Venticinque anni fa, 12 Novembre 1989, nel corso di una
riunione di partigiani nel quartiere della “Bolognina” a Bologna, Achille
Occhetto annunciava, in coincidenza con la caduta del Muro di Berlino, la
possibilità che il Partito Comunista Italiano mutasse nome e, insieme,
indirizzo politico.
Quella storia è troppo nota per essere ricostruita nel
dettaglio in questa occasione.
Si tenterà, quindi, sulla scorta anche di analisi già
sviluppate in passato di definire una sorta di “visione politica” riferita agli
sviluppi di quel fatto attraverso la definizione degli elementi di declino, di
vera e propria caduta, di sottomissione alla subalternità verso l’avversario
che hanno contraddistinto nel corso di questi anni il cammino dell’area
comunista in Italia con la formazione del PDS poi DS e infine PD fino
all’avvento della segreteria Renzi e lo smarrimento completo e definitivo delle
residue istanze di sinistra all’interno di quel partito, mentre l’altro
soggetto uscito da quella diaspora, cioè Rifondazione Comunista, è ormai sulla
soglia dell’estinzione fisica dopo aver subito almeno una decina di scissioni,
da destra e da sinistra, e aver assunto identità sbagliate come quella
personalistica, movimentista, governista: un mix micidiale che avrebbe
stroncato un tirannosauro e che, in effetti, hanno finito con rendere
irrilevante la presenza dei comunisti nel nostro Paese.
IL DECLINO
Il tentativo è quello di riassumere i limiti di fondo che il
PCI conteneva già in sé e nel suo rapporto con la società italiana da molto
tempo e analizzare la conseguente debolezza della proposta politica che,
appunto, era stata avanzata proprio dalla svolta della Bolognina.
Dall'inizio degli anni'80 l'emergere di questioni e problemi
sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso
rinnovamento, così come nell'elaborazione che nella proposta furono, invece,
assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia
nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in
quel momento, raccoglievano i più facili consensi.
Cominciava, in sostanza, a far breccia, anche nel PCI o
almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica
neoconservatrice che, proprio in quegli anni'80, favorita del precipitare della
crisi del sistema comunista in tutto l'Est europeo, sia dal logoramento e
dall'esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell'Europa
Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l'insegna
del reaganian – tachterismo), e i paesi dell'Est come in quelli dell'Ovest.
Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una
sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.
A questo punto debbono essere richiamate almeno tre
posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni,
anche in un paese come l'Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio
perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d'Occidente, quest’offensiva
“neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e convinzioni diffuse
nell'area dell'opinione pubblica progressista, compresa buona parte della
sinistra d'opposizione, con conseguenze fortemente negative che poi si
sarebbero manifestate, anche sul piano delle scelte e dei comportamenti
politici:
1) In primo luogo
cominciò a raccogliere consensi, trovando ascolto anche in larghi settori della
sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di
pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione
centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell'Europa dell'Est, sia nelle
forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato Sociale,
sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle grandi
formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici seri
problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva
dell'impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo,
del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell'individualismo
consumistico. Non a caso l'idea di
riaffermare o ricostruire un “punto di vista di sinistra” in economia ( a
partire, per esempio, dai problemi dell'occupazione o della tutela ambientale o
del definire una diversa gerarchia di priorità e di finalità nella produzione e
dei consumi) incontrava difficoltà via, via, più estese e anzi veniva
rigettata, quasi pregiudizialmente, nell'opinione più diffusa, come astratta e
velleitaria. La conseguenza è che diventava quasi un luogo comune affermare che
il banco di prova per dimostrare la maturità di governo della sinistra
risiedeva, ormai, nella capacità di far valere come scelta prioritaria, senza concessioni
a ideologismi solidaristici o a interessi corporativi, il rispetto dei vincoli
“oggettivi” delle compatibilità finanziarie e monetarie (da ciò è derivata
l'accettazione acritica dei parametri imposti per l'unificazione europea, dal
trattato di Maastricht: acriticità che impedito di vedere in tempo le
possibilità di rivedere il patto di stabilità, fino alla crisi che oggi
investe, appunto, gli equilibri politici ed economici del processo di
allargamento dell'Europa a 28).
