“C’era una
volta, in una verde e ridente vallata, un paesello; poco distante c’era un
bellissimo lago, grande, profondo, limpido, pieno di pesci, con acque pure e
fresche che in continuazione venivano rinnovate da un torrente che scendeva da
un ghiacciaio e proseguiva poi verso la pianura.
Per gli
abitanti del paese il lago era tutto: da esso traevano acqua per dissetarsi,
pesci per cibarsi, giunchi per intrecciare canestri; sulle sue rive
venivano tanti turisti, d’estate per
godere di un po’ di frescura, d’inverno per pattinare sulla sua superficie
gelata e compatta, e portavano ricchezza al paese.
Nel bene, ed
anche un po’ nel male, il lago era l’autentico motivo di vita degli abitanti di
quel luogo felice ed essi, ben consapevoli di ciò, quasi veneravano il lago: ogni
anno celebravano tutti insieme una festa sulle sue rive e si compiacevano di
averlo e di disporne a piacimento.
Una volta,
già era sera, nel corso di una di quelle feste, uno degli abitanti notò che, in
acqua, vicino alla riva, era sbocciata una ninfea: tutti ne furono entusiasti
perché si era aggiunto qualcosa che dava ancor più bellezza al lago e
rappresentava un’ulteriore attrattiva per i turisti. La mattina dopo, alcuni
curiosi si recarono sulla riva del lago per contemplare ancora la ninfea, ma ne
trovarono due. La seconda mattina ne trovarono quattro e la mattina dopo ancora
ne trovarono otto; ulteriormente si compiacquero, ma poi, poco alla volta, l’interesse
per le ninfee scemò e nessuno vi fece più caso.
Le ninfee
continuarono a raddoppiare di numero ogni notte, occupando sempre più la
superficie del lago.
Passarono gli
anni; era nuovamente sera quando, in occasione di un’altra festa sulle rive del
lago, gli abitanti del paese si accorsero che esso era coperto per metà da
ninfee; qualcuno esclamò: “Ma guarda quante ninfee ci sono! Quanto tempo è
passato da quando abbiamo visto la prima?”; “Circa venti anni”, gli rispose un
altro.
Allora il
primo replicò: “Beh, il lago è grande e per metà è ancora libero; abbiamo altri
vent’anni per preoccuparcene”. E tutti ripresero allegramente a mangiare ed a
divertirsi.
Fu un errore
gravissimo: in realtà avevano a disposizione soltanto più il breve arco di una
notte perché, se ogni notte le ninfee raddoppiavano, visto che già occupavano
per metà la superficie del lago, la notte seguente l’avrebbero ricoperta del
tutto.
Infatti la
mattina dopo il lago era scomparso sotto un’enorme coltre di ninfee: la fonte
di vita per quel paese non fu più utilizzabile, il paese fu abbandonato ed i
suoi abitanti furono costretti a migrare.”
Non l’ho inventata io questa favoletta: molti anni fa,
nel 1972, furono pubblicati i risultati di uno studio sulle risorse del pianeta
e la capacità di questo di assorbire l’impatto delle attività umane; la
pubblicazione era intitolata Rapporto sui
limiti dello sviluppo, meglio noto come Rapporto Meadows, ed era stato redatto da un gruppo di scienziati che
facevano parte di un’associazione denominata “Club di Roma”, in collaborazione
con alcuni scienziati del M.I.T., il prestigioso Massachussetts Institute of
Technology. Il rapporto lanciava, già quaranta anni fa, un allarme
sull’eccessivo consumo di risorse e sui mutamenti climatici. Nel testo c’era
anche la favoletta.
Cosa rappresentano quelle ninfee: sono la metafora di
quanto spesso sia ingannevole ed effimero il benessere della nostra società,
almeno così come lo concepiamo e lo perseguiamo. Rappresentano la conseguenza
di tanti strumenti che adottiamo e che ci ostiniamo a mantenere per il nostro
benessere, quali ad esempio le centrali a combustibile fossile, i
termovalorizzatori, l’utilizzo in genere di petrolio e derivati e una quantità
enorme di produzioni superflue che dilapidano le risorse e aggrediscono il
pianeta. Rappresentano il prodotto ultimo e non più recuperabile di un
capitalismo di rapina, di una finanza perversa, di disumane logiche di mercato,
delle mostruosa presunzione dell’uomo di essere padrone assoluto del pianeta e
di poter disporne come meglio gli aggrada.
Oggi gli effetti di tutto ciò si affacciano
paurosamente sull’orizzonte del nostro immediato futuro, quegli effetti che
molti, politici, industriali, finanzieri ed anche sindacalisti, in mala fede ancora
si ostinano a negare; che i governi tendono a sottovalutare, che l’uomo della
strada neppure immagina, che le multinazionali del petrolio e del carbone
negano ostinatamente, cosi come di quelle dell’appropria-zione delle risorse
idriche, della deforestazione, dei copyright sui semi, delle monoculture, ecc.
ecc.
Oggi quel “lago” intorno al quale viviamo è ormai
coperto per metà dalle “ninfee”, oggi
siamo al punto di non ritorno e se, a livello planetario, non cambieremo
velocemente i nostri sistemi di vita e non tuteliamo veramente clima, ambiente
e risorse, ci avvieremo ineluttabilmente verso una catastrofe globale i cui
costi saranno ancora una volta pagati dai miliardi di poveri del pianeta.
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