Più volte, e da più
parti, si è affermato che una peculiarità delle vicende dell’Italia negli ultimi
decenni sia quella dell’avvitarsi e del mutuo amplificarsi, in una molteplicità
di rapporti causa/effetto, di aspetti di crisi politica, istituzionale,
economica, sociale. Pur non essendo questa la sede per descrivere i caratteri
specifici dei diversi aspetti della crisi italiana, che mi sembra che siano
stati sufficientemente analizzati, questa constatazione, che condivido, porta
alla necessaria conseguenza che le difficoltà che il nostro Paese incontra nel
superare una crisi che non ha solo caratteri economici, e che preesiste alla
crisi finanziaria del 2008, richiedano approcci sistemici e non settoriali.
Tra le democrazie
industriali, è proprio in Italia che si osservano sia la maggior gravità che la
presenza contemporanea di tutti quei fattori di criticità che caratterizzano
variamente l’Occidente industrializzato e che sono stati oggetto di specifici
studi e ricerche. In nessun’altra democrazia, si presentano a tal punto, e
simultaneamente, il degrado delle istituzioni democratiche e della
partecipazione dei cittadini, la paralisi della mobilità sociale, l’eccessiva
concentrazione della ricchezza e l’impoverimento della base della piramide
sociale e del ceto medio, il degrado delle condizioni di vita dei più, la
stagnazione dell’economia e della produzione, la generalizzata incapacità dello
Stato a svolgere efficacemente le proprie funzioni ed a promuovere sviluppo,
equità, protezione dei più deboli; in nessun’altra democrazia corruzione,
evasione ed elusione fiscale, criminalità organizzata, occupano tanto spazio
economico, politico, sociale quanto in Italia.
In Italia, il
ventennio della Seconda Repubblica, insieme all’abbandono delle ragioni della
politica ed al crollo del partito politico come strumento -per quanto
imperfetto- della democrazia, ha visto generalizzarsi la reazione nei confronti
di una fase riformista che si era sviluppata sin verso la fine degli anni ’70,
per poi esaurirsi nel corso degli anni ’80, parallelamente all’avvento di Ronald
Reagan negli USA, e di Margaret Thatcher nel Regno Unito.
In quel ventennio,
passo dopo passo, rinuncia dopo rinuncia, sono state create le premesse per la
limitazione degli spazi di democrazia a disposizione dei cittadini e per la
subordinazione rinunciataria della politica alle scelte dei centri di potere
economico e finanziario, e non si è fatto nulla per correggere l’allargarsi
delle disparità economiche tra categorie sociali e tra aree territoriali; anzi,
sono state incentivate con politiche fiscali e di investimento a ciò
indirizzate. Oltre che impoverire ulteriormente i più ed arricchire i pochi, e
svantaggiare sempre più un Mezzogiorno abbandonato al suo destino, e non
consentire un adeguato accesso al lavoro a giovani e donne, alimentando la
percezione oggettiva di abbandono, insicurezza e sfiducia crescenti, ne è
risultato un generale infragilimento dell’economia che ha collocato l’Italia,
che era all’ultimo posto tra i paesi industriali in quanto a rischi di
esposizione nei confronti della crisi finanziaria del 2008, al primo posto nel
subirne effetti economici che tuttora perdurano.
Lo svilimento della
democrazia e del ruolo della politica, ridotta a gioco di gestione di se stessa,
hanno impedito un serio dibattito pubblico al riguardo, con la conseguenza
fatale della sua riduzione ad un’alternanza inutile nella quale l’agenda
politica era pur sempre quella dettata dalla destra, dalle esigenze personali
del suo leader, e dagli interessi dell’area sociale che ad essa si riferiva e
che ad essa forniva consenso.
Gli assetti e gli
indirizzi politici che sono andati affermandosi dopo il tracollo dell’ultimo
governo Berlusconi con la benedizione di un Presidente della Repubblica che ha
rispolverato lo Statuto Albertino e fatta propria e promossa apertamente la
politica delle larghe intese, non rappresentano né un’inversione di rotta, né
una discontinuità con il precedente ventennio.
Al contrario,
rappresentano il consapevole tentativo di dare forma compiuta a concezioni della
politica e della società che già erano andate sviluppandosi nel corso di quegli
anni, e sulle quali hanno concordato la destra e buona parte di quello che fu il
centrosinistra. Ciò è passato per l’avvento di Matteo Renzi alla segreteria del
PD: un abile imbonitore, non dissimile neanche in questo da Berlusconi, ed
altrettanto propenso a considerare parole al vento i propri tweets.
