domenica 2 novembre 2014

Il lago e le ninfee. di Mimmo Filippi


“C’era una volta, in una verde e ridente vallata, un paesello; poco distante c’era un bellissimo lago, grande, profondo, limpido, pieno di pesci, con acque pure e fresche che in continuazione venivano rinnovate da un torrente che scendeva da un ghiacciaio e proseguiva poi verso la pianura.
Per gli abitanti del paese il lago era tutto: da esso traevano acqua per dissetarsi, pesci per cibarsi, giunchi per intrecciare canestri; sulle sue rive venivano  tanti turisti, d’estate per godere di un po’ di frescura, d’inverno per pattinare sulla sua superficie gelata e compatta, e portavano ricchezza al paese.
Nel bene, ed anche un po’ nel male, il lago era l’autentico motivo di vita degli abitanti di quel luogo felice ed essi, ben consapevoli di ciò, quasi veneravano il lago: ogni anno celebravano tutti insieme una festa sulle sue rive e si compiacevano di averlo e di disporne a piacimento.
Una volta, già era sera, nel corso di una di quelle feste, uno degli abitanti notò che, in acqua, vicino alla riva, era sbocciata una ninfea: tutti ne furono entusiasti perché si era aggiunto qualcosa che dava ancor più bellezza al lago e rappresentava un’ulteriore attrattiva per i turisti. La mattina dopo, alcuni curiosi si recarono sulla riva del lago per contemplare ancora la ninfea, ma ne trovarono due. La seconda mattina ne trovarono quattro e la mattina dopo ancora ne trovarono otto; ulteriormente si compiacquero, ma poi, poco alla volta, l’interesse per le ninfee scemò e nessuno vi fece più caso.
Le ninfee continuarono a raddoppiare di numero ogni notte, occupando sempre più la superficie del lago.
Passarono gli anni; era nuovamente sera quando, in occasione di un’altra festa sulle rive del lago, gli abitanti del paese si accorsero che esso era coperto per metà da ninfee; qualcuno esclamò: “Ma guarda quante ninfee ci sono! Quanto tempo è passato da quando abbiamo visto la prima?”; “Circa venti anni”, gli rispose un altro.
Allora il primo replicò: “Beh, il lago è grande e per metà è ancora libero; abbiamo altri vent’anni per preoccuparcene”. E tutti ripresero allegramente a mangiare ed a divertirsi.
Fu un errore gravissimo: in realtà avevano a disposizione soltanto più il breve arco di una notte perché, se ogni notte le ninfee raddoppiavano, visto che già occupavano per metà la superficie del lago, la notte seguente l’avrebbero ricoperta del tutto.
Infatti la mattina dopo il lago era scomparso sotto un’enorme coltre di ninfee: la fonte di vita per quel paese non fu più utilizzabile, il paese fu abbandonato ed i suoi abitanti furono costretti a migrare.”

Non l’ho inventata io questa favoletta: molti anni fa, nel 1972, furono pubblicati i risultati di uno studio sulle risorse del pianeta e la capacità di questo di assorbire l’impatto delle attività umane; la pubblicazione era intitolata Rapporto sui limiti dello sviluppo, meglio noto come Rapporto Meadows, ed era stato redatto da un gruppo di scienziati che facevano parte di un’associazione denominata “Club di Roma”, in collaborazione con alcuni scienziati del M.I.T., il prestigioso Massachussetts Institute of Technology. Il rapporto lanciava, già quaranta anni fa, un allarme sull’eccessivo consumo di risorse e sui mutamenti climatici. Nel testo c’era anche la favoletta.
Cosa rappresentano quelle ninfee: sono la metafora di quanto spesso sia ingannevole ed effimero il benessere della nostra società, almeno così come lo concepiamo e lo perseguiamo. Rappresentano la conseguenza di tanti strumenti che adottiamo e che ci ostiniamo a mantenere per il nostro benessere, quali ad esempio le centrali a combustibile fossile, i termovalorizzatori, l’utilizzo in genere di petrolio e derivati e una quantità enorme di produzioni superflue che dilapidano le risorse e aggrediscono il pianeta. Rappresentano il prodotto ultimo e non più recuperabile di un capitalismo di rapina, di una finanza perversa, di disumane logiche di mercato, delle mostruosa presunzione dell’uomo di essere padrone assoluto del pianeta e di poter disporne come meglio gli aggrada.
Oggi gli effetti di tutto ciò si affacciano paurosamente sull’orizzonte del nostro immediato futuro, quegli effetti che molti, politici, industriali, finanzieri ed anche sindacalisti, in mala fede ancora si ostinano a negare; che i governi tendono a sottovalutare, che l’uomo della strada neppure immagina, che le multinazionali del petrolio e del carbone negano ostinatamente, cosi come di quelle dell’appropria-zione delle risorse idriche, della deforestazione, dei copyright sui semi, delle monoculture, ecc. ecc.
Oggi quel “lago” intorno al quale viviamo è ormai coperto per metà dalle “ninfee”, oggi siamo al punto di non ritorno e se, a livello planetario, non cambieremo velocemente i nostri sistemi di vita e non tuteliamo veramente clima, ambiente e risorse, ci avvieremo ineluttabilmente verso una catastrofe globale i cui costi saranno ancora una volta pagati dai miliardi di poveri del pianeta.

Nessun commento:

Posta un commento

La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie