Dedicato alla moglie Gabriella ai figli
Isabella ed Ernesto, ai nipoti
di Salvatore d'Albergo, e a tutti i suoi amici e compagni e
conoscenti che l'hanno conosciuto
e stimato ma anche a coloro che hanno avuto la
sfortuna di non conoscerlo
Il ruolo culturale e politico di un uomo
sociale di straordinaria umanità,
grande dirigente politico-intellettuale in lotta contro l’agnosticismo ideale e militante
del movimento operaio e comunista, per l’emancipazione
dei lavoratori e una nuova teoria del
potere e del diritto, per la Costituzione di “democrazia formale” e “democrazia
sostanziale”, quindi per il potere sociale “dal basso” della democrazia sociale-economica-politica organizzata
e di base.
Temo che proprio per la stima e l’ammirazione per la
sua immensa produzione ed opera critica, per il suo irrefutabile apporto
teorico nei più svariati campi del sapere e non solo del suo campo
professionale, si possa correre il rischio di trascurare involontariamente la sua specifica ed eccelsa
personalità, del tutto opposta a quella con cui oggi si intende per
“intellettuale“, ed in primis la sua umana
pienezza, scevra e del tutto opposta ad ogni tipo di ipocrisia e di mediocrità,
“stupefacente per la probità generosità, disponibilità,
sensibilità…”
come hanno scritto non solo quelli a lui più vicini e
consueti, ma tutti (e che invieremo)
D’Albergo
era costantemente immerso nella realtà
di coloro che vivono, studiano e lavorano sul territorio, perché condivideva l’opinione di Togliatti
secondo cui :
“Non vi è nessuna ‘formula’ del marxismo anche dei più grandi tra i nostri maestri,
che conservi tutto il suo senso se lo si separa dallo sviluppo delle situazioni
reali” , perché “solo per questa via si può giungere a dare
carattere di massa alla stessa diffusione della nostra dottrina, parallelamente
alla creazione di un vasto fronte di movimenti di lotta delle giovani
generazioni “
Togliatti
si chiedeva in particolare “ Dove sono su
tutta la superficie della nazione i dirigenti e gli uomini di prestigio che
frequentino questi luoghi? e non per comizi e feste ma per arricchire
l’attività di continua comprensione
reciproca, di chiarimento e di guida…? Mai come ora è stata grande tale necessità…specie per i
giovani costretti per lo più a subire le dure restrizioni che tendono ad
annientare la loro personalità, che pongono interrogativi e vuoti paurosi alla
mente di chi cerca di rendersi ragione di ciò che vede … che cercano un orientamento
ideale e pratico per il quale non basta dirgli di leggere la pagina di un
classico nostro…”
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Nell’immenso dolore dei Suoi
familiari, estimatori, colleghi, compagni e di ognuno di coloro che lo hanno
conosciuto, tutti i ricordi, collettivamente ed in interscambio tra loro (ad es., quelli contenuti negli Original
Messages che trasmetteremo al più presto ), aiutano, credo, a testimoniare
quel che era ed è stato davvero Salvatore
d’Albergo, fino all’ultimo giorno ed ultime ore, con le sue analisi
tempestive e anticipatorie che gli sviluppi e i fatti successivi hanno
regolarmente confermato, coi suoi ininterrotti e assidui interventi che nemmeno
la malattia ha potuto limitare, impedendogli però purtroppo quella mobilità e
libertà di movimento che gli permetteva di essere ovunque e con chiunque
chiedesse il suo contributo: dal più
sperduto luogo di montagna, del Molise o della Garfagnana, ai centri delle grandi città, ai circoli di studiosi o di lavoratori che,
per lui, non facevano differenza.
Nel solco della
storia, dalla parte dell’antifascismo sociale e politico
Come ha scritto Arianna che
appartiene alla categoria di quei giovani
strumentalizzati dall’attuale governo e che appositamente citiamo: “Un grande uomo con la mente più grande che si possa conoscere, con la sua
cultura, con la sua straordinaria capacità di analisi,la sua tenacia, la sua
memoria, la sua umiltà coi deboli, la sua forza contro i potenti…”. Al canto suo e come anche
Azzariti e Stella della rivista Fenomenologia e Societò di Pirola, Lidia
Menapace ha scritto che Salvatore “mi era
caro” e lo “ammiravo per la serietà
delle riflessioni, mai abborracciate o imprecise, e nello stesso tempo la profonda
e generosa capacità di ascoltare chi avesse opinioni diverse dalle sue:
per farla breve tutte le migliori qualità di chi pensa, senza alcuna boria
accademica, una vera rarità…”, ovvero, aggiungiamo noi, il contrario del solipismo verboso e ideologico, sprezzante e diciannovista,
proprio del nuovo “regime del capo di governo”.
Raul Mordenti, evidenzia come
la scomparsa di Salvatore
costituisca “una perdita grave per la cultura giuridica italiana, per la democrazia, per i comunisti”.
Queste sono solo alcune delle
numerose testimonianze che ci sono pervenute di stimati e non consuetudinari
frequentatori di Salvatore non con, ma occorre sottolineare come tutti abbiano unanimemente riconosciuto che Salvatore
era, per utilizzare le parole di Cremaschi: “uno dei compagni più grandi e preparati una delle figure intellettuali
più oneste e rigorose sul piano morale e civile, un militante della democrazia
e del socialismo che avrebbe potuto ottenere ben altri onori solo che si fosse
accodato al corteo dei servi del potere…”.
Tra questo suo “poter
esser’”, “ se si fosse accodato…” e viceversa il suo consapevolissimo ”voler essere” tutt’altro e l’essere riuscito in questo, si colloca la personalità eccelsa e il ruolo culturale e politico svolto sia nella storia sia
nella teoria che nella prassi del Paese. E’ difficile, per tanto, cercare di
rappresentare al meglio - senza riduzionismi o involontarie distorsioni – una
personalità che costituiva un tipo di “uomo nuovo” e nel contempo un “politico di tipo nuovo”, comunque una personalità diversa ed
opposta sia dai c.d. “politici” che dagli “intellettuali” e/o “giuristi”
attuali. Non solo, quindi, un gramsciano “intellettuale
di tipo nuovo”, ma una personalità in cui tali aspetti
convivevano indissolubilmente, stante l’unitarietà
del persona e del pensiero. Come abbiamo sempre pensato sia da giovane che
ancor oggi, non basta dire di essere “questo” o “quello” ma bisogna vivere
secondo quello che si dice di essere, nel caso essere e vivere da marxisti.
Questo faceva d’Albergo.
Potente è pertanto il riconoscimento a d’Albergo fatto da
padre Pirola: uomo di scienza cattolica e teologo del cattolicesimo conciliare
e di liberazione, che lo colloca tra quei “marxiani,
con cui ho lavorato una vita…Figure esemplari di uomini tanto onesti quanto
poveri per sobrietà di vita…”.
Non basta quindi dichiararsi comunisti o marxisti, ma occorre vivere da
marxisti (come quelli richiamati da Pirola) , perché il marxismo non è ne una filosofia ne una scienza,
oltretutto distorsivamente bistrattato in senso economicista , ma è marxismo
tout court, ossia una “scienza” dell’unità della vita e di
tutte le scienze
Ma come si fa a definire la
persona e la personalità di Salvatore d’Albergo? E come far comprendere la rettitudine, la sua statura di Uomo e di
politico-intellettuale - quale una volta erano quasi tutti ed ora quasi nessuno
– rimasto tra i pochi se non l’unico ancora attivo? E quella capacità di
anticipare le tendenze e quel che la storia e i fatti successivi si
incaricavano regolarmente di confermare, analizzando i processi reali in corso
con la “lente di ingrandimento” della
teoria e della storia (che non è
acqua).
Nel solco della
storia. Dall’analisi dell’autoritarismo
liberale e del totalitarismo fascista
alle radici della democrazia, del pluralismo
e della teoria della prassi marxista
Urge celebrare la Sua
eccelsa personalità e per ciò andare anche al di là del suo essere un eccelso
dirigente politico-intellettuale. A partire da Gramsci “grande dirigente
politico e grande intellettuale” come Salvatore lo definisce nel suo studio su Gramsci e lo stato, davvero unico,
inarrivabile, pieno di nuove “scoperte”
del pensiero del “dirigente comunista carcerato”, sin li trascurate, rimaste
sconosciute a tutti , lavoratori e studiosi.
Certo,
Salvatore si è avvalso anche degli studi, di storia ma anche dell’economia, delle forme sociali e
delle istituzioni: una conoscenza non comune e pluridisciplinare del fascismo e del liberalismo, di che
cosa sono realmente con i necessari
riferimenti storici e quindi con l’analisi della realtà effettuale,
senza tralasciare gli aspetti teorici relativi alle “forme” sociali , economiche
e dello stato. E’ questa approfondita conoscenza che gli ha permesso di
scegliere in modo consapevole di porsi dalla parte del movimento operaio
democratico e comunista. All’opposto dei tanti
“comunisti” che solo successivamente, venuti a conoscenza delle teorie e
della cultura liberale (come a dire, sorpresi e tra sé e sé: “ma tu guarda, è
interessante e io non lo sapevo”) scoprirono di essere “liberali” anziché
comunisti.
La sua scelta non stata né casuale, né dovuta alla non
conoscenza delle altre dottrine e della loro storia. Da questa scelta
consapevole e dall’approfondita
conoscenza dell’autoritarismo liberale e del totalitarismo fascista derivava il suo rigore e la sua
coerenza, il suo essere intellettualmente
inflessibile e incorruttibile. “Sapendo”, in tale piena consapevolezza, capiva –
stupendo tanti - chi era “di destra” già quando ancora si manifestava e si
dichiarava “di sinistra” o “comunista”, cogliendo la contraddizione tra ciò che
diceva di essere e la radice culturale di quel che affermava e proponeva. Gli
permetteva di smascherare l’ideologia
nascosta e di capire al volo
che idee, elaborazioni e proposte
presentate come “nuove” o “moderne” erano e sono le stesse, a volte solo
riadattate di poco, della storica cultura conservatrice borghese e
autoritaria-liberale (già dagli anni 60 e 70 ad es. Salvatore ha identificato
le “idee” e gli scritti di Luigi Berlinguer “ripresi di sana pianta dalla
ottocentesca cultura conservatrice
borghese”; o la c.d. “nuova teoria” di Miglio, null’altro che la teoria
liberale d’impresa della Società per Azioni applicata allo stato), e
soprattutto, in questo secondo ventennio,
come “idee elaborazioni e proposte”, affini o persino, direttamente, le stesse
della cultura reazionaria e fascista.
