“Il mito della
continua crescita economica non è più che un mito; il lavoro sta cessando di
avere un valore coesivo tra individui e strati sociali; aumenta sempre più il
divario tra chi ha e chi non ha, così come la differenza tra i destini dei
singoli o tra ciò che significa vivere in un luogo e non in un altro; mentre la
secolarizzazione aggredisce alla radice l’intero mondo valoriale e simbolico
dei tradizionali rapporti tra gli individui.
In tutta l’Europa,
insomma, si profila una crisi profonda dai contorni ancora imprecisi ma di
sicuro inquietanti improvvisamente la democrazia si è trovata davanti a un ospite inatteso: la povertà in crescita.
Mentre masse sempre
più ampie appaiono ideologicamente allo sbando, mentre si afferma dovunque e a
ogni occasione un rabbioso sentimento di rivolta contro l’élite”.
Queste parole, che descrivono con grande efficacia la
situazione storica che stiamo vivendo in questa parte del mondo, non sono il
frutto di un’elaborazione di un qualche “think-thank” dell’estrema sinistra ma
sono contenute in un articolo del prof. Ernesto Galli della Loggia pubblicato
dal “Corriere della Sera” il 20 Novembre.
La risposta che Galli della Loggia fornisce a questo stato
di cose (del resto contenuta nell’occhiello del titolo “Una democrazia da
rifondare”) è quella di un riappropriarsi della politica da parte dei cittadini
attraverso una ridefinizione delle procedure democratiche intese nel senso
della “democrazia del pubblico”.
Scrive, infatti, ancora Galli della Loggia nello stesso
articolo:
“ ..Mettere da parte
una prassi orientata alla “via di mezzo”, al “c’è sempre qualcosa per tutti”, e
viceversa provare a pensare la realtà in modo inedito e radicale (che vada alla
radice delle cose) organizzando in tal senso anche il meccanismo delle
decisioni: senza vietarsi ad esempio di immaginare pure regole e istituti
nuovi.
Alla fine, riscoprire
il “politico” dovrebbe voler dire per la democrazia innanzi tutto questo:
riscoprire e riformulare il concetto di sovranità, e con esso la necessità
creativa imposta periodicamente dalla vicenda storica.
La sfida che essa
dovrà affrontare in futuro consisterà probabilmente nel restare se stessa, con
i suoi principi costituzionali (il consenso, le libertà individuali e il “governo
per il popolo”) ma avere il coraggio di osar di uscire dalle forme del suo
stesso passato, di trovarsi vesti nuove, un nuovo soffio ispiratore”.
Che cosa propone, in sostanza, il prof. Della Loggia:
estraendo due passaggi dal suo intervento si potrebbe pensare a un nuovo
modello democratico fondato su di un demiurgo che “governa per il popolo”
assumendo le decisioni andando “alla radice delle cose” nell’organizzazione del
meccanismo delle decisioni stesse.
Quindi la “democrazia
del pubblico” con il dialogo diretto tra il Capo e le masse e le decisioni
calate dall’alto e assunte in via plebiscitaria fuori dall’intermediazione dei
partiti e delle rappresentanze sociali.
Appare evidente che, in questo caso, ci troveremmo su di un
crinale molto pericoloso perché sarebbe su questa base che si ridefinirebbero il concetto di sovranità e lo stesso quadro
delle libertà individuali, concesso soltanto all’interno del quadro dato dal
meccanismo plebiscitario e fuori dalla possibilità di organizzare corpi
intermedi che non siano quelli di supporto al potere del demiurgo.
L’articolo di della
Loggia contribuisce, quindi, a precisare il tipo di regime verso il quale ci si
sta incamminando e proprio la descrizione che vi è contenuta circa l’attualità
fa risaltare l’assoluta assenza di una risposta da parte dei soggetti che
dovrebbero essere rappresentativi di quei settori sociali maggiormente
penalizzati dalla crescita del “divario tra chi ha e non ha”.
Si pongono quindi due questioni:
1) La
prima è quella della qualità della democrazia che non può essere disgiunta da
una messa in campo da una iniziativa posta nel senso non tanto di difesa quanto
di riaffermazione delle centralità del dettato costituzionale considerato proprio
sotto l’aspetto dell’architettura dell’equilibrio dei poteri, dell’esercizio
della rappresentanza, della centralità del Parlamento. La centralità del
parlamento non può essere sacrificata
all’idea di una governabilità realizzata attraverso un rapporto
extra-parlamentare di tipo – appunto- plebiscitario;
2) Quanto
affermato al punto 1 però non basta. E’ assolutamente indispensabile e
necessario che siano posti gli interrogativi giusti davanti alle grandi masse
di popolo sofferenti per la crescita del divario economico e sociale e per la
riduzione di espressione democratica. Il più importante tra questi è quello storicamente
definito nei periodi di grande oscurantismo culturale: socialismo o barbarie?
Non si tratta di un interrogativo retorico da usare per “far
votare un’illusione” (come sostiene oggi il leader di Podemos, Iglesias) ma da utilizzare
molto concretamente per disegnare un orizzonte
storico pienamente alternativo al plebiscitarismo cesarista incarnato dal nuovo
demiurgo che dalla televisione parla a tutto il popolo.
L’ideale del socialismo deve essere considerato come meta
imprescindibile del processo di eguaglianza Tanto per sgomberare il campo da
possibili equivoci per ciò che si itnende esprimere attraverso questo
intervento proprio oggi, tra l’altro e finalmente, un altro professore, Stefano
Rodotà, scopre la debolezza del concetto di “solidarietà”. Un’ammissione davvero non da poco sul piano teorico anche
per chi intende rimanere comunque all’interno del campo liberaldemocratico non
soltanto in campo istituzionale.
L’idea del socialismo radicalmente alternativa alla
avanzarsi della barbarie: abbiamo bisogno di riprendere quell’idea, proprio l’idea
del socialismo, e di inverarla ancora in una soggettività collettiva.
Rosa Luxemburg “Socialismo
o Barbarie” da Juniusbruchum, Zurigo 1915.
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