Tornando però al periodo di avvio del declino del PCI deve
essere, ancora, fatto rilevare che il diffondersi di queste posizioni di
accettazione dell'impostazione neo-liberista ben al di là della tradizionale
area moderata, avvenuta tanto più in una fase di intense ristrutturazioni (a
partire dai 35 giorni della Fiat del 1980) che già tendevano, in allora, a
ridurre e a rendere più precaria l'occupazione, ad accentuare la flessibilità
della risorsa lavoro (fino alle esasperazioni attuali) e della risorsa
ambiente, a diminuire i vincoli e i costi sociali che pesavano sulla
produzione, abbia avuto il risultato pratico di contribuire a indebolire la
tutela del mondo del lavoro e a modificare, a svantaggio della sinistra, i
rapporti di forza nella struttura produttiva e sociale.
Non a caso, proprio a partire da quella fase, è stato
possibile parlare dell'affermazione di quello che è stato definito “pensiero
unico” ispirato, appunto, dalla teoria neoliberista;
2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che
ebbe, nel corso degli anni'80 l'insistente campagna sulla “crisi” e sulla
“morte” delle ideologie.
Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti
di larga parte dell'opinione pubblica.
E' quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e
continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle
ideologie.
Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica
appena ricordata finì con l'essere largamente accettata anche a sinistra, non
solo come critica dei “partiti ideologici” ( e partiti ideologici per
eccellenza erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito
Comunista), ma anche come demistificazione dell'idea stessa di una
finalizzazione ideale e morale dell'azione politica.
Alle “finalità”, e al loro presunto retroterra ideologico,
andava così contrapposta l'idea della presunta “concretezza” dell'apertura al
nuovo, al moderno.
Al punto da presentare, sulla scena del confronto politico, un’inedita
contraddizione tra “vecchio” e “nuovo”.
Una contraddizione assunta, al punto, da considerare il
cosiddetto “nuovismo” come criterio di commisurazione della validità
dell'iniziativa politica.
Non c'è bisogno di ricordare, sia pure a distanza di
venticinque anni, quanto peso abbia avuto una simile posizione nella fase di passaggio
del PCI al PDS, cioè dal vecchio “partito ideologico di massa” alla “cosa” di
cui non si riconosceva né il nome, né il programma, e neppure le finalità e i
contenuti;
3) Il terzo punto riguarda, infine, il fatto che la critica
alla degenerazione del sistema dei partiti avesse assunto, via via, nel corso
del decennio, anche in settori, sempre più estesi del gruppo dirigente
comunista, un mutamento di segno.
Si era passati, infatti, dalla domanda di “rinnovamento
della politica”, così come era stata formulata da Berlinguer, a una proposta di
mutamento del solo “sistema politico” (inteso in senso stretto) attraverso il
cambiamento delle regole istituzionali ed elettorali.
Si spalancò così, in quel modo, la porta alla deriva
decisionista, in particolare all'idea che bastasse “sbloccare” il sistema
politico per realizzare l'alternanza e mettere così fine alla spartizione dello
Stato, alla corruzione, al malgoverno.
Per “sbloccare il sistema politico” il PCI avrebbe dovuto,
così, mettere in discussione se stesso, ponendo fine al “partito diverso”,
omogeneizzandosi agli altri partiti.
Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento
la storia del Partito Comunista Italiano.
Tutto questo è avvenuto mentre la crisi della democrazia
italiana era giunta, verso la fine degli anni'80, a un punto di estrema
gravità.
La grande occasione che si era pur presentata nel corso del
decennio precedente era andata perduta, per cause oggettive e soggettive, senza
che si riuscisse a dispiegare quella capacità di promuovere un radicale
rinnovamento nel modo di governare, del costume, dello spirito pubblico, del
senso dello Stato di cui il paese avrebbe avuto estremo bisogno, ma che, ancora
una volta era stato mancato.
