La giornata del 14 Novembre contrassegnata dal cosiddetto “sciopero
sociale” e dalla mobilitazione, al Nord, della FIOM ha confermato alcuni
elementi di analisi e di prospettiva che si stanno portando avanti da tempo ma
che non trovano ancora sufficiente corrispondenza nei luoghi politici cui sono
destinati.
Si riprende quindi il filo rosso mai interrotto di un
discorso nell’auspicio di non annoiare più di tanto.
Andando per ordine: questa giornata ha dimostrato come sia
presente una forza di contrasto alle attuali politiche del potere. Una forza di
contrasto dotata ormai di una massa critica sufficiente a porre con forza la
questione di un’opposizione complessiva a queste politiche e a queste forme di
governo sia sul piano europeo, sia su quello interno.
Certamente c’è ancora tutto (o quasi) da costruire ma il
dato di fondo dell’emergere di una possibilità di presenza concreta di una
forma di continuità importante della lotta sociale e di costruzione di una
soggettività politica anticapitalista e d’opposizione per l’alternativa pare
esistere nella realtà.
L’esito della giornata di lotta del 14 Novembre fornisce
almeno due importanti elementi di riflessione:
a) L’elevato
grado di disagio sociale che percorre il paese attraverso il quale, da più
parti, si reclama un’iniziativa di lotta non settoriale né corporativa e
neppure di confronto/scontro generazionale ma complessiva, in grado di porre i
temi di un’alternativa radicale;
b) Appare
evidente che la crescita delle diseguaglianze economiche e sociali verificatasi
nel corso degli ultimi anni ha portato a una spaccatura evidente sul piano
delle gerarchie di reddito, di “status”, di concezione del mondo (ed anche
della politica).
Ad esempio il complessivamente arrogante ceto politico che
dirige il PD, imperniato su espressioni di giovanilismo arditesco di cui si sono
fatte interpreti soprattutto le donne appartenenti a quel ceto, è proprio
frutto di questa crescita delle diseguaglianze economiche, sociali, culturali.
Questi soggetti fanno parte di ceti privilegiati che non hanno conosciuto il lavoro, hanno
vissuto di privilegi e considerato la politica il mezzo per la loro personale
scalata sociale. Una sorta di “notabilato professionale per diritto di nascita”,
parafrasando Max Weber.
Un altro esempio si potrebbe fare analizzando la realtà del
ceto imprenditoriale all’interno del quale sono emersi elementi molto
pericolosi di vero e proprio disprezzo per il lavoro e di concezione dello
sfruttamento come fattore quasi naturale della propria affermazione economica e
sociale.
Entrambi questi soggetti, il gruppo dirigente del PD e
quello “padronale” (fuori e dentro la Confindustria) hanno un comune obiettivo:
quello dello stravolgere definitivamente i rapporti di forza a tutti i livelli
considerando veri e propri “nemici” i sindacati e i soggetti d’opposizione di
sinistra puntando a togliere loro qualsiasi possibile capacità di
rappresentanza politica.
Questa situazione è stata intuita prima dalla base sociale
che non dai gruppi dirigenti sindacali e politici, confederali e di base,
nostalgici del centrosinistra oppure orientati verso l’opposizione di sistema.
Tutti questi gruppi dirigenti sono apparsi in ritardo sull’analisi
e sulla capacità di impostare una prospettiva.
Intendiamoci bene su questo punto: nel caso non c’è nessuna
intensione di contrapporre una “base buona” a “vertici cattivi”.
Piuttosto l’insistenza è a trovare la strada per un
ricompattamento sul piano dell’analisi e dell’iniziativa politica:
difficilmente ciò potrà avvenire senza la costruzione, in entrambi i campi,
sindacale e politico di autonome soggettività in grado di produrre conflitto,
aggregazione, sintesi e proposta.
La giornata del 14 Novembre ci dice che in mezzo alle grandi
masse di lavoratrici e lavoratori, disoccupati, precari, esodati, pensionati
non compare nulla sul piano politico: così le forti tensioni sociali non
trovano sbocco in una sintesi di iniziativa continua e penetrante sull’insieme
dei delicati equilibri che reggono il Paese e il confronto tra questo e l’Europa
e crescono i rischi dell’alimentarsi davvero della “guerra tra poveri” e della
crescita di un corporativismo dalle venature razziste.
Di fatto, in questo modo, esaurita la spinta delle lotte
rimaste fine a se stesse ci sarà il definitivo via libera al nuovo autoritarismo.
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