domenica 2 novembre 2014

Cosa doveva fare il PCI: sciogliersi prima! di Gianni Marchetto



Parlo per me: prima di iscrivermi al PCI (nel 1966) avevo avuto modo di leggere “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler e la “Fattoria degli animali” di George Orwell (era un opuscolo illustrato). Chi mi ha iscritto era un compagno che avevo conosciuto lavorando in FIAT (diventai suo “socio” di lavoro). Era questi un ex partigiano che insieme a pochi altri, aveva “tenuto botta” per tutti gli anni ’50 e ’60, aspettando il ’68 e ’69. Mi intrigò di più la storia e l’esperienza di questi compagni che non i libri che avevo letto: da lui accettai la mia iscrizione al PCI. Perché? per un effetto imitazione: volevo diventare come lui. Lui non aveva nessun timore reverenziale rispetto al Direttore di stabilimento, lui aveva una personalità molto spiccata, lui aveva le pareti di casa colme di libri. E io ambivo alla mia emancipazione, che trovò modo di esprimersi all’interno del PCI.
 
Parlo per me: penso che il PCI dovesse sciogliersi ben prima del suo “suicidio” avvenuto dopo il crollo del muro e la fine ingloriosa (ma inevitabile) del cosiddetto socialismo reale. E il periodo io lo intravedo nella fine degli anni ’70, proprio a ridosso delle maggiori vittorie e conquiste. È inutile enumerarle qui perché da tutti risapute. In sintesi: era venuto a maturazione un cambio di paradigma. Da pochi e “indottrinati” (militanti del PCI) a molti impegnati nei vari campi: dai Delegati Sindacali in migliaia e migliaia di aziende, alle centinaia di Consiglieri Comunali e il tutto in una nuova unità sui problemi concreti sia nelle aziende (unità sindacale) sia nei territori (unità tra PCI e PSI e altre forze politiche). In pratica bisognava forzare per un nuovo inizio e non invece fare da freno (come avvenne per responsabilità maggiore del PCI) alla possibilità di una unità del mondo sindacale: almeno a partire dai metalmeccanici che erano più avanti degli altri.
Negli anni ’70 specie nelle grandi fabbriche del nord, sulla scorta delle conquiste del ’68 e del ’69 in merito ai Delegati e ai Consigli di Fabbrica, si andò ad una prima sperimentazione di superamento da una parte del “leninismo” (vedi come ti “educo il pupo”) e dall’altra della sola “democrazia delle opinioni” (di marca liberale), per approdare invece alla “democrazia cognitiva” = la validazione consensuale: con le assemblee retribuite e la partecipazione diretta dei lavoratori.
Parlo per me: sul finire degli anni ’70 e negli anni ’80 mi capitò di andare diverse volte nei paesi dell’Est. Per il sindacato andai in URSS per quasi un mese. E in questi viaggi ebbi la conferma che questi regimi non erano riformabili (cosa per la quale ero ormai convinto dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968) e dopo il fallimento della “Riforma Kossighin” nel 1966, nell’URSS.
Visitai parecchie aziende e con mia sorpresa (negativa) notai il compromesso che teneva in piedi la baracca: “io non rompo le balle a te, tu dai a me il tuo consenso”, un po’ alla maniera che in Italia la DC esercitava il suo consenso (specie nella pubblica amministrazione), per cui il Partito Comunista dell’URSS somigliava parecchio alla nostra Democrazia Cristiana. In fondo, in fondo il regime “comunista” stava in piedi sulla scorta di 3 P: Poca produttività, Poco salario, Pochi consumi e con tre poco chi accontentava: gli individui mediocri, quelli che si accontentano, la gente pigra. Gli individui più curiosi, i più intraprendenti erravano continuamente da un’azienda all’altra alla ricerca di posti di lavoro dove l’autoritarismo e il paternalismo fosse al minimo e dove ci fossero le occasioni di welfare aziendale migliori.
È vero, non era dappertutto così. Nelle aziende dove si producevano armamenti, c’era lì concentrato il massimo della esperienza operaia, della tecnica e del meglio della scienza. Quel tanto che i “prodotti” facevano la punta a quelli americani! e questo fin dalla nascita dell’URSS. Un bel paradosso: una società nata contro e per far finire la guerra che primeggia nella produzione di strumenti di morte!
Il nodo della “continuità”. Riporto le cose scritte nel libro di A. Minucci (La crisi generale tra economia e politica, Ed. Voland Srl) è il capitolo V° che parla del “Nodo della continuità”. Mi ha colpito nel senso di non trovare niente o quasi nello sviluppo delle rivoluzioni “socialiste” nel 20° secolo: cosa mai esisteva in quelle società che fosse in embrione il “socialismo” che poi si sarebbe instaurato? C’era in Russia? C’era in Cina? Erano completamente assenti! Anzi (ed è di questi tempi) il Partito Comunista Cinese è attualmente a capo di una modernizzazione a carattere capitalista con annesso sfruttamento dei lavoratori, di alienazione di larghe masse e tutto l’armamentario tipico della fase di costruzione del capitalismo... del tutto opposta la storia della borghesia, la quale prima di arrivare a tagliare le teste di nobili e clero (nel 1789) si era insediata in tutta la società di allora.

