“Pensare che il
liberalismo, anche trasformato, e cioè il mercato e la nostra democrazia, possa
rappresentare l’alternativa ai regimi burocratici resta tutto da dimostrare. Luckas,
all’indomani degli sconvolgimenti del ’68 che ancora hanno tanto da insegnarci
oggi, non ne era affatto convinto. Egli dimostrava che l’antidoto allo
stalinismo non è assolutamente la democrazia borghese, ma la democrazia
socialista come Marx l’aveva concepita e com’è abortita all’indomani della
Rivoluzione d’Ottobre..”.
Questo passaggio è trattato da un articolo di Georges Labica
( 1930-2009), all’epoca docente di filosofia presso l’Università di
Paris-Nanterre, autore di testi fondamentali tra cui il “Dictionnaire critique
du marxism” (1985) e” Marxisme- leninisme” (1984) poi usciti in Italia per i
tipi delle Edizioni Associati.
Labica scrive all’indomani della caduta del Muro di Berlino
(il suo articolo è pubblicato in Italia dalla rivista “A Sinistra” nel numero
doppio ½ del Gennaio – Febbraio 1990) e riflette il pensiero di un settore
importante della sinistra europea dell’epoca.
L’articolo di Labica si concludeva così:
“ E’ ormai diventata
necessaria una nuova razionalità politica, che ha il compito di restituire la
pienezza del suo significato alla parola democrazia e alla cosa che il termine
designa.
La sua funzione non è
quella di dichiarare nulla la partita, né quella di operare chi sa quali
sintesi in termini di profitti o di perdite, ma quella di individuare la
possibilità di una transizione ormai inscritta in ciò che tutti concordano di
riconoscere come una svolta storica”…
E ancora, più avanti:
“Non abbiamo paura di
fare un passo avanti: il 1989 non dovrebbe ispirare il desiderio di relegare l’idea
della rivoluzione nel magazzino delle anticaglie.
J.-M Domenech
deplorava, giorni fa, “il riflusso mondiale della rivoluzione”, doloroso per i
popoli degli altri continenti, ma anche pericoloso per gli europei, i quali “stanchi
di tutto, anche della speranza, si rinchiudono e si addormentano sul proprio
benessere”.
A meno che non si
preferisca la “fine della storia” o “l’era del nulla”..
In fondo la grande
lezione di queste inedite “rivoluzioni tranquille”, di questo “crollo di
castelli di carta” non potrebbe consistere nel fatto che, senza violenza,
dovunque i popoli riemergono dal loro sonno dogmatico e decidono il proprio
destino?
Lasciamo alla loro
esperienza, alla loro volontà, alla nostra storia comune la soluzione, anche se
per il momento si tratta soltanto di una “idea della ragione”, come diceva il vecchio
Kant”.
Oggi, a distanza di venticinque anni, possiamo ben affermare
che non si verificò l’affermazione di alcuna “idea della ragione” e che l’esercizio
di “ottimismo della volontà” contenuto nell’articolo di Labica rimase fine a sé
stesso.
Gli animatori dei “forum democratici” i “dissidenti storici”
dei paesi dell’Est europeo, gli animatori della primavera di Praga o del
Novembre ungherese non riuscirono a emergere, al di là delle “pelose” riabilitazioni
postume delle vittime dello stalinismo.
La sinistra europea in quel momento appariva divisa tra chi,
come molti in Italia, considerava possibile il tentativo riformatore
gorbacioviano e chi, come nell’esempio portato a testimonianza in quest’occasione,
pensava che liberata la scena dagli incubi del fraintendimento sovietico
sarebbe stato possibile percorrere la via del “comunismo critico”, di una nuova
visione tra democrazia socialista ed eguaglianza sociale.
Mentre il più grande partito comunista d’Occidente, il PCI,
si scioglieva all’insegna di un miope “sblocco del sistema politico” e della
governabilità del finalmente “liberi tutti” l’iperliberismo reaganian –tachteriano
assumeva, quasi di forza, l’egemonia aprendo la strada al ventennio delle
guerre e della grande rapina sociale a livello del globo, fino allo spostamento
a destra dell’asse politico, a tutti i livelli, di cui siamo testimoni in
questi giorni,
Tutti gli interrogativi che ci si poneva in allora sono
rimasti intatti, anzi aggravati, nel corso di questi 25 anni.
Vale allora ancora la pena di riprendere, soltanto come
stimolo alla riflessione, un altro punto dell’articolo di Labica:
“ Il bilancio dell’ordine
esistente da noi, non offre, da parte sua, alcun motivo per rallegrarsi ed è
pesante il conto della libertà…
…L’approfondirsi delle
diseguaglianze a tutti i livelli, rispetto al denaro, all’impiego, alle tasse,
alla sanità, al sapere, tra i sessi e le diverse culture impone di prendere
atto che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Le forme di dominio si
avvalgono in misura crescente di un’accumulazione di beni, di mezzi di
produzione, in una parola di “progresso” senza precedenti…
…Lo “Stato di diritto”
copre ogni sorta di discriminazione e la possibilità di esercitare una
giustizia di classe. I diritti dell’uomo tanto decantati in occasione del
centenario della rivoluzione dell’89 vanno tranquillamente insieme al “numero
chiuso” per gli immigrati o al commercio di sangue e organi da parte dei più
diseredati”..
Appare quasi superfluo, a questo punto, sottolineare il
valore profetico di queste parole scritte 25 anni fa, proprio al momento dell’accadimento
di quello che era considerato l’evento “liberatorio” per eccellenza, rappresentato
appunto dalla caduta del muro di Berlino.
Parole da confrontare
con la realtà attuale.
La fotografia di una sconfitta, da cui trarre l’analisi per
una definitiva rassegnazione?
Al contrario: la realtà delle contraddizioni così
potentemente evocate in quell’occasione e l’inesistenza concreta di un qualche
miglioramento della situazione avvenuto nel corso dell’era liberista che ha
contraddistinto questo quarto di secolo dovrebbe spingerci a riprendere in mano
il filo rosso del ragionamento del riscatto sociale, dell’eguaglianza, dell’idea
da esercitarsi criticamente di uno sviluppo alternativo nelle relazioni umane,
sociali e politiche che insistiamo nel voler definire come “democrazia
socialista”.
Nota del redattore. A memoria degli eventuali lettori: “A
Sinistra” rivista del Laboratorio per l’alternativa sociale e politica era
diretta da Domenico Jervolino affiancato da un comitato editoriale formato da:
Giorgio Cortellessa, Salvatore D’Albergo, Giulio Girardi, Lidia Menapace ed
Elio Veltri.
Disponeva di due redazioni a Roma e a Milano.
La redazione di Roma era composta da: Roberto Alemanno, Guillermo
Almeyra, Guido Aristarco, Giorgio Baratta, Sergio Benassai, Franco Calamida,
Andrea Catone, Fabio Giovannini, Anna Maria Marenco, Vito Nocera, Antonio
Peduzzi, Marina Pivetta, Silvia Rutigliano, Giancarlo Saccoman, Stefano
Semenzato.
Quella di Milano: Vittorio Agnoletto, Bruno Ambrosi, Franco
Astengo, Vittorio Bellavite, Marino Ginanneschi, Raffaele Masto, Luciana Murru,
Costanzo Preve, Giorgio Riolo, Angelo Ruggeri, Luigi Vinci.
La rivista uscì tra il 1988 e il 1993.
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