Cultura militante e
pseudo-intellettuali.
Esatte analisi
tempestive ed illuminanti a priori su quel che accade oggi
D’Albergo non tralasciava di rilevare che se da diversi anni
è incorsa l’abitudine a presentare idee e forme del vetero liberalismo e persino del fascismo come “nuove” e “moderne”,
lo si deve al fatto che non si è più studiato in tutti i suoi aspetti
interdisciplinari cos’era il “fascismo storico”, e cos’è e può essere
“fascismo” pur in vesti ovviamente diverse da quello storico. Basti richiamare
a questo proposito il fatto che Salvatore aveva precisamente individuato le
radici culturali della cosiddetta “sussidiarietà orizzontale” nelle previsioni
della Carta del Lavoro fascista.
Alla luce della storia e della
approfondita conoscenza di tutte le teorie politiche, Salvatore, con le sue
analisi, è riuscito a demistificare
tempestivamente il senso e la direzione del processo di controriforme in
corso. Egli ha richiamato a questo proposito la polemica di Gramsci contro le posizioni di Pannunzio giurista di Mussolini,
evidenziando come il grande dirigente e intellettuale carcerato, quasi non
riuscisse a credere che si potesse giungere
a motivare (come non teme di fare oggi l’attuale “governo del capo”) un’inversione
di ruolo tra l’esecutivo e il Parlamento e considerando, altresì, “curioso” e
inconcepibile, che “l’indirizzo politico” (dell’esecutivo
di governo, n.d.r.) potesse essere considerato come ”una funzione rispetto
alla quale la stessa legislazione si comporta come fosse un esecutivo”.
E qui non si può non ricordare che - pur immobilizzato e afflitto da dolori
lancinanti - d’Albergo sia stato il solo
a scoprire (come se il consigliere di Mussolini fosse anche consigliere di
Renzi; e varrebbe la pena di indagare chi gli sta dietro e chi sono i suoi
suggeritori) che il progetto di revisione proposto dal governo Renzi non
costituisce un superamento del bicameralismo bensì una sua “obliqua”
restaurazione, aggravata dal fraudolento inserimento di una previsione (art. 12
del ddlc Renzi) che sancisce “il dominio
del governo sul Parlamento”, ovvero - per usare le parole di Gramsci contro
Mussolini – la trasformazione del “ legislativo
in esecutivo”. D’Albergo, evidenziava, con cognizione di causa, che la
proposta di “revisione” avanzata dal governo, giunge “addirittura a rievocare il principio introdotto dal fascismo in nome
del primato del
capo del governo”. Sembra insomma
che Renzi si sia avvalso di consiglieri che continuano a nutrirsi della stessa
cultura autoritaria del consigliere di Mussolini, Pannuzio.
Dunque il merito della “scoperta”
è di d’Albergo, non certamente dei “giuristi di chiara fama” (cosi chiamati e
utilizzati dal fascismo), né dei “giornalisti”-
alla Ainis - che hanno affrontato
l’argomento solo dopo la diffusione da parte nostra - ad ogni giornale e
giornalista - della “scoperta” stessa. Tale importante scoperta è stata però
ripresa in termini non scientifici ma banalmente giornalistici . Si e parlato
infatti di “Parlamento reso cameriere del governo” senza però richiamare i
precedenti storici e senza effettuare una dovuta autocritica, ma anzi ribadendo - come Ainis - il sostegno
all’obliquo “monocameralismo” che trasforma anch’esso “il Parlamento in
cameriere del governo”
Dal passato al presente, l’ineluttabile scivolamento nella cultura e nella pratica
“di destra”: dal diciannovismo al partito
della nazione nel nome degli interessi corporativi legittimati dalla categoria dell’ interesse “nazionale” avverso a quello “sociale”
.
Tralasciando, qui, la specifica
analisi d’Albergo sul fascismo, come esempio della riacquisita egemonia culturale di stato e statalismo liberale e del corporativo-fascista , mi tona alla
mente quella volta in cui , insieme a Salvatore, scoprimmo che Occhetto
ripeteva inconsapevolmente le stesse parole di Mussolini contente in un
editoriale del Popolo d’Italia, dell’aprile 1921. Nel rivendicare i “diritti dell’individuo” contro l’interventismo dello “stato economico’ da “smobilitare” in funzione “della borghesia produttiva” (concetto che, ci pare, riecheggi nei
provvedimenti del governo e nelle feste
“private” in quel di Firenze, nel sito titolato al Granduca Leopoldo), Mussolini scrisse infatti la celebra frase: “lo stato non deve gestire ma solo controllare”.
Sottoposi tale frase ai dirigenti
sindacali e del Pds, domandando “Chi l’ha detto? .
La maggior parte risposero
Trentin ed Occhetto, altri Reichlin e cosi via.
Questo, solo per sottolineare
come il nuovo tipo di trasformismo
che si stava instaurando, si
concretizzava in un “revirement” teorico
segnato dalla mancanza di consapevolezza
e di conoscenza della vera storia dell’Italia, al punto da non sapere e quindi usare le stesse parole
mussoliniane.
Non potendosi dire che gli ex
-PCI fossero già allora “fascisti”, consideravamo però, che fossero tendenzialmente destinati – dicevamo con
Salvatore, già allora, a cavallo degli anni 80-90 - a scivolare sempre più a
destra: sia verso una nuova DC, cioè un nuovo grande “centro”, ma non più
“popolare” bensì classico partito
conservatore europeo (contro il quale la DC
vantava di esistere per impedire che nascesse anche in Italia); sia verso forme
politico-istituzionali e idee “reazionarie”, con un passaggio simile a quello
definito “prefascismo” e con tipici richiami nazionalisti e corporativi agli interessi della nazione, da contrapporre agli interessi e al
conflitto di classe e, in funzione di questo, aspirando ad divenire organizzazione e forza nazionale
totalizzante, come fu
rivendicato nella seconda delle tre fasi del fascismo: quella del passaggio da movimento a partito. Questa aspirazione a presentarsi
come partito della nazione, richiama l’impostazione
politico-culturale nell’elaborazioni della
Repubblica sociale di Salò, nel corso della quale Mussolini
coadiuvato da autorevoli giuristi e filosofi della politica, sottopose a
revisione critica il modello di partito unico adottato in precedenza,
proponendo per l’Italia del futuro, un sistema presidenzalistico imperniato sul
bipartitismo. Un’indicazione che i suoi
eredi capeggiati da Almirante, perseguirono in seguito puntualmente.
Il fatto di ricorrere all’uso di concetti e norme come
quella inserita nella “revisione” costituzionale, e persino a parole uguali a quelle in voga sia nel prefascismo
che nelle tre fasi del fascismo, “movimento”,
prima, poi “partito” e infine “regime” nella sua “terza fase”, è sfuggita praticamente a tutti ma non a Salvatore.
Non che ciò significasse una’ immediata
assimilazione dei politici degli anni 90 e di oggi, al “fascismo storico” che in tali sue forme
non si ripeterà mai, ma significando l’inintelligenza degli attuali gruppi politici di vertice, non solo il ripudio della
storia ma l’ignoranza di quella che è stata la vera storia dell’Italia
nell’ultimo secolo, che già visse sia una “fase”
chiamata, appunto, del “trasformismo”
sia di abolizione del suffragio popolare
proporzionale.
Si che, di fase in
fase, in un processo similare al diciannovismo
e a quelle tre fasi, sono andati instaurando un nuovo tipo di trasformismo misurabile
negli effetti di leggi elettorali sostanzialmente equivalenti al suffragio
“censita rio” degli albori dello stato moderno.
Ovvero, all’ombra di un “europismo restauratore” e ignorando
la specifica analisi del “fascismo
storico” e della storia d’Italia, nonché facendo base sul revisionismo storiografico in cui si annida anche quello teorico, si
è giunti a legittimare il revanscismo teorico e politico della cultura
di una destra variegata, che unita
dalla ideologia della borghesia d’impresa , punta a riproporre i pre-moderni valori gerarchici e il potere assoluto della proprietà nell’impresa
e quindi il primato del privato e dell’economia.
Nell’intento - disvelato da tempo e poi anche dagli ultimi
interventi di d’Albergo – di coniugare
autoritarismo sociale dell’impresa e autoritarismo
politico delle istituzioni. Tangibile e ben visibile in questi giorni in
cui non casualmente è stata avviata in contemporanea la
“revisione”costituzionale e dello Statuto dei lavoratori con l’abrogazione
dell’art. 18, per andare - diciamolo con le parole di Salvatore di 10 anni fa -
“verso una seconda Carta del lavoro”,
tipo quella del 1927.
Crisi e denuncia
della contraffazione ideologica
Nell’ incoscienza o meno, storica, storiografica e teorica
della politica, rispetto a ciò che è già accaduto nel nostro Paese, nonché del
fatto che l’autoritario dominio del potere dall’alto del governo sul Parlamento
e quindi sulla società e le forme liberali di “democrazia” solo “formale”, giù
una volta si sono storicamente dimostrate inidonee a contenere i conflitti connaturati alla
complessità sociale e quindi a prevenire
un nuovo debordo verso il totalitarismo capace di sfruttare e di
presentarsi come soluzione delle contraddizioni connaturate all’antisociale
dominio privato dell’economia d’impresa.
