Tra pochi giorni, il 12 Dicembre, ricorreranno
quarantacinque anni dalla strage di Piazza della Fontana, snodo fondamentale
nella storia della democrazia italiana.
Sarà del tutto naturale il presentarsi, nel campo della
pubblicistica e dell’analisi storico-politica, di tutta una serie di importanti
riflessioni su quell’avvenimento e sui tragici fatti che seguirono negli anni che
furono definiti “di piombo”.
In questo intervento si cercherà di rispondere a una
domanda: nell’intento di attaccare al cuore la democrazia italiana perché,
rispetto al terrorismo, hanno ottenuto maggiori risultati gli attori del
sistema politico riducendola ormai a un brandello di simulacro?
Per quindici anni l’Italia è apparsa al mondo intero immersa
in una crisi caratterizzata dal succedersi di stragi e atti terroristici che
hanno provocato più di 360 vittime e circa 4.500 feriti.
Sono stati gli anni che si collocano storicamente tra l’emergere
della contestazione studentesca e delle lotte operaie e lo stabilizzarsi della
situazione politica con l’ascesa al potere del leader socialista Bettino Craxi,
alla guida di una coalizione di pentapartito che resse fino al crollo del
vecchio sistema politico nei primi anni’90: crollo del sistema dovuto all’implosione
die partiti storici causata da tre fattori concomitanti, l’approdo europeo
attraverso il trattato di Maastricht, “Tangentopoli”, la caduta del muro di
Berlino.
La vicenda del terrorismo ha le sue radici però in un
periodo antecedente e anzi percorre tutto il cinquantennio dalla Liberazione
coincidendo, in sostanza, con la fase della guerra fredda: si esaurisce quando
viene a cadere un’alternativa al sistema di produzione fondato sul capitalismo
liberale, così come era andato evolvendosi nella seconda metà del ‘900.
Proprio in quel momento, tra la fine degli anni’80 e l’inizio
degli anni’90, all’interno della struttura capitalistica andava affermandosi
proprio quell’idea di “iperliberismo” che poi avrebbe contrassegnato i decenni
successivi fino all’esplosione delle crisi finanziaria globale nel corso del
primo decennio del XXI secolo.
E’ giusto, ancora in questo momento, chiarire ancora una
volta il quadro d’insieme entro cui si è collocata la stagione delle stragi e
dei terrorismi.
In particolare è indispensabile spiegare in che senso si
parlava allora di “doppio stato” o “stato parallelo” giacché molte diverse
accezioni si sono diffuse nel corso di questi anni in particolare dopo la
pubblicazione nel 1989 di un importante saggio di Franco De Felice con il quale
si propose il tema del “doppio stato” e soprattutto della “doppia lealtà” alla
Costituzione e all’Alleanza Atlantica che avrebbe contrassegnato il
comportamento di una parte della classe dirigente italiana e che spiegherebbe
appunto la partecipazione di quegli uomini alla “strategia della tensione”
proprio a partire da Piazza della Fontana per arrivare al rapimento Moro.
La categoria di “doppia lealtà” introdotta da De Felice fu
assunta peraltro come fondamentale nella proposta di relazione del presidente
della Commissione stragi Pellegrino nel dicembre 1995.
Per quel che riguarda il caso italiano però la migliore
definizione, quella che meglio si può attagliare alla qualità della vicenda, è
quella proposta da Paolo Cucchiarelli e Aldo Giannuli e che è stata anche
ripresa da Nicola Tranfaglia nel suo saggio compreso nel nono volume della
Storia dell’Italia Repubblicana edito da Einaudi nel 1995.
Scrivono dunque Cucchiarelli e Giannuli:
“si dà Stato duale
quando una parte delle élite istituzionali, ai fini di conservazione, si
costituisce in potere occulto, dotato di un proprio principio di
legittimazione, estraneo e contrapposto a quello della Costituzione formale,
per condizionare stabilmente il sistema politico attraverso metodi illegali,
senza giungere al sovvertimento dell’ordine formale che conserva una parte
della propria efficacia”.
Gli elementi di fondo che hanno caratterizzato il
quindicennio delle stragi e dei terrorismi possono essere così riassunti: un
quadro internazionale che forniva all’Italia una sovranità limitata; la
persistenza del più forte partito comunista occidentale tollerato ma non
legittimato al governo; il ripetersi di gravissimi atti di rilevanza penale all’interno
del sistema politico; la presenza di organizzazioni criminali colluse con gli
apparati dello Stato e complici della repressione poliziesca nei confronti
delle manifestazioni popolari; l’emergere frequente di organizzazioni occulte, come
quella emblematica della loggia massonica segreta P2.
Riflettendo su questi punti si ha ancora adesso la chiarezza
e la forza nell’interpretazione del fenomeno contenuta nell’analisi di
Cucchiarelli e Giannuli.
Quali erano gli obiettivi degli epigoni dello “Stato duale”:
sfruttando l’idea dell’esistenza di un pericolo di invasione dall’Est fin dagli
anni’50 e poi in quelli’60 si pensò a un tentativo di instaurare nel nostro
Paese un regime militare sull’esempio greco o turco.
Poi l’avanzata delle lotte operaie e studentesche alla fine
del decennio e la pressante richiesta di una più ampia democratizzazione del
Paese portarono, proprio in coincidenza con piazza della Fontana, all’idea che
occorresse arrestare quel flusso, stabilizzando gli equilibri politici italiani
all’interno di un quadro moderato secondo l’impostazione sostenuta dai governi
degli Stati Uniti, dell’alleanza atlantica e delle loro organizzazioni militari
e di spionaggio.
L’obiettivo fu conseguito ma si trattò di un obiettivo
parziale, di “tenuta” occorreva andare ben oltre.
A questo punto, infatti, al momento dell’implosione del
sistema e del procedere dell’egemonia di un capitalismo iperliberista
insediatosi anche ai vertici della Comunità Europea si è proceduto allo
smantellamento della democrazia italiana attraverso vie diverse da quelle
terroristiche (atti terroristici non sono comunque mancati all’interno della
lotta/collusione/trattativa) fra la criminalità organizzata e poteri dello
Stato.
La base di riferimento di questo smantellamento della
democrazia repubblicana, principiato con l’adozione del sistema elettorale
maggioritario nel 1993 e l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti di
Provincia e di Regione, è stata rappresentata dal documento di “Rinascita
Nazionale” redatto proprio all’interno della già citata loggia massonica P2 nel
1975.
Gli obiettivi contenuti in quel documento sono stati quasi
tutti raggiunti e si sta dando l’assalto alle residue cittadelle diminuendo lo
spettro delle possibilità di incidenza dell’elettorato che, nel frattempo, con
la sparizione dei partiti si è vieppiù rarefatto con una caduta impressionante
della partecipazione al voto e attaccando i corpi intermedi rappresentativi dei
più importanti settori sociali, in primis il sindacato confederale e puntando a
farli sparire.
Le bomba di Piazza della Fontana non scoppiò invano; allora
si trattò di contenere e fermare l’ondata democratica, poi – con mezzi più
raffinati – si è smantellata la democrazia.
L’obiettivo era però rimasto comune, tra strategia della
tensione e progetto di distruzione della democrazia: quello della svolta
autoritaria.
Oggi a 45 anni dalla strage più importante tra le tante
verificatesi nella storia d’Italia, non possiamo non porci di fronte a questo
tipo di riflessione: da Portella della Ginestra al governo Renzi un filo (sicuramente
non rosso) lega l’idea della cancellazione della rappresentanza politica e
della repressione anche violenta delle istanze democratiche e di riscatto
sociale.
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