L’argomento è scabroso e si presta a fraintendimenti di
diverso tipo, ma vale la pena affrontarlo: quale nesso si potrà realizzare tra
lo sciopero generale proclamato dalla CGIL e la realtà della dinamica del
conflitto presente oggi in Italia?
Per sviluppare un’analisi coerente e plausibile è
necessario, però, partire da un assoluto punto di chiarezza: lo sciopero della
CGIL, al di là delle battute tipo #ilponteèservito, arriva in ritardo e
occhieggia verso UIL e CISL con l’obiettivo di recuperare margini di
concertazione magari al fine di salvare il ruolo (essenziale dal punto di vista
economico) dei patronati.
Ciò affermato si può però sostenere che, senza alcuna
velleitaria professione di un eccesso di “ottimismo della volontà” potrebbe
essere possibile che la situazione sociale del Paese contempli oggettivamente
una diversa dinamica.
L’occasione di uno sciopero generale è comunque quella di
una forte espressione di lotta che si colloca al centro di una situazione dalla
quale stanno già generando elementi non secondari di conflittualità: a partire
dal piano più strettamente sindacale, a quello sociale più largo con l’estendersi
di situazioni davvero difficili sul terreno della vivibilità quotidiana, sino a
quello più propriamente politico: nella sostanza ci troviamo in una situazione
di aumento delle diseguaglianze e delle difficoltà economico – sociali per
larghi strati della popolazione e di consolidamento di un regime che punta a
distruggere la rappresentanza politica d’opposizione riducendo drasticamente
gli spazi di esercizio democratico.
Di fronte a questo stato di cose si stanno verificando due
fenomeni egualmente importanti: l’emergere di insorgenze sociali in un’espressione,
diversa e complessa ma ormai quasi quotidiana, di conflittualità che si sta
tentando di reprimere con la forza e la crescita d’importanza dei sindacati di
base che dimostrano ormai, come è stato nell’occasione dello sciopero dell’USB
del 24 Ottobre e come vedremo venerdì prossimo nell’occasione dello sciopero
sociale, di disporre di una base in grado di funzionare davvero da “massa
critica”.
Emerge dunque una potenziale qualità di nuove fratture
sociali sulle quali può innestarsi una dinamica virtuosa di conflitto.
Una situazione che fino a qualche mese fa appariva non
facilmente pronosticabile e che, oggi, nell’occasione dello sciopero generale
della CGIL potrebbe evidenziarsi con forza se collegata a un’adeguata
iniziativa politica fino a produrre una crescita significativa dei livelli di
conflittualità (si è sempre usato nel corso di questo intervento il termine “conflitto”
in luogo di quello “protesta”: forse sì in questo caso peccando un poco di
eccesso di ottimismo).
Il punto vero sul quale riflettere rimane comunque quello
del come riuscire a spostare complessivamente il piano dell’organizzazione dello
scontro sociale: entra, in questo caso, in ballo il tema dell’organizzazione
confederale di classe che la CGIL non riesce proprio più a esprimere e , di
conseguenza, a rappresentare.
Ci saranno occasioni per discuterne a fondo anche
analizzando l’esito dello sciopero del 5 Dicembre.
2 commenti:
Oggi non credo esista più alcuna conflittualità reale. Un sindacato attuale dovrebbe prima di tutto recepire il mutamento epocale che ha interessato il lavoro e ha segnato il tramonto di due modelli: il modello fordista e il modello del contratto di lavoro a tempo indeterminato.
L'eliminazione dei diaframmi sociali è il frutto naturale di uno sconvolgimento sociale conseguente a globalità, tecnologia, tecnocrazia, neoliberismo. Le politiche europee mirano allo stato minimo.
Alla flessibilità del lavoro deve corrispondere una flessibilità sindacale. Oggi il sindacato non rappresenta nessuno. Ci vorranno molti anni prima che forme spontanee tra precari attuino strumenti di lotta.
Al momento ha vinto il mercato. Il conflitto è rinviato. Carlo Rovello
Al momento la classe lavoratrice è sconfitta, ma non doma. Essa afferra il senso profondo della sconfitta ma non disconosce le leggi che regolano il conflitto sociale ne abiura le lotte conseguenti, forse aspetta smarrita nuove e più moderne analisi e nuove strategie e tattiche, non abbandona la trincea, e, quando ritiene corretto far sentire la propria voce lo fa forte e chiaro, come lo ha fatto recentemente, pur con tutti i limiti e le contraddizioni. Se poi qualcuno ritiene che lo scontro di classe ed il conseguente conflitto sono residui novecenteschi tramontati dal proscenio storico, questo qualcuno o sta sbagliando analisi o propone, dietro prebenda non sempre monetizzata, analisi volutamente errate per seminare ulteriore smarrimento. Mi dispiace carissimo Carlo Revello doverti contraddire.
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