Fase dopo fase, fino alle revisioni a abrogazioni di cui
sopra, si perviene fin’anche a proporre leggi elettorali che dimenticano la
storia reale del nostro Paese, le quali rivelano come si voglia artatamente
dimenticare che, nel 1923, fu abolito il suffragio popolare proporzionale, e che
grazie al premio di maggioranza assegnato alla lista(che pur essendo minoranza
nel paese risultava prima tra le altre di minoranza) si instaurò in Parlamento
la maggioranza assoluta di un solo partito, da cui prese avvio un regime di
domino del governo sul Parlamento, detto appunto “regime di governo del capo”.
Anche alla luce di questo, si comprende la gravità della ” perdita irreparabile” di cui parla Cremaschi, di quel tipo di impegno
critico “sommamente antiaccademico”,
come ha giustamente scritto Catone, lucido
proprio perché non specialistico,
organico e “libero”, che Salvatore
dì’Albergo ha testimoniato fino all’ultimo giorno.
Non solo era addentro alla tematizzazione di tali questioni, ma era sempre il più lucido e
pronto ad intervenire tempestivamente, illuminando anche in anticipo, con analisi uniche e organiche di tipo marxista, le caratteristiche stesse di una crisi.
Andando alla radice, Una la crisi che, come Lui ha
denunciato , non riguarda tanto il contrasto tra “razionalizzazione” e
“democrazia”, ma investe direttamente la cultura
democratica in generale e quella giuridico istituzionale (con tutti i valori e principi che dopo
la caduta di regimi nazi-fascisti ha portato ad edificare una nuovo democrazia,
“sostanziale” e non più solo politica-formale,
quale quella economica-sociale-politica della Repubblica), dominate
da un processo di vera e propria contraffazione di tutto il bagaglio
teorico che il marxismo ha ampiamente dimostrato essere “mistificatorio”, con
riferimento alle questioni che vengono
celate dietro la formula del c.d.
“stato di diritto”, come apodittica e presunta forma dello “stato
moderno”, che nega i diritti dei molti
col potere gerarchico di stato e imprese finalizzato a sostenere e favorire il potere
dei pochi sui “tutti”.
D’Albergo faceva notare come “Le conseguenze traumatiche dell’abbandono della teoria marxista” si vadano “ stratificando, senza prospettive
di recupero, essendo le posizioni rubricate come “di sinistra” assimilabili a
quelle della “sinistra borghese” della fase precedente il passaggio alla
società di massa”.
Questi pensiero furono espressi da d’albergo, nell’Aprile
2003, per il Centro Il lavoratore, in rapporto diretto con la prassi in corso,
durante il contrasto in seno alla CGIL e ai DS, quando fu avanzata e avanzammo
la proposta noi stessi “per un forte contrattacco alla strategia
antisociale”(vedi il critico Dossiereferendum
del Centro Il Lavoratore) , di estendere
l’estensione del diritto al
reintegro di lavoratori licenziati illegittimamente anche nelle piccole imprese.
Questa mancata estensione offre al verboso estremismo ideologico renziano , la strumentale possibilità
di dire che l’art 18 “riguarda pochi” e “non copre tutti”, quindi “tanto vale abolirlo”.
Cultura militante e
pseudo-intellettuali
Sicché, specie per chi non lo ha conosciuto se non per suoi
scritti, si deve anzitutto precisare e capire quanto Salvatore fosse “altro” da
intellettuali, giuristi, ecc., dei quali anzi,
denunciava l’ideologia giuridica dominante a cui si ispirano, la quale
impedisce di cogliere i connotati del processo del passaggio dallo stato
assoluto, allo stato liberale, allo stato fascista, occultando le antinomie fra
questi rispetto e lo stato democratico. D’Albergo osservava infatti come “l’ideologia
giuridica dominante…appanna sino ad
annullare le specifiche forme di evoluzione del diritto positivo e dello stato
entro una concettuologìa che dà una
valenza astorica agli istituti
giuridici”.
Ossia, come volgarmente usiamo dire noi, un’ideologia
dogmatica, che intende per giuridico solo quanto concepito all’alba della
fondazione dello stato, rifiutando ogni evoluzione e sviluppo apportato dal
processo storico. Al punto da arretrare, in tale astoricità e dogmatismo
giuridico, quella che è la democrazia
economico-sociale della nostra Costituzione, definendola “democrazia
costituzionale”, ovvero come fosse
quella vetero-storica e tradizionale.
D’Albergo non temeva l’ostracismo causato da questo suo
essere “altro” dai soliti “tellettuali”
e “giuristi”, perché non si considerava tale.
Si riteneva organico e al servizio dei soggetti reali che
costituiscono “una linea di divisone tra quanti usano la politica e il possesso
dei mezzi di produzione culturale, come strumenti di gestione degli interessi dei
gruppi sociali più ristretti, da quanti, come rivoluzionari e anzitutto ma
fortunatamente non solo comunisti, concepiscono la politica come movimento e
organizzazione di forze sociali miranti a trasformare i rapporti di diseguaglianza
che distruggono identità, soggettività, ed energie di classi sociali, razze e
sessi. Creando contraddizioni anche tra i deboli e gli emarginati, a causa
della rinunzia, prima ancora che all’ideologia intesa come sistema di valori,
alla teoria intesa come criterio d’identificazione dei valori e di
demistificazione delle ideologie come falsa coscienza”. Perciò Salvatore non
solo agiva, ma pensava da militante, capace di discorrere alla pari con
lavoratori e militanti di base, disponibile con chiunque a dare un suo
contributo (non solo in campo politico e sociale, ma anche personale), e
impegnato anche a dare, diffondere e socializzare una preparazione culturale e
teorica, donde il suo impegno negli organismi di studio e formazione del
partito e del sindacato. E riteneva la chiusura di queste scuole e luoghi di
formazione l’inizio del declino e infine della perdita dell’autonomia
culturale.
“Gli hanno messo in
testa, a partire dal ‘76, nei partiti di sinistra e nel sindacato di classe,
che bisogna “saper gestire” lo stato e l’impresa: nei partiti si è detto ai
militanti di imparare a fare le delibere, ovvero trasformando i consiglieri di
enti locali e assemblee pubbliche in
burocrati; cosi che non c’è più un amministratore pubblico con il quale oggi si
possa parlare di politica. Ai sindacalisti si è detto di imparare a leggere i
bilanci d’impresa, affidandosi a studiosi impregnati di cultura d’impresa e di
chissà quale connotato, lasciando alle spalle
tutto il discorso fatto dal 68 sulla
non neutralità della scienza e della cultura come strumento di sostegno del
potere”.
Questo d’albergo lo disse nel ‘78, in “Quale riforma?”
pubblicato nell’82, contente il suo contributo intitolato “Governabilità o trasformazione? Stato delle autonomie e programmazione economica, cap. “classe operaia e
‘cultura di governo”, pag. 83), uno dei libri che ci disse “basta che gli mandi
le copertine” (che allegheremo aggiungendo il testo del suo intervento),
riferendosi al gruppo di compagni più vicini e comunque a tutti coloro che non
avevano vissuto quelle esperienze o che ne hanno smarrito la memoria.
Da “braccio e mente”
di Ingrao a sostenitore di Berlinguer
Tre lustri più tardi, quando iniziarono le pubblicazioni dei
Quaderni del Centro “Il Lavoratore” (col contributo della Cgil Lombarda diretta
da Mario Agostinelli) ebbi modo di documentare che ormai da tempo, i corsi
sindacali erano tenuti da manger
delle imprese private, e non gratuitamente, ma con pagamento di parcella da parte del sindacato.
Persino alla
Fiat, nonostante fosse l’azienda che non
tenne fede nemmeno agli impegni dell'intesa che “tradì” i 35 giorni di lotta
operaia, Fiom-Fim-Uilm accettarono che l'azienda coi suoi “tecnici”, gli intellettuali
organici d’impresa (cioè soggetti elaboratori e mediatori delle ideologie e
quindi autori principali e fondamentali per la conquista e l’esercizio
dell’egemonia culturale da parte di ogni classe sociale, nel caso dell’egemonia
della borghesia padronale) tenesse un corso di formazione per i delegati sindacali: “L'impresa nel
contesto competitivo” (“la parabola del
sindacato”, in Lega leghismo cultura
d’impresa e l’antitesi al potere dal basso, Quaderno 2 de “il Lavoratore”,
Milano 1995, pubblicato nel 1997 e 2010).
Dagli anni 80 invalse
la “normale” abitudine del pagamento di parcelle a chi teneva conferenze o seminari: ma quando in CGIL dissero a
d’Albergo, “professore” - e già questo era per lui offensivo – prima di
andarsene dovrebbe passare dall’ufficio di amministrazione”, appena seppe che era “per essere pagato”, dovettero
accorrere in tanti perché nessuno riusciva più a tenerlo.
Per lui era solo una prova in più, il guanto di parafina, di quanto andava sostenendo da tempo
denunciando il compromesso di classe,
il vero compromesso storico , quale non era quello che la destra PCI assunse
come compromesso di governo, attribuendolo a Berlinguer che invece era
contrario ma veniva regolarmente messo in minoranza nella direzione e nella
segreteria (autorevole conferma di questo, anche rispetto al comportamento
della destra PCI rispetto alla mafia, ci è venuto anche da Nicola Cipolla
sostenitore di La Torre)
come sapevamo e sapeva d’Albergo. Che riteneva Berlinguer prosecutore della strategia
togliattiana e della Costituzione, che attuasse nella prassi quel che solo a
parole, in “masse e potere”, aveva sostenuto Ingrao che d’Albergo non peritò di
criticare in un articolo su l‘Unità , per la sua proposta di costituire un
“governo costituente”, prima ancora di Cossiga che lo lancio
successivamente. “Lo hanno ucciso”,
furono le parole di Salvatore, affranto, mentre andavamo avanti e indietro per
i corridoi della CGIL Lombardia, con il suo orecchio attaccato alla radiolina
che aveva sempre con se e che ascoltava,
da mane a sera e di notte, seguendo i fatti in tempo reale (chi dice che
questo è possibile solo oggi con le nuove tecnologie?). A prova di questo
portava l’aver visto personalmente e più volte Berlinguer uscire dalla sala
della direzione col volto congestionato, violaceo, col “sangue alla
testa”.
