Giampiero Cama, Giovanni Battista Pittaluga ed Elena
Seghezza, in un loro saggio dal titolo “Suffragio Universale e Poteri del
Parlamento” pubblicato nel numero di Agosto dei “Quaderni di Scienza Politica”
segnalano una significativa ripresa di studi sul concetto di suffragio
universale e sugli esiti determinati dall’estensione della possibilità di
partecipazione dei cittadini al voto.
Il saggio riprende e sviluppa approcci del passato del quale
il più importante appare essere quello già elaborato da Elmer E.
Schattschneider (Governo di Partito 1942, New York) secondo il quale
l’estensione del suffragio era il derivato di élite in competizione tra di loro.
Si aggiunge, inoltre, che l’estensione del suffragio risulta
essere meno costosa per l’élite al potere laddove il Parlamento ha scarsi
poteri.
L’altro approccio riguarda l’implicazione relativa al
rapporto tra diritto di voto e ampiezza dei poteri del Parlamento, alla luce
della modernization theory relativa
alla relazione diretta esistente tra sviluppo socio-economico e democrazia.
Questa teoria è stata innervata dal contributo di Lipset
(“Qualche requisito sociale della democrazia: Sviluppo economico e
legittimazione politica” 1959) secondo cui la crescita economica e i
cambiamenti sociali che la accompagnano favoriscono l’emergere di una cultura
democratica.
Valutati questi assunti, sorge, nell’attualità, una domanda:
fermo restando la realtà del suffragio universale non ci troviamo forse di
fronte, rispetto alla teoria di Lipset (ed anche a quella di Schattschneider) a
una sorta d’inversione di tendenza nelle finalità e nell’affermazione del
diritto di voto?
Ciò che sta accadendo in Italia in questo periodo conferma e
legittima l’interrogativo.
Pare essere in forte discussione l’idea che serva un
allargamento della platea elettorale al fine di favorire la competizione tra le
élite.
Una competizione che non c’è più perché ridotta al confronto
individuale, una sorta di ritorno al meccanismo elettorale tra “notabili”
precedente alla prima rivoluzione industriale.
Esaurite le diversità ideologiche, sfumate al massimo quelle
programmatiche (tutte interne alle varie gradazioni di liberismo) assorbiti
dalla complessità i riferimenti sociali, la tenzone elettorale si riduce a una
competizione per il potere con i candidati interscambiabili fra loro (è questo
il senso delle “primarie) e diventa del tutto indifferente la partecipazione al
voto che non viene così stimolata dagli attori presenti nell’arena politica.
Questa può ben essere considerata una limitazione oggettiva
del suffragio universale non più destinato a costruire le diverse soggettività
della rappresentanza politico – istituzionale.
Il secondo elemento di smentita della validità del suffragio
universale è quello relativo al collegamento con la crescita economica.
E’ proprio la contrazione nell’estensione del voto (in
questo caso indirizzato esclusivamente verso l’obiettivo della governabilità,
ormai quasi intesa – proprio in assenza della competizione tra élite- in forma
quasi plebiscitaria) che fornisce il segno dell’arretramento: un arretramento
che si configura come aumento smisurato delle diseguaglianze e di conseguenza
di marginalizzazione di interi settori sociali che non trovano più interesse
nel voto.
Il funzionamento della liberaldemocrazia, dentro il cui
meccanismo ci troviamo e quindi costretti a tenerne ben conto, non appare
quindi più legato al concetto di rappresentanza politica ma a quello della
governabilità realizzata attraverso una competizione di tipo individualistico:
questo fatto rende in parte obsolete le teorie più consolidate in materia d’analisi
del suffragio e finisce con il distorcere l’esito di quello universale come se
questo fosse limitato come avveniva nelle prime fasi dello sviluppo dei sistemi
fondati sulla rappresentatività delle istituzioni quando la partecipazione era
ridotte a poche, precise, categorie sociali suddivise principalmente attraverso
il censo.
Abolizione della rappresentatività politica strettamente
legata alla ricostituzione di rigidi meccanismi di classe e all’esclusione di
altrettanti precisi settori politici e sociali dalla presenza istituzionale: se
non è arretramento e/o involuzione come
lo si potrebbe diversamente definire?
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie