PER
RILANCIARE IL PROGETTO DEL DIALOGO “GRAMSCI –MATTEOTTI”
Care
compagne e cari compagni, appare di buon auspicio una ripresa di movimento che
vede, in questi giorni, protagonisti i giovani.
Senza
alcuna volontà di strumentalizzazione e in piena onestà e autonomia
intellettuale appare però necessario offrire al movimento una possibilità di riferimento
più propriamente politico.
Il
tentativo dovrebbe essere quello di rivolgersi sì all’innovazione ma proponendo
un forte legame con la tradizione più alta della sinistra e del movimento
operaio in Italia.
Abbiamo
cercato di far questo attraverso l’identificazione di due figure come quelle di
Gramsci e Matteotti che possono essere sicuramente segnalate sia sul piano di
una riflessione di carattere generale sia sul terreno dell’azione politica
immediata.
L’obiettivo
allora è quello di contribuire a superare ogni divisione e remora del passato
non proponendo semplicemente una “nuova unità della sinistra” ma l’elaborazione
libera di un progetto di vera e propria ricostruzione di una sinistra
costituzionale.
Ritengo
allora importante riprodurre di seguito questo testo che circola ormai da
qualche settimana chiedendo a interlocutrici e interlocutori interessati di
allargarne la conoscenza e se possibile trasformarlo in fatto giornalistico.
Come è già stato sostenuto in passato deve
essere ribadita la necessità di
realizzare sulla base di questo documento un incontro a livello nazionale.
Incontro
che veda protagonisti diversi soggetti culturali e politici da impegnare in un
lavoro indispensabile di ricostruzione nella presenza della sinistra italiana.
Coloro
che pensano di poter disporre di strumenti organizzativi adeguati sono pregati
di mettere in calendario iniziative di discussione sul tema della soggettività
politica.
Grazie
per l’attenzione di tutte/i.
PER
LA RICOSTRUZIONE DELLA SINISTRA ITALIANA:
LINEE
DI SUCCESSIONE
di
Franco Astengo e Felice Besostri
Da molto tempo
la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria
ricostruzione.
Alcuni punti
fermi di una tale rifondazione sono a nostro avviso ben individuabili e
costituiscono i presupposti fondamentali della possibile ripartenza:
1) L’inutilità
del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca
riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al
fallimento;
2) la
necessità di richiamarsi ad un patrimonio storico e culturale valido sia sul
piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti
antiche divisioni. Di qui l’impegno ad evitare d’ora in avanti ogni ridicola
diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni
pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc.,
ecc.;
3) è
ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad
Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi)
l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e “fratture” fondamentali, incrociandole però
con le nuove contraddizioni imposte dal presente. Se da una parte infatti non
basta più da sola l’antica “contraddizione principale” fra capitale e lavoro,
certo non si può neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando
campo solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro
strettamente legata al modo di produzione, o una strategia dei diritti
riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di genere. Occorre invece
tornare a pensare insieme i due piani: materiale e immateriale, struttura e
sovrastruttura, economia e diritto. Le faglie oggi definite “post-
materialiste” devono stare dentro una strategia complessiva di trasformazione
dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo,
occorre cambiarlo”;
4) Strettamente
connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica,
finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi
individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della
democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi
dall’aprire ad un’epoca di “noia democratica”, ad un mondo pacificato
all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra
infinita” ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o
“democrazia recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie
potenzialmente antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento
elettorale e partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare
messo pericolosamente in discussione. Per questo la sua rifondazione è oggi più
che mai una priorità per una nuova sinistra che voglia essere all’altezza delle
sfide del tempo nuovo;
5) della
crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche alcune pulsioni che
pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche, a quelle imperialiste,
al ritorno di fantasmi quali il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo
ovviamente deve essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche
internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta infatti elementi di
emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda
modificazione del processo di globalizzazione, così come si era presentato alla
fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del
2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane quello di un rilancio concreto
dell’internazionalismo e della prefigurazione di un modello economico e sociale
alternativo a quello neoliberista;
6) in
questo quadro un “dialogo Gramsci - Matteotti”, che parta dalla loro analisi
dell’avvento del fascismo dopo la fine della Grande Guerra, può essere
propedeutico ad un rinnovato discorso culturale e politico di sinistra
all’indomani della fine della Guerra Fredda (e in presenza dei ricordati
fenomeni di crisi della democrazia e di fascismo di ritorno). Non ci interessa
costruire una sorta di Pantheon comune fra compagne e compagni che hanno
vissuto passate divisioni e che invece oggi sono unicamente impegnati ad
affrontarne sfide nuove ed inedite; molto più interessante semmai una ricerca
in mare aperto su quelle che definiamo “linee di successione” rispetto ai
grandi del pensiero e dell’azione politica di sinistra del ‘900.
Ritornare a
Gramsci e Matteotti dunque. E non solo in ragione del grande valore morale e
politico rappresentato dalla loro comunanza di martirio, ma soprattutto per
alcuni tratti comuni della loro analisi. Che ci paiono tanto proficue a tanta
distanza di tempo ed entro tutt’altra temperie politica e sociale.