La caduta della
“diversità”
Lo scioglimento del Partito, compiuto con la svolta del
1989, non è dunque avvenuto nell'affermazione di una necessità di un’innovazione
radicale, che segnasse nelle forme più risolute possibili il più netto distacco
da quel sistema sociale e politico, che stava franando in Unione Sovietica e
negli altri paesi dell'Est.
Lo scioglimento del PCI è avvenuto, invece, senza
approfondire e sviluppare quegli aspetti peculiari dell'elaborazione e della
politica dei comunisti italiani che erano sostanzialmente alternativi al
modello sovietico, ma, al contrario, ponendo in atto una generica rottura con
la tradizione comunista : rottura generica che, come si vedrà più avanti, fu
accolta anche da coloro i quali, nell’opposizione alla svolta, pretesero di
intitolarsi una “Rifondazione” che, poi, sul piano teorico e politico non compì
mai un passo in avanti.
La liquidazione del PCI fu compiuta , sia attraverso il PDS
sia attraverso Rifondazione Comunista, oscurando anche ciò che aveva
rappresentato la specificità e l'originalità dell'esperienza del PCI e
dell’intera area comunista e della sinistra critica in Italia.
Le vere ragioni di quella scelta furono, probabilmente,
ancora più profonde di quelle che fin qui si è stati in grado di enunciare:
stavano nella crescente subalternità ideale e culturale, e di conseguenza anche
politica, che già negli anni precedenti era venuta caratterizzando le posizioni
del gruppo dirigente comunista.
La preoccupazione fondamentale, per larga parte del gruppo
dirigente comunista, sembrava essere diventata quella di trovare un decoroso
approdo nella grande famiglia dei partiti socialdemocratici europei e di
riuscire, finalmente, a infrangere in Italia la “conventio ad excludendum”.
In questa prospettiva fu sottovalutata la crisi complessiva
del sistema politico italiano, già prossimo a franare su se stesso per ben
diversi motivi dalla mancata alternanza, ossia a causa del montare dell'onda di Tangentopoli,
dalla crescita ogni altra previsione della protesta leghista, dell'esplodere
del deficit pubblico al di là di ogni ragionevole livello di guardia.
LA RISPOSTA MANCATA E
LA CONSEGUENTE SUBALTERNITA’: LE RESPONSABILITA’ DELLA “SINISTRA COMUNISTA”
L’opposizione a questa inarrestabile deriva fu portata
avanti da quella che si poteva definire “sinistra comunista” ma si concluse con
un’altra complessiva sconfitta.
La sinistra comunista aveva avuto in Italia una storia ricca
ed importante pur raccolta per una lunga fase all’interno della linea
togliattiana della “via nazionale” e della rappresentanza diretta della classe
operaia nella considerazione di un ruolo “organico” dell’intellettuale.
Una analisi della realtà della sinistra comunista in Italia
non può però prescindere dal considerare il PCI la vera forma politica della
presenza dei comunisti nel nostro Paese, in considerazione ben inteso della
fortissima valenza del quadro internazionale (e del richiamo internazionalista,
nella logica esaustiva nel corso dei “30 gloriosi” del dopoguerra della
divisione del mondo in blocchi).
La ragione per la quale si può considerare il PCI quale
unica forma politica compiuta del comunismo italiano risiede in una ragione
teorica, tutta interna al pensiero gramsciano: Gramsci, infatti, rifonda
l’autonomia del marxismo basandone le coordinate di fondo su di una “filosofia
della prassi” divenuta sinonimo di produzione di soggettività politica, di
critica della concezione del mondo della classe dominante ed elaborazione di
un’ideologia congrua alle condizioni di vita dei gruppi sociali subalterni.
Questo tipo di elaborazione consentì l’operazione portata
avanti dal gruppo dirigente del Partito nell’immediato dopoguerra, per
specifico impulso soprattutto di Palmiro Togliatti.
Il prestigio acquisito dal PCI nell’organizzazione
dell’antifascismo militante e nella guerra di Liberazione, nonché l’essenziale
contributo dell’Unione Sovietica alla sconfitta del nazismo, furono
all’origine, in quel periodo, di un rinnovato interesse per il marxismo.