I nessi tra l’uomo e la comunità sociale
Quindi è da capire anzitutto la
rettitudine e la statura d’uomo, di “uomo uovo”, per spiegare i nessi tra
l’uomo Salvatore e la comunità umana sia generale che del movimento operaio e
del partito “moderno principe”, la sua necessità di interpretare, per servire e
“viverlo” assieme agli altri quel rinnovamento
della società e della vita di ciascuno segnato dall’esperienza sia storica che
sincrona delle lotte per l’emancipazione
e per la strategia di progressiva trasformazione socialista dei rapporti
sociali e di produzione del capitalismo che costituisce l'irrefutabile
discrimine storico tra conservatori e progressisti, tra chi è
“di destra”, cioè per il capitalismo e chi è “di sinistra”, cioè per il socialismo:
termine che però la c.d. "sinistra"
attuale nemmeno nomina .
Per tutta la vita dalla parte dall'antifascimo
anticapitalista ed in tale inscindibile
nesso tra l’uomo e la comunità
sociale, per anche così intendere
la natura e la specificità di quel/colui che era in primo luogo un uomo
eccelso e, conseguentemente, per questo, un eccelso politico ed eccelso
intellettuale, consapevole e critico del fatto che “lo studio individuale scisso dalle azioni collettive è solo un
attestato per se stessi, non un contributo di lotta che, infatti, anche per
questo è del tutto latitante” (D’Albergo, MS del 20-12-2013)
Al termine di una di quelle lectio magistralis di d’Albergo (come quelle di Togliatti che
Fortebraccio richiamava per spiegare
perché non attaccava Andreotti, il quale diceva
ai democristiani di non seguire la cattiva abitudine di uscire dall’aula
quando parlava Togliatti: “restate e avrete la possibilità di apprendere una
grande lezione di politica e di vera storia dell’Italia”), uno di quei
cattolici democristiani, conosciuto per le sue doti di cultura sia generale che
politica e di spiccata onestà politica e intellettuale, tale e raro esempio di
cattolico-democristiano ci avvicinò, turbato da un interrogativo che aveva
valenza riguardo la formazione della dirigenza di tutti i partiti, chiedendo a
se stesso e a noi: “ma come è possibile che uno cosi non sia lui il segretario
del partito? (che in quel momento era Occhetto)
In particolare, ma non soltanto, lo aveva colpito la
straordinaria capacità di inquadrare ogni singolo fatto raccontato da testimoni
nel contesto politico e nella prospettiva storica, supportando il tutto non con
le parole ma con i fatti concreti, accertatati e, lì, irrefutabilmente
testimoniati da uomini in carne ed ossa, mostrando il rapporto tra analisi
storica e uomini, e tra teoria e prassi anche delle e nell’esperienza concreta
e personale della base operaia e comunista.
Oltre degli studi interdisciplinari del liberalismo e del
fascismo, poté avvalersi anche della grande scuola del partito di massa
gramsciano, la scuola dove l’operaio e il militante di base diventavano ed
erano intellettuali organici, cioè dotati di una preparazione teorica e
culturale e quindi in grado di svolgere un’opera di elaborazione, di formazione
culturale e di direzione politica: non si fatica a sapere e a credere che erano
sopratutto questi “intellettuali”, operai armati di teoria e capacità di
direzione, che interessavano e a cui guardava Salvatore d’Albergo, il quale non
si peritava di sottoporre alla loro valutazione critica i testi - anche quelli
di apporto teorico - che scriveva, prima di pubblicarli.
L’ intellettuale gramsciano: d’Albergo ispiratore
di basi organizzative e militante organico
al sociale-autonomo motore della storia
Ma tutto ciò non è sufficiente se non si considera e non si sa che era politicamente e
culturalmente del tutto e assolutamente
autonomo, in un fase in cui gli
intellettuali, per malsane ambizioni,
sono preferibilmente subalterni persino a quella che oggi è una politica culturalmente insignificante.
Così che ogni loro azione o
comportamento, anche nell’esprimere una critica, si mantiene sempre all’interno
dell’opportunità politica, persino quando è necessario quanto meno specificare l’antinomia tra la corretta e coerente analisi culturale, e la prassi
politica. Abdicano alla loro funzione pur di non superare mai i paletti
prefissati dalla politica della classe dominante, a cui vogliono appartenere o
apparire come parte di essa, anche a costo di mediare sui principi o persino
subordinandoli alle necessità del politico del momento. E per quale motivo,
poi, se non per restare nell’establishment politico
giornalistico, per la carriera e per quell’immarcescibile soggettivismo e
narcisismo, che non ha mai nemmeno sfiorato Salvatore - alimentato dallo
stesso giornalismo che è sempre e tutto di regime anche quando si qualifica
come “alternativo” o millanta essere di “opposizione”?
Salvatore si stupiva del fatto che persino alcuni di coloro
che considerava prestigiosi e degni di stima, si mettessero in gara solo per
ottenere un “seggiolino” in un consiglio comunale. Non riusciva a spiegare una
rinuncia alla propria funzione. Cosa comprensibile se si pensa che quando lo
inserirono come Giudice del Tribunale dei
ministri, ricordo l’affanno con cui si precipitò a trasmettere che non
accettava, col timore che in pieno agosto il suo telegramma non arrivasse entro
i tre giorni concessi per disdire.
Al di là dei suoi inarrivabili apporti teorici, che verranno
messi in luce in altre occasioni, quel che urge maggiormente è celebrare quegli
aspetti della sua personalità e autorevolezza, manifestatesi con la rara
capacità di garantire unitarietà complessiva sia ad una tematizzazione
politica-culturale che ad una realtà sociale-politica-economica assai
articolate. Dagli anni in cui si elaborava e si organizzavano movimenti di base
e di difesa della riforma sanitaria (Salvatore per altro venne consultato dalla
senatoriale Commissione d’inchiesta sulla sanità), del diritto di sciopero,
degli autoconvocati comunisti, ecc., agli anni di ricerche e pubblicazioni socio-culturali del Centro “Il lavoratore”,
del Movimento di Rilancio dei valori
sociali della Costituzione.
Insomma, per quel cinquantennio e oltre di contributi critici e pluridisciplinari
in cui ha saputo non solo mettere a fuoco i temi tra loro collegati e
collegabili alla irrisolta ed ora ulteriormente aggravata questione sociale e della
socializzazione e democratizzazione dei poteri, ma agire in coerente rapporto
tra teoria e prassi, intervenendo direttamente nell’attività politico culturale
e partecipando personalmente all’attività di ogni movimento di lotta, nessuno escluso,
soprattutto a quelli di base e dal basso e del movimento operaio politico e
sindacale.
Agire e intervenire con teoria della prassi, per lo sviluppo
di una democrazia reale, mantenendo
sempre e costantemente - diversamente da tanti e troppi altri - una coerenza tra principi di liberazione ed
emancipazione di masse di cittadini e di lavoratori, e strategie di lotta
sociale e politica : per riaprire gli spazi di democrazia sociale, chiusi
dai gruppi di potere oligopolistici che senza trovare più alcuna vera opposizione,
tendono ad approfondire i solchi storici che emarginano e separano i gruppi sociali più sfruttati in una società
ogni giorno più invivibile, dove, per dirla con una sua frase, “la tecnologia copre una nuova barbarie”.
E cosi, Lui, che si scherniva dicendo di essere incapace di
dare valenza organizzativa a quanto riteneva indispensabile organizzare per una
lotta pratica, in realtà ispirava
elementi di coordinamento e di ordine intellettuale e morale tali da farli
diventare basi organizzative concrete di azione vitali.
Nel solco del movimento operaio, del
partito di massa e del marxismo politico-sociale
In tutto ciò, quindi, avverto il rischio che si dia di
Salvatore un’immagine parziale, in parte distorta, quella da cui lui fuggiva
sempre. Temo che anche noi (io intendo) abbiamo contribuito al rischio di
ridurre l’opera e la personalità di Salvatore definendolo, a caldo e di getto
appena ricevuta la notizia della sua morte, col dolore nel cuore più che con la
mente, un “intellettuale organico gramsciano”.
Che certo è vero, ma che, nell’attuale e diffusa
insignificanza della storia e della cultura anche più recente dell’Italia e
ancor più della obliterata storia e cultura del movimento democratico e operaio
di massa, che segna irreversibilmente anche il futuro, dice poco a chi non sa
cosa significa intellettuale organico e ancor meno di tipo gramsciano.
Per individuare le caratteristiche di questa figura, occorre
considerare come essa corrisponda ad un tipo di soggetto che non è pacificato con la realtà dominante, ma usa
il pensiero e la scrittura non come rifugio e balsamo ma come un'arma che utilizza con
rabbia e indignazione verso gli inganni e le ingiustizie di ogni specie,
compresa quelle “naturali” che negli
ultimi anni hanno colpito Salvatore.
Per questo scrivendo l’annuncio della scomparsa di
Salvatore, abbiamo gridato come Tersite contro i “belli, ricchi, forti e
sanguinari” saccheggiatori di città e comunità, che invece gli sopravvivono continuando a saccheggiare il residuo potere dei
molti a favore dello sconfinato molto potere di pochi, continuando a lordarsi
le mani del “sangue” dei più deboli, dei lavoratori, dei ceti popolari e dei
più deboli, a cui Salvatore si sentiva ed era assolutamente “organico”. Ecco
cosa significa la locuzione “intellettuale organico gramsciano”.
La visione processuale
della storia e della teoria della prassi
Difficile da
comprendere in una fase di rifiuto delle nozioni classiche di verità,
oggettività, progresso e ragione, nonché di estremo relativismo culturale parte
integrante di una specie di senso comune e/o falsa coscienza, che
danno l’ ILLUSIONE DI VIVERE IN UN’EPOCA SCEVRA DA
OGNI ILLUSIONE. Una situazione diffusa che coinvolge in
prima persona la crisi”
dell’intellettuale”, epiteto ormai sgradito a loro stessi, perché considerato
“sinonimo di astratto” dal sociale, dalla storia, dal mondo “reale”, in quanto, all’opposto di d’Albergo,
hanno smarrito la nozione gramsciana dell’intellettuale . Cioè un
soggetto che non pretende di fare la storia con la sua sola cultura, che non si
distingue per il “parlare bene” o per la mera eloquenza, né tanto meno
costituisce - come è nella tradizione borghese sino ad oggi ininterrotta - un ceto privilegiato ma un soggetto che
lungi dal costituire una classe a parte,
pone il suo sapere e le sue competenze al servizio del proletariato, legandosi
organicamente ad esso e alla sua lotta.