Come preziosa ci
appare la coerenza e l’intransigenza, scevra di settarismo, che sempre sottese
la loro vita.
Sicuramente
qualcuno potrà trovare fra i due autori testi o passaggi contradditori tra
loro: condanne reciproche, interventi svolti sull’onda del contingente, che in
apparenza parrebbero smentire la praticabilità di una ricerca attorno appunto a
comuni “linee di successione”, ma si tratterebbe di letture superficiali e
strumentali. Non ci si rapporta così ai classici. E Gramsci e Matteotti sono
certamente dei classici della nostra modernità politica.
Di certo a noi
non interessa indulgere in polemiche di corto respiro.
Molto più utile
fissare alcune “linee” di lavoro:
1) intanto
l’impegno a sviluppare una adeguata “profondità di pensiero politico”. Potrebbe
essere utile in questo senso riscoprire la categoria di “pensiero lungo”, a
indicare uno sforzo di analisi e proposta che abbia respiro e profondità;
premessa indispensabile tanto alla ricerca delle origini classiche di una
teoria critica dell’esistente, quanto alla immaginazione e realizzazione di
scenari futuri all’insegna della qualità e della civiltà;
2) recuperare
poi la capacità di riflessione e intervento sul presente che fu innanzitutto
propria di Gramsci e Matteotti. Se il primo infatti è stato tanto
l’organizzatore degli operai di Torino, quanto l’acuto interprete dei termini
essenziali della “questione meridionale” (all’epoca coincidente in larga parte
con la “questione contadina”), Matteotti è stato il riferimento dei braccianti
di una delle zone più povere e d’intenso sfruttamento, quella del Delta del Po,
ma anche chi indagò e denunciò le trame spesso oscure che intrecciavano già
allora finanza e sfruttamento delle fonti energetiche;
3) ma
decisiva è anche la questione morale. In Gramsci essa costituiva una sorta di
stile di pensiero e di vita, strettamente connessa alla fatica del pensiero, al
rigore degli studi e delle analisi indispensabili all’azione politica di una
classe operaia che doveva essere classe dirigente nazionale. Ebbene era la
stessa serietà e intransigenza che animava Matteotti, quella che sempre ne
sostenne l’azione politica e parlamentare; si pensi solo alla capacità
d’inchiesta, alla fermezza con cui agitò proprio la “questione morale” in
faccia al fascismo rampante, quella stessa che costituì la vera ragione della
sua condanna a morte;
4) ora
fu proprio una radicale e coerente capacità di analisi a consentire sia a
Gramsci sia a Matteotti di antivedere le dinamiche sociali e politiche che
avrebbero portato al regime fascista. La cosa è tanto più significativa perché
le loro intuizioni si sviluppavano in un clima nel quale, anche in ambiente antifascista,
inizialmente ci si illuse che il movimento mussoliniano potesse essere solo un
fenomeno passeggero, una “parentesi”, magari addirittura utile per riportare
all’ordine liberale, dopo i drammi della guerra mondiale e dell’immediato
dopoguerra. Del resto allora addirittura a sinistra vi fu chi non riuscì a
cogliere la pericolosità del fenomeno, considerandolo mero elemento
degenerativo del capitalismo, cui ovviare attraverso il mero rilancio della
dinamica della lotta di classe.
Ebbene le
analisi ben altrimenti approfondite di Gramsci e Matteotti, un certo stile
intellettuale e morale, tornarono utili non solo dopo il 1945 per la
ricostruzione dei grandi partiti della sinistra dell’Italia repubblicana, ma
mantengono un’intatta utilità ancora oggi, in un paese in cui la sinistra è
letteralmente scomparsa e ci troviamo di fronte a problemi immani ed inediti di
rifondazione e ricostruzione.
Per questo ci
sembra indispensabile avviare un processo di “confronto costituente”. Gramsci e
Matteotti possono contribuire a trovare la giusta direzione di marcia.
Resta per altro
per noi chiaro che quella che ci attende non è una operazione di mero valore
scientifico, individuare infatti le linee “di frattura” e “di successione” deve
servire a meglio preparare il terreno per lo sviluppo del più alto livello
possibile di progettualità sistemica.
Se ancora a
cavallo tra il XIX il XX secolo definire cosa fosse il socialismo era
abbastanza semplice e la divisione era su come raggiungere l’obiettivo di una
società senza classi e con i mezzi di produzione in proprietà collettiva, oggi
non solo in quel che resta della sinistra ci sono profonde differenze
programmatiche, ma proprio il punto del socialismo è tutt’altro che condiviso.
Si tratta dell’ennesima riprova della profondità di una crisi che è politica,
teorica, morale, di classi dirigenti.
Di qui
l’esigenza, che avvertiamo impellente, di un ripensamento dei fondamenti di una
teoria e pratica politica che possano dirsi di sinistra, socialiste,
riformiste, radicali, intransigenti.
Partire da
Gramsci e Matteotti dunque come modo migliore per riprendere il cammino. Per
dare sostanza ad un progetto politico ambizioso: che mira a ridare a poveri e
sfruttati il loro partito e alla democrazia italiana una soggettività politica indispensabile.
Necessaria alla sua qualità, alla sua rappresentatività, alla sua stessa
sopravvivenza.
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