La ripresa del marxismo, pur traendo alimento da forti
referenti storico – sociali, fu processo non facile sul piano teorico.
Nell’URSS di Stalin, durante gli anni ’30 – ’40 la sintesi
engelsiana del marxismo era stata trasformata in dottrina dello Stato fondata
sull’opposizione tra teoria materialistica e teoria idealistica della
conoscenza.
Le leggi scientifiche del materialismo storico furono
considerate un’applicazione particolare del materialismo dialettico, in quanto
filosofia che compendiava le leggi di movimento della realtà naturale e
sociale.
La marxiana critica dell’economia politica fu sostituita da
una scienza economica socialista capace di calcolare i prezzi e di allocare
razionalmente le risorse nell’ambito di un sistema pianificato.
Le sorti del socialismo furono, così, identificate con i
sostenuti ritmi di sviluppo delle forze produttive e i successi politici ed
economici della “patria del socialismo” furono chiamati a verificare la
validità della teoria marxista-leninista.
L’autonomia teorica del marxismo italiano, e di conseguenza
della sua forma-partito, rispetto al quadro fin qui disegnato fu avviata da
Togliatti con la pubblicazione dei “Quaderni del Carcere” avvenuta tra il 1948
e il 1951: principiò, in allora, la costruzione di una genealogia del marxismo
italiano partendo addirittura da Vico, passando da De Sanctis, Bertrando
Spaventa, Labriola, Croce fino a pervenire a Gramsci.
Questa operazione culturale conseguì almeno tre risultati:
mise in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornì la piattaforma per
l’elaborazione strategica del “partito nuovo” aprendo il solco teorico su cui basare
la “via italiana al socialismo” tesa alla costruzione della “democrazia
progressiva” e difendeva, infine, bel clima ideologico della guerra fredda, la
continuità della cultura democratica progressista italiana, conquistando una
generazione di intellettuali di cultura laica, storicista e umanistica a
posizioni genericamente marxiste, senza provocare “lacerazioni troppo nette”.
Al primo convegno di studi gramsciani Eugenio Garin, Palmiro
Togliatti e Cesare Luporini sottolinearono che Gramsci aveva tradotto in
italiano l’eredità valida di Marx e che il suo pensiero era profondamente
radicato nella cultura e nella realtà nazionale.
In quella sede fu fortemente criticato l’economicismo,
attribuendo importanza alle ideologie e alla funzione degli intellettuali.
Gramsci collocava, infatti (almeno nella stesura
togliattiana dei “Quaderni” antecedente all’edizione integrale curata da
Gerratana nel 1977) la politica al vertice delle attività umane, sviluppando la
dottrina leninista del partito estendendo lo storicismo integrale in direzione
di un’originale teoria delle sovrastrutture e respingendo la teoria della
conoscenza come riflesso.
La concezione del marxismo in Gramsci è quella di
considerarlo non un metodo, ma una concezione del mondo rivolta a cogliere le
possibilità storicamente date nella prassi sociale.
Il più valido spunto critico a questo tipo di impostazione
venne, dopo il ’56 da Raniero Panzieri e dal gruppo dei “Quaderni Rossi”:
Panzieri fu promotore di una riscoperta della democrazia consiliare e del
primato del “soggetto classe” sul predicato partito, critico tanto
dell’ideologia della stagnazione quanto dell’ideologia tecnocratica della
programmazione, che riduceva la questione sociale a un problema tecnico e
identificava il capitalismo con la società industriale e l’illimitato sviluppo
della produttività.
Panzieri era fortemente critico con l’impostazione
togliattiana della celebrazione del nazional-popolare, del recupero
storico-culturale della tradizione democratica e soprattutto dello “scarto
evidente, nei partiti storici della sinistra, fra il primato esteriore
dell’ideologia e la pratica quotidiana di pura amministrazione”.
La scomparsa prematura di Panzieri, il disinteresse del PSI
ormai impegnato nell’operazione centrosinistra (la “politique d’abord” di
Nenni) la debolezza teorica e politica dello PSIUP non consentirono a questi
importanti spunti di analisi di rappresentare la base per una soggettività
politica rappresentativa di un vero e proprio contraltare teorico allo
storicismo togliattiano.
