A OTTO ANNI DALLA SCOMPARSA
DI LUCIO MAGRI di Franco Astengo
Sono passati otto anni e il ricordo di Lucio Magri è rimasto
vivissimo in chi lo aveva conosciuto e la sinistra italiana soffre ancora del
vuoto di pensiero che ha lasciato.
Avevamo scritto, in quel tragico giorno che Lucio aveva
varcato in piedi l’estremo confine tra la vita e la morte, sfidando all’estremo
umano quell’idea di razionalità illuminista che ne aveva contraddistinto
l’esistenza quasi come un segno del destino, fino a far apparire quasi
“snobistica” o eccentrica la sua volontà di trasformare l’uomo e le cose.
Avevamo scritto anche di Lucio Magri come dell’eretico della
sinistra italiana, che ci aveva lasciato così confermando ancora una volta come
la coerenza rappresentasse davvero il fondamento insopprimibile del suo lucido
pensiero: lo svolgersi ultimo della sua vita, sul piano degli affetti privati e
dell’orizzonte pubblico, non gli consentiva più di riconoscersi, solo tra gli
altri come sempre.
Oggi si può ben modificare il giudizio di “eresia” almeno
nel senso della testimonianza solitaria: Lucio non fu, in questo senso, un “eretico”
ma – verrebbe da dire – un lucido anticipatore e con lui tutto il gruppo che
aveva dato vita all’esperienza del “Manifesto”.
Questo dato della capacità di anticipazione oggi dovrebbe essere
riconosciuto: in politica la preveggenza non è sempre una virtù o una garanzia
di successo ma in questo momento alla sinistra italiana che necessità di una
vera e propria “ricostruzione” servirebbe una forza di “visione”, al fuori
della pedestre ricerca della quotidianità e dell’acconciarsi alle effimere mode
momento.
Scriverò soltanto poche righe sul percorso politico di Lucio
Magri, cercando di stare dentro ad un solo passaggio: quello che l’ha portato a
essere tra i protagonisti dell’unica visione alternativa “da sinistra” sofferta
dal più grande partito Comunista d’Occidente, nel corso della sua storia complessa
durante il non dimenticabile ‘900.
Una visione alternativa che alla fine, penso alla relazione
svolta al seminario di Arco, servì anche per dire che quel partito non poteva
essere chiuso e spazzato via dalle dinamiche della storia, perché era stato
capace di esprimere, all’interno del suo grande corpo di comunità militante di
uomini e donne, un’articolazione di pensiero capace di affrontare l’insieme
delle contraddizioni del nostro essere moderni.
Adesso stiamo ancora
rendendoci conto di quanto ci manchi quella forza d’indicazione politica e
quanto di negativo sia stato prodotto il non essere stati capaci di seguirla.
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