Dato che i più
hanno perso tale nozione, si è arrivati al punto che anche alcuni dei
più bravi non riescono neppure a distinguere tra un intellettuale organico al
proletariato, vale a dire al “terzo” tra il
partito e sindacato, da un intellettuale borghese, ai pure considerato persona
“rispettabile” e “amico” della “sinistra”.
Temo quindi il rischio che, malgrado o proprio per la stima
e l’ammirazione per la sua immensa produzione ed opera intellettuale, per il
suo irrefutabile apporto teorico nei più svariati campi del sapere e non solo
del suo campo professionale, si trascuri involontariamente la sua specificità e
in primis la sua umana pienezza, scevra e del tutto opposta ad ogni tipo di ipocrisia e
di mediocrità, stupefacente per generosità, disponibilità, sensibilità e attenzione per ogni singola e qualsiasi
persona (basti il solo esempio di
quell’incredibile modo di fare con i
bambini che da grandi li porta a ricordarsi di lui con un affetto tale e
quale a quel che si porterebbe per il più caro dei genitori), per la
perspicacia che gli permetteva di aiutare gli altri, capendo subito il bisogno
e lo stato d’animo altrui persino prima e meglio di chi viveva quello stato.
Non sono certo che queste parole possano rendere l’immagine
di un “uomo sociale a tutto tondo”
qual’era Salvatore.
Il territorio come
base della socialità e della democrazia
Non solo nel senso in cui ognuno è uomo sociale, forse più
facile da spiegare con esempi anche se parziali… “Un grande Uomo, con la mente forse più grande che io abbia mai
conosciuto, con la sua cultura, con la sua straordinaria capacità di analisi,la
sua tenacia, la sua memoria, la sua umiltà coi deboli, la sua forza contro i
potenti” (come scrive Arianna).
Un uomo sociale non solo nel senso dell’“io” individuale e
sociale, tra loro inseparabili, ma nel senso di un “io” unitario,
“soggettivamente” espresso e testimoniato con forza e coerenza specifica dal
vissuto sociale in cui Salvatore era costantemente immerso: espressione,
testimonianza nel solco della storia sociale del movimento operaio e
democratico, che danno il senso di una sua intramontabile presenza. Intramontabile.
Non si può definire l'eccelsa personalità di Salvatore
d'Albergo né apprendere il vero significato e contenuto di tutti i suoi apporti
teorici se non lo si celebra come uomo
della base sociale e uomo sociale a
tutto tondo.
Per questo lo vediamo impegnato in molti più luoghi di
quanto normalmente nelle sue biografie ci si ricorda di dire, sia in “alto”,
sia nel territorio-sociale, luogo di “elezione” e unico luogo vero e possibile
di inveramento e attuazione della democrazia: donde i suoi permanenti
interventi sulla rivista della Lega dei Comuni e quella dell’ANCI (dove
finalmente una volta, da consigliere comunale e provinciale, cominciai a
trovare degli interventi che mi colpivano, a firma di uno per me sconosciuto
Salvatore d’Albergo), analiticamente riferiti alla programmazione democratica dell’economia e quindi al ruolo e alle lotte delle forze sociali e di classe del
territorio sia con i Piani dì’impresa che in rapporto all’ente locale
“soggetto della programmazione economica nazionale”. Storica questione su cui
le forse conservatrici hanno “bloccato” l’attuazione della costituzione e
impedito la riforma delle autonomie locali per tutti gli anni 60-70, sino a
quando, il Pds che aveva “sostituito” il PCI, ha “mollato” tale principio costituzionale ed
abbiamo avuto la famigerata “riforma” titolato al “Bassanini”.
In tale lotta per un stato delle autonomie e dell’ente locale
come anello di base di una ascendente programmazione democratica
dell’economia, nesso e prolungamento del controllo sociale dei piani d’impresa,
lo troviamo impegnato sia in “alto”,
anche nell’IRES nazionale CGIL, sia in “basso”. Ovunque lo chiamassero i
consigli di zona, di fabbrica, o di quartiere d’Albergo c’era. Ovunque e in
qualunque luogo del territorio-sociale della nazione, che assumeva, quasi come “una
categoria teorica”, come luogo di elezione ed elaborazione della teoria e della
forma di stato, della prassi di lotta politica e dell’elaborazione teorica e
politica sia generale sia della teoria marxista dello stato.
Da grande conoscitore di Gramsci, forse il più approfondito
conoscitore dell’interezza del pensiero di Gramsci - che altri conoscono
prevalentemente per le categorie più conosciute e spesso più ripetute che
applicate - e convinto assertore della validità della togliattiana strategia delle
riforme di struttura – donde le lotte
e gli scioperi per le riforme di
struttura negli anni 70 - e di
transizione democratica al socialismo: quella tanto temuta dai poteri capitalistici
“forti”, al punto che dalla Trilateral capitalistica, tra cui Kissinger,
all’ambasciatore USA in Italia, a Licio Gelli, denunciarono allarmati che “in
Italia i comunisti stanno vincendo con la democrazia”.
Impegnato ad approfondire i temi economici e del potere
privato e pubblico, del capitalismo di stato del diritto pubblico economico -
ecco un’altra specificità/diversità di
Salvatore - come nessun altro degli
specialisti delle varie discipline e dei tanti “costituzionalisti e o giuristi, Salvatore ha saputo contribuire, sempre in rapporto ai
lavoratori, al pluralismo e alla dialettica lotta tra le classi, finanche
legittimata dalla Costituzione, a una visione in cui lo stato è una forma
espressiva e storica della questione
sociale.
Il rischio di darne
un’immagine riduttiva
Chi si ricorda di tutto quello che è stato l'essenza
dell'opera di d'Albergo e della sua personalità eccelsa? Temo gli si faccia
torto se lo si fa passare e lo si riduce a costituzionalista, docente, giurista
o anche solo "intellettuale”.
Allora lo diciamo brutalmente, cosi che nessuno si sogni di
fare di D'Albergo uno da ricordare solo sulle riviste giuridiche, solo perché
era anche docente ed aveva studiato e insegnato diritto pubblico e
costituzionale, né che gli intellettualucoli
lo riducano ad intellettualucolo come loro,
perché D'Albergo era oltre che un gigante del pensiero rispetto a loro e
superiore a tanti altri, viveva e interpretava la sua funzione e tutta la sua
vita in modo esattamente opposto ai c.d. “intellettuali” e di come sono intesi
e percepiti, specie da lavoratori e popolo.
D’Albergo non osservava la realtà da dietro una
scrivania e non saliva sugli spalti ad
osservare una realtà distorta a causa del punto di vista dall’alto. Lui stava
in basso, nel sociale-territoriale (termine
che non si stancava di ripetere da quando l’ho conosciuto e in tutti i 36 anni
in cui abbiamo lavorato e lottato), che era il suo luogo di vita, di lotta e di
studio, così come lo è per il soggetto sociale generale, la classe operaia e i
lavoratori del movimento operaio in cui era immerso fino al collo ogni ora e
ogni giorno.
Si che il sociale-territoriale
era anche il luogo da cui prendeva il via la sua analisi e la sua riflessione teorica, mai una riflessione
astratta e fine a se stessa e mai finalizzata alla conquista di una qualche notorietà,
che se avesse voluto seguire le strade solite dell'intellettuale, del giurista
l’avrebbe e con facilità ottenuta sovrastando tutti.
Proprio dei giuristi, negli ultimi giorni di lotta contro la
malattia condotta sempre nella più piena lucidità, lo straordinario acume e produttività intellettuali, propri della sua immensa cultura ed
immensa esperienza sociale e di massa, mi diceva: "sono degli analfabeti,
perché rincorrono il principio del ricorso e di attendere le
sentenze, credono che il diritto sia sanzione, e invece è potere, e senza
sapere che anche la Corte,
diversamente dalla Cassazione (e guarda caso il giorno dopo il nostro articolo
sul Manifesto, c'era un intervento di un cassazionista
che riprendeva persino nel titolo "Il vero significato dell'art. 18")
è politica
anch'essa e annulla in realtà l'autonomia della giurisdizione, tanto che
non riescono a trovare la soluzione politica per i giudici da eleggere in
Parlamento, "col rischio che ancora peggio di Violante passi un Barbera o
un Ceccanti".
Contro la separatezza
della cultura giuridica, ancella del fascismo. Il diritto come strumento di
lotta di classe
Salvatore la realtà preferiva viverla, immergendosi nel
sociale fianco a fianco dei lavoratori e del movimento democratico e sociale,
nel territorio-sociale, l’unico luogo della gente, l’unico dove si può fare e
può esistere la democrazia.
Così polemizzò duramente contro l’elezione diretta dei
sindaci, anche con Novelli che in conferenza, a Varese, venne a dirci di essere
“favorevole perché il Comune è come una
azienda”, similmente ad un Renzi che oggi definisce il Partito “una Ditta”.
L’Ente locale territoriale è l’unico luogo esclusivamente sociale, essendo ogni
altro luogo solo un’astrazione puramente
terminologica come’è il c.d. “nazionale”. Perché la gente non vive e lavora
per aria nel “nazionale”, ma in terra, nel territorio-sociale, centro di
lotta e termine continuamente citato e
onnipresente degli anni 69 e 70, come ripeteva sempre D’Albergo. Da li
risalendo poi e sempre alla questione generale e del potere.