Non risultò neppure all’altezza di quel confronto il
punto di dibattito apertosi al momento
della scomparsa di Togliatti, ad iniziativa di quella che poi sarebbe stata
definita “sinistra comunista”: iniziativa avviata essenzialmente grazie ad una
riflessione di Rossana Rossanda e Lucio Magri che rimproveravano,
sostanzialmente, allo storicismo di aver oscurato il nocciolo teorico di
Labriola e Gramsci (Magri riprende il tema nel “Sarto di Ulm”) e di aver
annacquato il marxismo nel quadro di una tradizione dai contorni imprecisi
rivendicando un primato del politico sull’economico che aveva smarrito il nesso
tra teoria e prassi, tra scienza e storia, oscillando così tra il riferimento
di una realtà di pura empiria (attribuita all’ala amendoliana del partito) e di
un semplice finalismo volontaristico.
Restarono così punti irrisolti di dibattito che forse
avrebbero dovuto essere sviluppati con una capacità critica portata molto più a
fondo, ma emersero limiti forti di vero e proprio politicismo al punto che, con
gli anni’70, si sviluppò una sorta di “primato della politica” che portò, sulla
base del prevalere del concetto di governabilità, al collasso della teoria: ben
in precedenza alla stagione degli anni’80 che portò alla liquidazione del
partito.
Per questi motivi di fondo: autonomia teorica dal modello
sovietico, primato della politica sull’economia senza alcuna visione
meccanicistica in questo senso, assunzione della concezione gramsciana del
rapporto tra struttura e sovrastruttura, sovrapposizione del partito alla
classe (nella versione togliattiana del partito nuovo) il PCI è stato il solo
soggetto politico rappresentativo del comunismo italiano. Il resto (anche nella
critica di Panzieri) ha ruotato attorno: da Ingrao, al Manifesto, da Trentin al
sindacato dei consigli (vera forma politica dell’immediatezza della
rappresentanza di classe).
L'esperienza della sinistra comunista, in Italia, si è
chiusa ad Arco nell'Ottobre del 1990, allorquando la mozione del "no"
alla proposta di Occhetto si divise, dopo aver ascoltato una relazione di Lucio
Magri “Nel nome delle Cose”), attorno a due analisi sbagliate, quella del
"gorgo" di Ingrao e quella scissionista di Cossutta, cui si collegò
Garavini. L'eredità del PCI era troppo forte, grande, importante e "drammatica"
nel bene e nel male per poter essere trascinata in una contesa del genere. Il
gruppo dirigente lì riunito non ebbe la
capacità politica di intuire quale era il punto di fondo: quello dell'unità
delle forze che volevano conservare e accrescere il patrimonio della presenza
comunista in Italia, nonostante la proposta di liquidazione del partito.
Poi le soluzioni
organizzative potevano essere diverse, ma quello era il fatto dirimente.
Ci sono due foto, nel libro di Luca Telese "qualcuno
era comunista" emblematiche sotto questo aspetto: nella prima ci sono i
presentatori della mozione del "no" (Ingrao, Natta, Chiarante,
Tortorella, Magri, Castellina) nessuno dei quali è presente nella foto di
presentazione di Rifondazione al congresso di Rimini (Garavini, Cossutta,
Libertini, Salvato, c'è perfino Nichi Vendola imbucato come al solito in una
storia non sua, cui pretende di appartenere, anche se nel PCI c'è stato. Ma un
conto è stare in un partito e altro affare è appartenerne alla storia e alla
cultura).
Lo stesso discorso
vale per molti altri nella storia del PRC e delle sue successive diramazioni,
fino ai nostri giorni.
In sostanza non c'è stata continuità sul piano storico, sul
piano politico, sul piano teorico e della dimensione intellettuale pur nell’analisi
necessaria di ciò che era stato sbagliato e di ciò che avrebbe potuto
rappresentare un lascito positivo per consentire il mantenimento e
l’accrescimento di una proposta politica comunista in Italia non minoritaria e
non meramente di tipo politicista.
