione tra politica e
cultura per favorire una “presenza etica” allora si può ben dire che vale la
pena di riprendere ciò che è stato senza timori di nostalgie di un’élite
rinchiusa in una diversità quasi come se si trattasse di una torre d’avorio.
Un punto di riflessione che forse può essere utile se ancora
si vuol pensare a un processo di ricostruzione a sinistra.
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