Veniamo a noi, in Italia. Contraddizioni: il PSI nella dottrina non era statalista, nella pratica avviò (con il primo centrosinistra) tutta una serie di nazionalizzazioni, da quella dell’energia elettrica, ad altre. Il PCI nella dottrina era statalista, nella pratica divenne “localista”: assieme ai socialisti nei decenni dopo la Liberazione avviò un vera e propria civilizzazione nei territori dove questi avevano la maggioranza dei voti. E quasi sempre con i “bilanci in rosso”: per fare investimenti, ecc.
Parlo per me: il cambiamento di paradigma era imposto quindi dal protagonismo delle masse e chiedeva il superamento di una certa logica allora predominante in tutte le formazioni di sinistra e nei sindacati: IL PREDOMINO DEGLI INTELLETTUALI CON ORIGINE UMANISTA. Sia chiaro un predominio più che meritato, quello dall’aver “tradito” la propria classe di appartenenza (la buona borghesia) e di essersi messi al servizio della classe operaia e dei ceti meno abbienti, fornendo a questi, per decenni, un impianto culturale a loro sconosciuto. Era venuto a maturazione di aver degli “intellettuali” di origine tecnica. Che sapessero di cose di produzione, di prodotti, e non invece di analisi sopraffine, del come le avevamo prese di santa ragione, sempre dopo però, e completamente vacui nel disegnare un futuro possibile.
In pratica, a quando una opera tipo quella che alla fine del 1700 fecero i borghesi illuministi francesi con Diderot & D’Alembert con la loro splendida “Enciclopédie” che era un grande archivio di tutte le opere e le scoperte della borghesia di allora. Io così la penso: chi si metterà in questa opera potrà sul serio ambire ad essere colui il quale avrà come compito l’organizzare il sapere diffuso attuale presente nella attuale società.
Parlo per me: e non sarebbe ancora adesso compito per una nuova ripartenza? Quello di mettere in fila tutte le conquiste e le “scoperte” del movimento dei lavoratori dalle sue origine fino ai giorni nostri, da un lato per archiviare definitamente quelle che hanno fatto fallimento, dall’altro per esaltare invece quelle che hanno avuto fortuna. E consegnarle alle giovani generazioni che a parer mio ne sanno poco, per la cesura avvenuta tra l’esperienza della mia generazione e le attuali.

2 commenti:

Unknown ha detto...

Che sia il momento della ripartenza non lo metto in dubbio, quello che non mi convince sono tutti quei "parlo per me". Domando dove eravamo negli anni settanta ed ottanta quando il "revisionismo" aveva conquistato la dirigenza del PCI? Nessuno di noi lo dice, nessuno di noi dice quando ed in che occasione alzò la voce per mettere un freno a quello stato di cose. Oggi, me compreso, abbiamo l'ardire di prendercela con i nostri dirigenti di allora dicendo che avevano sbagliato tutto. Troppo Comodo Compagni, troppo comodo. Prima di criticare accorrerebbe una profonda seria e spietata autocritica e poi se si ritiene, partire in tromba addossando ad altri tutte le responsabilità del mondo. Buona sera compagni.
P.S. da quanto detto escludo uno sparuto gruppo di compagni che effettivamente la sua battaglia l'ha condotta in quegli anni, dal di fuoti del PCI per, questa l'unica loro pecca.

Anonimo ha detto...

Condordo con ciò che dici compagno Vincenzo. Aggiungo che la tagliola revisionista era già presente negli anni sessanta, tant'è vero che più d'uno subì la sorte, che è stata anche mia, di essere buttato fuori. Quanto al resto, credo che nessuna "forografia", per quanto accurata, sia in grado di definire un periodo storico. Ciò vale sia per il PCI, sia per il cosiddetto socialismo reale. Ogni spiegazione dell'accaduto, per quanto accurata, se è priva dell'analisi complessiva, anche dal punto di vista storico, rischia di approdare a soluzioni istintivamente condivisibili, ma sempre con la spada di damocle protesa a ricordare, che si può ancora sbagliare e soprattutto che l'analisi del passato è stata approssimativa.
G. Angelo Billia

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