Il PRC, costruito troppo affrettatamente soltanto per dare
sfogo alla libido elettoralistica di molti dirigenti soprattutto periferici (la
voglia di assessorato, nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni: alimentata in
più da una adesione acritica al sistema elettorale maggioritario) era esposto
da subito, non tanto e non solo al vento scissionista, ma alla assunzione di
una identità "debole" di natura anarco-sindacalista (Bertinotti) e di
subalternità ai movimenti (vedi G8 a Genova) dovuta all'assunzione di una
pratica politica mutuata dall'avversario: il personalismo (il più sfrenato, a
tutti i livelli) e la costruzione della policy attraverso i sondaggi.
Ma questa è un'altra storia: ripeto, la sinistra comunista
in Italia chiude ad Arco, nel casinò absburgico della cittadina trentina,
nell'ottobre del 1990 ed è da quel punto che sarebbe necessario, avendone
l’intenzione, di riprendere il discorso partendo dalla ricostruzione di una
“diversità”, di una autonomia effettiva di pensiero e di azione.
Mentre il PCI si scioglieva l'Italia si apprestava a essere
dominata da una politica fondata sulla personalizzazione, sull'uso
spregiudicato dei mass – media, sul liberismo più aggressivo intrecciato a un
populismo di basso profilo: proprio nel momento in cui la “diversità” dei
comunisti italiani avrebbe potuto rappresentare un argine a questo dilagare di
mediocrità culturale e politica, questa veniva dismessa aprendo la strada alla
più completa omologazione “governista” della sinistra storica italiana.
Si è così arrivati nell’attualità alla quasi completa
sparizione della presenza politica dei comunisti in Italia e addirittura
all’espressione di un’incapacità di contrasto alla costruzione di un regime
autoritario e anticostituzionale come quello in fase di avanzata costruzione in
questa fase politica.
Un bilancio tragico e disastroso nel quadro di una caduta
complessiva della possibilità di rappresentanza politica per i ceti subalterni
lasciati in balia di una gestione del ciclo capitalistico tra le più feroci
della storia, in grado di puntare a un vero e proprio “arretramento epocale”.
PERCHE’ E’ STATO
SCRITTO QUESTO TESTO E DA DOVE RIPARTIRE
Questo testo, sicuramente incompleto e lacunoso, è stato
scritto al fine esclusivo di suscitare una riflessione di fondo in quegli
ambienti che ritengono ancora utile e possibile recuperare, pur con grande
fatica e contraddizioni, una presenza comunista in Italia pur nelle mutate
condizioni di equilibrio internazionale, di sviluppo dell’economia, di
scansione gerarchica nelle soggettività sociali, di mutamento nel rapporto tra
struttura e sovrastruttura con la crisi verticale di rappresentanza e capacità
di organizzazione sociale dei corpi intermedi, primi fra tutti i partiti e i
sindacati.
Una presenza comunista organizzata all’interno della quale
sviluppare soprattutto l’analisi e l’azione delle mutate condizioni politiche
esistenti nel nostro Paese, laddove si è registrato – in sostanza –
l’affermarsi di un regime autoritario appare del tutto indispensabile ed
urgente.
Purtroppo, deve essere sottolineato con amarezza, negli
ambienti in cui operano compagne e compagni ancora attivi prevalgono linee di
“sindrome della sconfitta” e “paura della politica”, del tutto ingiustificate
rispetto all’urgenza dell’oggi contrassegnata da una necessità di opposizione
sociale e politica e di strutturazione organizzativa per fornire corpo alle
lotte, sintesi politica, prospettiva per il futuro e anche nuova rappresentanza
a tutti i livelli.
L’obiettivo immediato dovrebbe essere quello di una riflessione
mirata all’identità possibile di una “sinistra comunista” oggi, tenendo conto
dei dati di novità intercorsi nel tempo ma anche e soprattutto dell’esigenza
del riconnettersi produttivamente con una storia che non è possibile relegare
soltanto nell’ambito dei ricordi nostalgici.
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