Quindi è un’ideologica
astrazione un “interesse nazionale” separato o persino contrapposto a
quello territoriale-sociale. “Interesse nazionale” appellato e contenuto nella Carta del lavoro fascista del 1927 (che
d’Albergo conosceva a menadito) , che si rivaluta oggi con l’attacco al 18, con
terminologia “nazionale” di stato e di partito, che mutatis mutandis è la stessa a cui si appellava il mussolinismo per
sostenere la superiorità di tale interesse rispetto alla differenze e contrasti
di classe. Quindi strumento dell’interclassismo base e forma
dell’autoritarismo, del “governar decretando”; e in più nell’”interesse
nazionale”, c’è una legge delega, che d’Albergo considerava peggio di un decreto, in quanto con essa, si induce
il Parlamento ad auto-espropriarsi delle propria funzione e del proprio potere
legislativo, delegandoli ai decreti di quel che è un esecutivo: cioè ai decreti
del governo che, non contento dell’auto espropriazione del Parlamento, mette la
“fiducia” per ottenere un’incostituzionale delega in bianco. Motivando anche
questo, appunto, con “l’interesse nazionale” di dimostrare alla riunione della
burocrazia sovranazionale europea che il governo sta davvero facendo “i compiti
a casa” assegnati dal luogo centrale della burocrazia capitalistica, sovrastata
e dominata dall’interesse nazionale di altri paesi.
In tal modo, con un “interesse
nazionale” prono al
nazionale-sovranazionale di altri, si vuole e ci si prepara a veleggiare
verso “La seconda Carta del lavoro”
fascista l 1927 , che viene rivalutata con l’intento di riscrivere lo Statuto
dei lavoratori, come enunciato col solito estremismo
ideologico del “capo” di governo, che
prepara il “secondo regime del capo di
governo” della storia d’Italia.
“Saccheggiando” la democrazia, anche nella sua forma minima
dell’eleggibilità delle Assemblee, il sistema sociale e non solo quello
politico, nato dalla Resistenza:
“abolendo strumenti
vincolanti - virgoletto parole e concetti espressi da Salvatore - volti a
fronteggiare il dispotismo delle imprese, ansiose di decidere in via esclusiva
sulla vita dei lavoratori nonostante l’art. 1 e l’art 4 della Costituzione, che
qualificano la Repubblica
in nome del lavoro.
Intendendo casi dare – oltre che con la pubblicizzazione del
privato - nuovo rilievo al Codice
civile, che ha preceduto la
Costituzione, sottolineando
l’ordinamento corporativo fascista, in cui e in base al quale il lavoro
dipendente deve collaborare col padronato - in nome del superiore “interesse
nazionale”. E questo il senso della parole della bozza completata con
d’Albergo, e che ora è nelle mani di Cremaschi e di Agostinelli, dopo aver
concordato col primo, l’idea di un testo da rivolgere a magistrati, senatori e
a tutti quanti, in cui vari “sottoscritti” avrebbero insistito nel “sostenere
il vero significato dell’art 18”.
Quando. di tale intento, informai D’Albergo, erano le 7 di
sera e sapendo la fatica che gli costava stare e parlare al telefono, gli
proposi di risentirci il mattino successivo. Lui mi rispose: “no, no,
facciamolo subito; e come sempre la sua macchina culturale e politica, di ogni
scienza e onniscienza, il suo straordinario e ineguagliabile cervello – dono ma anche frutto di applicazione, di
lunga e sviluppata militanza ed esperienza nel movimento operaio - cominciò
a sfornare, tramite la bocca e seppure a fatica, parole e concetti a getto
continuo…
Ma cosi era con tutti e da sempre. Come se avesse in testa
una biblioteca di tutte le scienze umane
e tecniche; non la biblioteca di un solo
scaffale come è quella di tutti gli attuali intellettuali, filosofi,
sociologici, economisti, storici,
costituzionalisti, giuristi e docenti. Ad es. quelli che separano la proprietà
dall’impresa e dal profitto, come Rodotà, in forza della parcellizzazione delle cattedre e della separazione tra diritto civile e diritto commerciale, dividendo la
proprietà fondiaria dall’impresa, in omissione del fatto che il capitale non è
più solo quello “immobile” ma ormai e
soprattutto “capitale mobile” – e questo viene ignorato proprio da coloro che
in tutti questi 30 anni hanno enfatizzato la globalizzazione e la c.d.
“mobilità dei capitali”. Non sanno che già Gramsci ne parlava a iosa nei
Quaderni: senza che questo invalidasse - agli occhi di Gramsci - la marxiana teoria dello stato e teoria della
prassi come hanno invece ritenuto tali suddetti intellettuali di ogni specie.
Salvatore era capace di unire l’unitarietà propria della persona con l’unitarietà
complessiva delle tematizzazioni e delle questioni poste dalla vita e
dall’esistenza degli uomini. Sicché, contemporaneamente, l’umana
sensibilità e generosità si traducevano
sia nella prassi che nella riflessione teorica: ovvero in vera lotta che per
essere tale deve essere sia lotta pratica che teorica, divenendo battaglia
(sostenuta da ricerche, riflessioni teoriche e dibattiti culturali di massa),
condotta da lui con noi, nella scuola e verso l’ente locale, al quale presentai
proposta di delibera seguendo l’iter istituzionale ma sostenuto anche da cortei
di genitori e bambini, come lo “sciopero del panino” dei ragazzi durante
l’intervallo, affinché l’ente locale riconoscesse “il bambino come soggetto di diritto”, non più oggetto di delibere e
comportamenti che ignorando “il bambino soggetto di diritto”, guardavano al bilancio. Con Salvatore si è
così pervenuti ad identificarlo “nuovo
soggetto sociale generale” (“soggetto
sociale generale”, più generale
anche del movimento femminile),
partendo dalla realtà pratica ad una definizione anche sul piano teorico,
usando la Costituzione
e mettendo in mora di Codice civile che considera i soggetti solo dal punto di
vista della proprietà, secondo cui i bambini non sono “persone di diritto”
perché non possiedono nessuna proprietà. Il bambino è il soggetto generale più debole di
tutti, privo di qualsiasi potere: per cui coinvolgemmo tutti, compresi i
rappresentanti dell’ONU, facendo valere anche nel campo delle separazioni genitoriali il diritto pubblico e costituzionale
trascurato da avvocati e giudici, che si riferivano esclusivamente al diritto
civile-familiare, senza interpretarlo alla luce dei principi costituzionali.
Questione sociale vs
modernizzazione
Temo una stortura riduzionista della figura e dell'opera di
Salvatore d'Albergo, della sua personalità eccelsa destinata a lasciare
un’impronta indelebile soprattutto per quel tipo d’impegno – testimoniato fino
all’ultimo giorno e in lotta costante e da anni con la malattia del corpo – dai
suoi interventi nei dibattiti politico-culturali, compresi i continui e
ininterrotti scambi con chi tra noi ha avuto la fortunata ventura di rapporti
consuetudinari, chi più remoti o come noi dal 1978 e chi da dopo ma comunque
pluridecennali. Piegava la malattia al suo voler continuare ad agire e ad
intervenire con i suoi irrefutabili e inarrivabili contributi critici che – vogliamo dirlo?- erano e sono assolutamente unici nel panorama
politico e culturale e, anzi, vogliamo aggiungere, anche nel panorama morale di
un Paese, dove anche coloro che dovevano essere gli anticorpi di ogni ritorno
alla pre-moderna concezione della
proprietà d’impresa, come potere
esclusivo, vale a dire un “potere
senza legge” e “assoluto” (che vigeva da ultimo anche nella fase fascista
corporativa), cedono oggi, immoralmente e politicamente, al conservatorismo reazionario del potere d’impresa interpretato
e rappresentato, interpretato e riassunto nel virulento estremismo ideologico proprio della tradizione italica
imperniato sull’esaltazione del “regime del capo di governo” .
Contributi tali da stagliarsi
e svettare sopra tutti gli altri che,
invece, hanno reso la cultura italiana infatuata di enfasi retorica e affatto
scientifica sulla c.d. globalizzazione e ancor più sulla c.d. “modernizzazione”
.
Solo ora alcuni, forse, si rendono conto di quanto sia stato
grave l’imput da loro dato a tale
c.d. “modernizzazione” e conseguentemente alla deriva della democrazia: alzi la mano chi di questi può dire - come
invece può dire Salvatore d’Albergo - di non aver negli ultimi trent’anni mai congiurato
contro la Costituzione,
svilendo il loro ruolo a quello di “manovali” della c.d. “ingegneria
istituzionale” (già di per sé contraria alla Costituzione, che non è opera di
giuristi ne tanto meno di “operatori” e “ingegneri” della’ideologia
giuridicista) per spezzare la dialettica
tra i principi della democrazia formale
e della democrazia sostanziale su cui
è stata edificata la “Repubblica
democratica fondata sul lavoro” e sulla sovranità popolare, in
contrapposizione al primato
dell’impresa. Senza nemmeno la consapevolezza che anche la questione dello
stato altro non è che la forma
storico/istituzionale nazionale, sempre più internazionalizzata ovvero
“sovranazionalizzata”, della questione
sociale.
I Piani d’impresa e
la strategia del movimento operaio
Chi si ricorda dei Piani d'impresa? Bene ha fatto e
ringrazio Vanacore per averlo ricordato, di cui ad es. in quel di Reggio Emilia,
si pervenne ad un approfondito confronto tra Salvatore d'Albergo e Piero
Ingrao, pubblicato anche in un volume a loro nome.
Chi si ricorda del Dpr sui Piani industriali di settore?
Quando ci incontrammo con D'Albergo, mentre dalla segreteria del PCI
lombardo, senza il sostegno degli altri segretari ma solo con quello di
sindacalisti come Pizzinato, Lucchesi, Fenzio ecc., ero in conflitto (come
risulta anche dal Sole 24 ore che ci
sollecitava ad esprimerci con interviste e articoli) con chi dal nazionale e
dal Parlamento sostenevano acriticamente il Dpr
sui piani industriali di settore, come Napoleone Colajanni, Margheri e
Massimo Cacciari (principale responsabile di quel che oggi tutti vedono essere
il disastro di Priolo in Sicilia), temi su cui Salvatore era immerso.
