E’ proprio lì, un paio di chilometri più su, che si trova il famoso centro d’accoglienza per migranti che nei giorni scorsi è stato al centro dei riflettori della televisioni. Una cronaca che, spiegano i cittadini ancora demoralizzati, troppo spesso più che informare disinforma. Di fronte al bar c’è un gruppo di persone che discute. Nessuno vuole parlare con i giornalisti: “Non rilasciamo più interviste, tanto ci fanno dire solo quello che vogliono loro – mi dice Barbara, una residente del posto sentita appena due giorni fa dal programma Le Iene – noi passiamo per i razzisti della situazione, le informazioni vengono date solo a metà, i problemi di questo quartiere minimizzati e ridotti a un centro d’accoglienza. Nessuno spiega che disagio sociale che viviamo ha radici molto più profonde”.
Ed è facendosi un giro per le vie di questa zona che si inizia a comprendere quale genere di rabbia sia stata la “culla” dell’ondata di tensione diventata – come quasi sempre accade – un reality show: l’unica scuola del quartiere si trova di fronte a un campo incolto, un centro sportivo inutilizzato e un giardinetto recintato: “Questi sono i residui di quello che sarebbe dovuto diventare il ‘progetto punto verde’ – spiega Barbara – ma come sempre è stato uno sperpero di soldi: il parco è stato chiuso subito dopo esser stato realizzato, il cantiere del centro sportivo bloccato da problemi amministrativi e le strade, come sempre, lasciate in balìa di rifiuti”. Ci sono profilattici e bottiglie di birra ovunque.
Viale Giorgio Morandi, racconta Barbara, è un quartiere “concepito come ghetto” già ai tempi della sua realizzazione: i palazzoni che recintano le strade e qualche punto verde sono vecchi e decadenti, i parchi sommersi da sporcizia, la notte completamente priva di illuminazione. “Qui c’è gente di tutte le etnie che convive normalmente da anni – continua – i loculi che vennero realizzati anni fa per i pellegrini in visita al Giubileo sono stati occupati sia da italiani che da stranieri. I porta vasi delle case popolari sono in eternit e per smaltirne alcuni, tempo fa, si dovette fare una colletta tra la società civile. I pochi lotti su cui ancora non si è arrivati a costruire sono un teatro di prostituzione transessuale a cielo aperto, e i bambini dai balconi riescono a vedere cosa succede tra i cespugli. Le strisce pedonali sono scomparse dall’asfalto e di fronte alle scuole non si vede un vigile da anni”.
Viale Giorgio Morandi è completamente privo di associazionismo, politiche di integrazione, centri di aggregazione e progetti volti all’interculturalità e al contrasto del degrado. Ma è stracolmo di persone diverse tra loro, arrabbiate e a volte confuse: “Siamo un calderone sociale ormai saturo. Non puoi far convivere in questo modo, in mezzo al degrado, un tale numero di persone tutte insieme senza nessuna azione politica da intraprendere. È normale che poi la minima scintilla faccia scattare i tafferugli”.
Ma soprattutto ai cittadini preme specificare che a regnare in questo caos non è l’ignoranza; Barbara conosce bene le vicende e i nomi che hanno fatto la storia del quartiere e sa a chi attribuire i disordini amministrativi e urbanistici propri di questa zona: “Il buonismo finto fa più audience delle verità scomode, si sa – sospira guardandosi attorno – e noi, da molti organi stampa, siamo stati identificati come persone che lanciano sassi indiscriminatamente. Non abbiamo né vogliamo rappresentanza politica e il razzismo non è di casa tra la maggior parte della gente che abita Tor Sapienza”.
E questo isolamento è solo la punta dell’iceberg di un periurbano che, in un continuo ripetersi di situazioni analoghe, rappresenta il simbolo di un disagio sociale sempre più complesso e isolato. Il caso di Tor Sapienza non è un unicum: troppo spesso i media nazionali e internazionali passano sulle vicende come un tsunami, arrivano in un posto e lo stravolgono per qualche giorno distorcendo la realtà e piegandola a ciò che fa più ascolto; per poi andarsene via lasciando dietro di sé altre ferite. Uno schiaffo alla buona informazione in nome di una superficialità ancora una volta votata ai voleri dell’audience.
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