Di lui, per spiegarlo ad altri, Tiziano Rinaldini disse: "é il braccio e
la mente di Ingrao, senza il quale lo stesso Ingrao non saprebbe dare
credibilità operativa a quel che sostiene". Ad es. in Masse e Potere Salvatore
credeva molto mentre Ingrao sempre meno, fino a quello che poi per
d'Albergo fu la goccia che fece traboccare il vaso. Salvatore era in
contrasto con Trentin sui Piani d'impresa e specie sui c.d. "diritti di
informazione" (che per il modo come vennero interpretati diversamente
dagli anni 70, furono un inizio di un indebolimento prima, e di cedimento poi,
del sindacato e infine dello sbragamento dello stesso Trentin, da cui riemerse
evidentemente la sua radice azionista), allora Ingrao gli disse
"vieni che andiamo a cena con Trentin e superiamo il contrasto":
d'Albergo lo salutò (o forse lo mando a quel Paese) e si diresse nella
direzione opposta a quella del luogo di incontro e di "taralucci e
vino". Indicativo nel contempo della forza e rigore sia
intellettuale che morale, di uomo che non si può ne allettare ne tanto meno
comprare.
Nel pieno della battaglia sui piani industriali di
settore, quindi delle riforme strutturali che negli anni 70 siamo
riusciti ad ottenere con le grandi lotte operaie e di massa, quelli che
Salvatore chiamava "spezzoni" e Berlinguer “primi elementi di
socialismo", mentre contemporaneamente,con le aree metropolitane e i
Comprensori si sovvertiva il ruolo e la funzione della autonomie locali,
delle provincie e delle Regioni come soggetti della programmazione
economica democratica e nazionale dal "basso", ci si incontrò e
da quel 1978 Salvatore divenne quotidianamente parte attiva delle lotte del
movimento operaio e sindacale lombardo e milanese. Quotidianamente, ripeto.
Dopo anni di cui non ne parlavamo, Salvatore proprio 5 o 6
giorni prima della morte, cominciò a ricordarlo e a ricordare come e
quando ci eravamo incontrati nel 1978. Correggendo un poco il mio
ricordo, mi ha rammentato il nostro incontro per merito di un uomo di
Cervetti (poi divenuto pure segretario di Occhetto) che si rivolse a D'Albergo
dicendogli di stare alla larga da me perché "pericoloso e terribile";
cosa - anche questa credo significativa - che invece e all'opposto lo
spinse a cercarmi. Circostanza, che testimonia anch’essa la sua “diversità”.
Fino alla fine,
sempre!
Negli ultimi dieci giorni, superava la barriera del dolore e
della difficoltà di parlare, telefonandomi direttamente - e credo facesse
altrettanto con altri - quasi come un segno, per
ricordare e parlare e suggerire. Tra le altre cose, tre giorni prima della
morte, mi disse: " bisogna e
basterebbe che tu gli mandi le copertine dei libri su quello che si
fece prima e durante il Centro Lavoratore".
Ma, gli risposi, già tutti hanno tutto. Lui di
rimando, insisteva: "si ma non se ne ricordano”: e poi molti sono
arrivati dopo i lavori e le lotte che abbiamo fatto sulla programmazione
economica su enti locali e istituzioni come soggetti nazionali della
programmazione, e dopo i primi Quaderni
del Centro Il Lavoratore. E poi, aggiunse, "bisognerebbe che su due
colonne, fianco a fianco, si metta il documento-manuale di difesa
della Costituzione – scritto lui e che,
diciamolo, è il miglior testo che sia stato scritto sulla Costituzione, sia per
rigore scientifico e dell’analisi che per la forma divulgativa - e sull'altra
colonna, parallelamente il testo del primo volume del Centro, quanto più
possibile o almeno la Relazione
che contiene i riferimenti al documento fondativo del Movimento di Rilancio
della Costituzione.
D’Albergo e Pirola
L’ira, non certo funesta come quella di Achille, ma vera,
rabbiosa in quanto sincera, con cui abbiamo scritto col dolore nel cuore è
quella stessa che provammo per la morte di papà e familiari, e di quando è
morto Pirola. Mi capita spesso di associare D’Albergo e Pirola, perché loro
stessi si erano associati da quando li
feci incontrare nel 1978. In
quel centro mondiale di incontri culturali che era allora l’Istituto filosofico Aloisianum, in quel di Gallarate (si che il
figlio Ernesto d’Albergo nel ricordare il padre ha citato “il suo singolare
interesse e studio delle religioni”), e negli anni
2000 durante la direzione di F. Società di Pirola. Nel 1978
insieme stendemmo un programma dopo il confronto con Bobbio e aver dimostrato a
questo che – anche secondo la lezione di Santi Romano – anche una teoria
politica e una teoria sociale sono teorie giuridiche, tanto che da esse, e non
da teorie “giuridiche-giuridiciste”, è nata la
Costituzione. Al che Bobbio non ebbe
più spazio per negare l’esistenza della teoria
marxista dello stato – sicché dopo aver svolto considerazioni critiche sul
centrosinistra gestito dal Cardinal Ruini tramite Prodi, Pirola mi scriveva :
“Ma dove sono ormai i marxisti
meglio i marxiani, con cui ho lavorato una vita? Figure esemplari di uomini
tanto onesti quanto poveri per sobrietà di vita...Sono diventati tutti..
cardinali.. Sedie e non idee proprie e critiche. Il programma di destra ve lo
facciamo noi, i prodi di... Prodi. Che compagnia né di Gesù, né di Marx...
Ma noi non molliamo, vero? Continua a tenere duro. Ciao e buon
lavoro e buon Anno. Giuseppe Pirola”.
Gli risposi: “uno però
di quei marxisti onesti e sobri che cerchi lo hai trovato e lavori con lui come
hai lavorato una vita…..”. Mi rispose, “E vero, si, ma d’Albergo e l’unica
eccezione…e come sai l’“eccezionale”, come d’Albergo, conferma la
regola…purtroppo”.
Del resto (questo non l’ho mai detto, ma posso ora che sono
morti entrambi i protagonisti che lo sapevano bene) quando prese la direzione
di Fenomenologia Società, precedentemente involutasi in “filosofia astratta” (“eppure è una
rivista di “Filosofia” e “società” , diceva), Pirola mi chiese se noi del
“Lavoratore” potevamo dare una mano alla rivista, non per escludere alcun che,
né altri, ma per ampliare lo spettro delle tematizzazioni, nel pluralismo delle
posizioni includendo anche quelle di cultura marxista sin li marginalizzata,
nella pluridisciplinare produzione dell’attività della rivista. Iniziammo
organizzando un seminario come Centro Il Lavoratore e Fenomenologia e Società
presso la sede della rivista in Piazza San Fedele. E’ cosi che riprese a
lavorare con d’Albergo dopo gli anni in cui Pirola era stato in varie parti del
mondo, con l’apporto anche di Vittorio Gioiello e poi anche mio.
Ma questo fa parte di quanto è giusto valorizzare di
d’Albergo, ma che non deve essere ridotto a questo che non basta per dire chi
era davvero.
Il bivio. Rifiuto del
professionismo accademico e della frantumazione dei saperi
Salvatore e Gino Giugni erano stretti amici, anche di
famiglia, se non ricordo male:
Giugni gli telefonò dicendo: “Sto uscendo di casa per andare
a iscrivermi al partito socialista, vieni anche tu? Guarda, sto uscendo
anch’io, per andare ad iscrivermi al Partito Comunista" . E da allora tra
loro, praticamente, si ruppe ogni rapporto.
Il bivio. D’albergo, ripudia la strada della professione e
dell’intellettuale come classe o ceto a se stante, sceglie la strada della
militanza e di mettere la scienza e il suo sapere al servizio del movimento
operaio, della classe e dei comunisti del partito di Gramsci e di Togliatti,
che con la sua elaborazione strategica è stato quello che ha convinto d’Albergo
che quel che raccontavano i comunisti non erano solo cose belle ma che si
potevano realizzare tramite quella strategia, il punto centrale che vale per
noi tutti oggi: non basta dire ma occorre indicare e mostrare la strategia e i
mezzi credibili a realizzare i fini conclamati.
E il “non capire” questo da parte della sinistra politica e
sindacale, è stato il cruccio di d’Albergo da quando il movimento operaio,
politico e sindacale e la “sinistra” hanno abbandonato la strategia delle riforme sociali; di
democratizzazione e socializzazione
dell’economia e dello stato; del controllo politico e sociale dei Piani
d’impresa, in una parola: della programmazione democratica dell’economia, per
attuare la democrazia-sociale prefigurata dalla Costituzione, nella convergenza
politico-culturale di cattolici sociali
e comunisti, di Dossetti con Togliatti e nella divergenza di essi e dall’intera
Assemblea costituente da Calamandrei e dei suoi del Partito d’Azione (Ciampi,
Bobbio, La Malfa,
ecc). Calamandrei generò l’ilarità
dell’assemblea dicendo di non capire cosa significasse interesse sociale e
controllo sociale dell’impresa e rimase il solo a sostenere il
presidenzialismo. Eppure, nonostante questa assodata verità storica, il Fatto e
il Manifesto e gli “intellettuali” e “giuristi” di professione che li scrivono,
indicano proprio lui, l’unico, vero e grande sconfitto della Costituente, come
“padre” della Costituzione: non ci si può poi tanto meravigliare se - come ci è
stato “messaggiato” – “il Manifesto con tale Fabozzi plaude ad un Zanon ma non ricorda né pubblica ricordi su
S. d’Albergo” .
Salvatore scelse di
non appartenere all’establishment e tanto meno agli apparatnichki, di partito
e sindacato, del giornalismo e del
giuridicismo: la libertà non si compra mai ma si paga sempre.
Pienamente consapevole di questo, d’Albergo rinuncia
coscientemente a seguire il percorso tradizionale del professore, del docente,
dello studioso di diritto amministrativo e diritto pubblico economico, del
costituzionalista, malgrado fosse
destinato a primeggiare tra coloro che sono diventati quelli che il fascismo chiamava
“giuristi di chiara fama”, quelli che stanno sui giornali, senza vergogna di
pagare per questo con la rinuncia al rigore di scienza e coscienza.
Può dirsi, questo, simbolicamente, il bivio di chi era
destinato ad una brillante carriera di intellettuale, giurista e
costituzionalista, il quale inizia viceversa un percorso di
avvicinamento alla classe operaia, fino a fondersi con essa nella forma di
intellettuale organico (alla classe operaia appunto), nel classico senso
marxiano e comunista, e nella forma di lotta vera. Che per essere tale
deve essere sia lotta pratica che lotta teorica contro la borghesia e
quindi contro anche la sua cultura giuridica del diritto, dello stato e della
Costituzione: lotta e pratica sociale e lotta teorica. Se si scinde - non certo
per cattiveria ma per generosità e per onorare quella che è la sua grandezza
anche di eccelso teorico - gli si fa torto, un grande torto, a Salvatore
D'Albergo.
Inquadrare la
personalità e il ruolo politico-culturale svolto nella storia del Paese
Per adeguatamente inquadrare la sua personalità e il
ruolo che esso ha svolto nella storia politica e sociale del nostro Paese,
occorre tenere fermi almeno due aspetti di fondo, tra cui il ruolo da lui
assegnato alla analisi storica e quindi al "processo", alla
concezione processuale della storia ("in fondo la parola chiave del marxismo è
"processo" e processualità", diceva, quindi
storia e processualità della storia) e al suo essere uomo sociale a
tutto tondo.
Lui per primo interpretando e traducendo in fatto e in
azione, la grande rivoluzione delle scienze sociali più grande di quella
delle scienze tecniche, di cui certo si avvaleva, ma nella pienezza
dell'unità della scienze e delle due culture, sociale
e tecnica e quindi anche quella che in senso tradizionale si
definisce "giuridica". La cultura giuridica per lui non era
semplicemente giuridica, ma un aspetto della teoria della prassi, e dello
sviluppo del processo storico-sociale e della capacità delle masse di
inventare forme di lotta e di organizzazione, che dessero, come è stato,
significato e forma al diritto.
Lo stato e le forme istituzionali altro non sono che le
forme storiche o storicizzate della questione
sociale, sia nazionale che internazionalizzata.
Nell’immenso dolore ci appare ancora e ben più immensa
la sfortuna di chi non ha potuto conoscerlo o di chi l’ha conosciuto e stimato
ma solo per una qualche parte della sua personalità e attività e produzione
pluridisciplinare.
O di chi lo conosceva solo per uno o per alcuni aspetti
della sua personalità eccelsa destinata a lasciare una impronte indelebile.
Quindi non solo - è bene dirlo forte - per i contributi
teorici unici, nel panorama della cultura
italiana: non solo della cultura costituzionale, istituzionale e del diritto i
cui veri “protagonisti” e “giuristi”
sono i soggetti reali (non i giuristi), cioè sociali-politici come la democrazia è sociale-politica-economica
o non è affatto democrazia), nel panorama della cultura democratica e della cultura sociale che lo metteva in grado
di “insegnare” ai giuristi e agli intellettuali e di discutere alla pari con
loro come con le dirigenze sindacali e politiche dei lavoratori, con maggiore
competenza di loro stessi, con più consapevolezza culturale e sociale del loro
ruolo e della loro funzione, specie e sopratutto perché, più di loro stessi,
dotato di quella coscienza politica che
- come rende chiunque - rendeva lui più cosciente di loro, del ruolo e della funzione della classe
operaia, dei lavoratori, coi quali lui si poneva alla pari.
Animatore delle
assemblee operaie plaudenti e acclamanti durante i suoi interventi
Non si è conosciuto e non si sa chi era veramente d’Albergo
se, ad esempio, non lo si è visto mettere in pratica, durante incontri,
assemblee, conferenze di ogni tipo, qualunque fosse il tema, la forza della sua
plurisciplinarietà e onestà del suo pensiero e del sue essere persona sociale a
tutto tondo (questo ci preme che si ricordi).
Se non si considera o non si é mai visto in una grande
fabbrica, una grande mensa assiepata di lavoratori, o all’interno del Teatro
Lirico di Milano, stipato di lavoratori convocati dal sindacato, tutti in piedi
ad applaudirlo come ad acclamarlo. O - come Andrea Catone ha constatato
avvenire in altre parti d’Italia - assemblee sin lì smorte o semi morte,
ravvivarsi, accendersi, anzi, incendiarsi improvvisamente da quando Salvatore
iniziava a quando finiva di parlare. E
poi dopo con la fila di lavoratori che lo cercavano e lo circondavano come per
ringraziarlo di aver affermato, con la sua mai retorica, anzi concettuale
analisi e la sua vis polemica, quello che loro stessi volevano dire, anzi
gridare; e che già avevano espresso la loro partecipazione e vicinanza - in
modo del tutto opposto a quanto riservato agli interventi dei dirigenti, che
Salvatore non temeva di denunciare con costrutto sostanzioso e ragionato anche
quando era veemente –, non solo applaudendo, ma alzandosi in piedi e, col
braccio teso e il pungo chiuso, durante
al termine dell’intervento di d’Albergo: accompagnavano ogni sua parola,
ogni sua frase, come se in quel momento non fosse lui ma loro stessi a parlare.
Già con la sua
sola presenza e ancor più quando superava gli ostacoli delle dirigenze che
cercavano di impedirgli di parlare,
marginalizzava e talvolta ridicolizzava - in senso culturale e politico -
non per scelta sua ma tramite il comportamento oggettiva della platee le dirigenze tipizzate del tipo
di quelle di Vendola o di Bertinotti. Cito quest’ultimo perché, oltre ad essere,
per cosi dire, un simbolo dell’analfabetismo
politico e dell’attuale insignificanza
culturale di certo sindacalismo, mi viene alla mente quel che di lui disse
Pirola: “mentre riprendevo l’abbandonato
tema della democrazia in fabbrica, si sporgeva e mi guardava come fossi un
marziano, chiedendo agli altri della presidenza ‘ma chi è questo qui e da dove
viene?”
Lo stesso che quando
era segretario della CGIL nazionale , venne nel salone della CGIL Lombardia a
sostenere la trasformazione della USL in aziende, dando ragione all’altro
segretario nazionale della CGIL, Cazzola – che Salvatore aveva identificato “di
destra” ben prima di quando passò a Forza Italia, come tanti altri di sinistra,
in quanto con Salvatore andavamo sempre alla “radice” dei connotati culturali e teorici cogliendone la “nascosta”
matrice di destra - che con nome e
cognome, su Rassegna Sindacale, ci aveva attaccato dicendo che eravamo
“bulgari”. Questo perché come responsabile della CGIL Lombardia e con d’Albergo - che era di casa con noi, con i
lavoratori e il sindacato di Milano e della Lombardia - difendevamo la riforma sanitaria e le USL: organismi
che i testi dell’ideologia giuridica non prevedevano, si che gli insigni
giuristi non sapevano come collocarle, perché per loro una cosa o è un Ente o è
un’Azienda, in quanto come anche per
Bobbio, sarebbe “giuridico” solo ciò che
si trova scritto nei testi dell’ideologia
giuridica borghese che ha fondato lo stato liberale e con esso anche lo
statalismo.
Quel modo di
rapportarsi alla socialità nella conoscenza della storia per capire e lottare
Certo Salvatore si è risparmiato lo scempio e la gravità di
quanto sta avvenendo, su cui sarebbe certamente intervenuto anche perché,
come scrisse l’economista J. Halevy, che
insegna in Australia e in altri Paesi: un giorno che arrivò in Italia
dall’estero dove insegna, “non conosco altri cosi tanto e coerentemente
impegnati come voi a difendere la democrazia”; e in altra mail scrsse: “stimo moltissimo e come nessun altro Salvatore
d’Albergo”. Aggiungendo che nel suo breve ritorno l’atmosefera politica
dell’Italia gli ricordava “la Francia
reazionaria e conservatrice degli anni 1930”.
Di rimando gli dissi “atmosfera quale quella de ‘Il cavallo
di Troia’ di Paul Nizan”: ma in questo momento, se d’Albergo fosse qui ora,
sarebbe d’accordo nel dire “che come oggi
doveva essere stato negli anni 20
in Italia, anzi peggio perché allora c’era il PCI e con
esso una prospettiva” .
Sicché, dopo la pubblicazione, tre giorni prima della morte,
dell’articolo “L’impresa, il lavoro e il cuneo dell’art. 18” (Il Manifesto 1
ottobre), aveva deciso di mettersi nelle mani di specialisti per preparare il
malandato corpo a sostenere l’impegno per proseguire la lotta e illuminarci con qualche altro dei sui
scritti, che possono cosi definirsi anche “luminosi”, ricordandoci, come già ci disse per la
“revisione costituzionale” e poi per l’art.18, “che la strada è ancora lunga,
mentre la si da scontatamente per già finita”.
Egli osservava infatti come, “Al di là delle incertezze e dei funambolismi delle centrali sindacali
esitanti a far valere la linea politica culturale delle masse dei lavoratori,
esistono gruppi combattivi che non si arrendono e non si limitano ad una difesa
di facciata e corporativa dell’art. 18, ma sono consapevoli del salto di
qualità verificatosi nel passaggio dagli anni 60-70 mediante il rafforzamento
garantista della posizione dei lavoratori in fabbrica tramite il ruolo
assegnato alla magistratura come potere statale, autonomo e interdipendente…e
che non smetteranno pertanto di battersi per ribadire e mantenere la svolta politica e culturale rappresentata in Italia
dall’obbligo di reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa e
abbandonati alla mercé del padronato e della dirigenza burocratica d’impresa….”
Sono le ultime parole udite e concordate telefonicamente con
Salvatore, alle 7 di sera (dopo avergli comunicato la disponibilità a fare
questo da parte di alcuni soggetti e sindacalisti che avevano letto e
condividevano il nostro intervento sul Manifesto), per mettere a punto un
documento da sottoscrivere per continuare ad insistere nel mantenere gli
strumenti vincolanti contro il dispotismo del padronato d’impresa….”. perche,
ribadiamo “quella delle ‘revisione’
costituzionale e dell’abrogazione del 18 è
una strada ancora lunga e si deve darla per scontata e già finita…”.
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