Il Patto del
Nazzareno, che ben pochi dei partecipanti alle primarie del PD avrebbero a
priori accettato, ha rappresentato la premessa logica e politica della
defenestrazione di Letta, imposta al suo partito come la manifestazione di una
necessaria discontinuità: ma non quella di ribaltare gli indirizzi seguiti negli
anni della seconda repubblica, quanto quella derivante dal considerare
insufficiente e bisognoso di completamento un cammino che la destra non aveva
saputo realizzare compiutamente.
Ciò rende impossibile
il continuare a parlare di un sistema politico fondato su una destra ed un
centrosinistra tra loro alternativi: quello che si sta instaurando è un sistema
polittico fondato su un blocco centrista, in larghissima misura costituito dal
PD renziano, rispetto al quale la Lega trova tanto più facilmente spazio sulla
destra quanto meno Forza Italia si differenzia dal PD, e rispetto al quale
un’opposizione di sinistra che abbia possibilità di crescita deve ancora
consolidarsi. I risultati del voto in Emilia ed in Calabria confermano questa
valutazione: l’unico partito che non perda voti è la Lega, ed il pur decoroso 4%
della sinistra in Emilia è da valutare in rapporto al 37% di votanti.
Qui sta il senso
dell’affermazione che da più parti viene fatta circa il fatto che si stia
instaurando un regime. Affermazione che, pur se contestata da molti, anche in
buona fede e sulla scorta del fatto che non si stia affermando l’egemonia
forzosa di un solo partito, trova la sua validità nel fatto che l’attuale
assetto politico è stato reso possibile solo per via della tregua richiesta da
Berlusconi ed imposta da Napolitano e, tecnicamente, da una pessima legge
elettorale; e nel fatto che questo assetto rischia di divenire permanente in via
forzosa grazie all’ulteriore peggioramento della legge elettorale, alla
sostanziale abolizione del Senato, alla farsa delle Città Metropolitane, a norme
del tutto antidemocratiche sull’accesso all’elettorato passivo.
E, in ultimissima ma
forse ancor più importante considerazione, il suo mantenimento si autoalimenta
in virtù del fatto che, impedendo dialettica politica e possibilità di
mutamento, gli italiani si convincono dell’inutilità di utilizzare i residui
strumenti democratici a loro disposizione, e non vanno più a votare.
E’ una ben strana
concezione della democrazia, quella che fonda le maggioranze sul non-voto dei
cittadini.
La combinazione del
progressivo aggravarsi delle condizioni economiche complessive del Paese con il
peggioramento delle disparità sociali, delle condizioni di vita e lavorative di
molti, del degrado urbano, con il contrarsi della spesa sociale e con il venir
meno degli ambiti di democrazia, sta creando una miscela che alimenta, in
alternativa, ed a seconda dei punti di vista e degli interessi dei singoli, o
una sfiducia che rischia di trasformarsi in rassegnazione, o il ribellismo.
Dell’una e dell’altro si vedono segni evidenti nel crollo della partecipazione
al voto e nel manifestarsi di iniziative violente e proteste nelle nostre
periferie urbane, poco importa se alimentate da coloro che non hanno nulla da
perdere o da coloro che invece temono di perdere quel poco che hanno. E a poco
vale il liquidare la questione col qualificare i primi come antagonisti ed i
secondi come tendenzialmente reazionari.
La storia e
l’esperienza insegnano quanto siano frequenti le risposte autoritarie a
situazioni di stallo di quei sistemi politici che non riescono ad affrontare per
la via della democrazia il protrarsi di situazioni di crisi economica, sociale,
politica. Nell’Italia di oggi, si sta dichiaratamente sottraendo ai cittadini
gran parte degli strumenti che, in una democrazia, sarebbero a loro disposizione
per esercitare quella sovranità che la Costituzione loro assegna. E non solo per
quanto riguarda le regole e le Istituzioni della democrazia, ma anche per quanto
riguarda quelle forme di partecipazione intermedia che dovrebbero trovare il
loro ambito nei partiti politici, nei sindacati,
nell’associazionismo.
I primi,
trasformatisi da libere associazioni di cittadini in corpi feudali nei quali
ogni scelta emana da vertici ed apparati di professione aventi nella propria
sopravvivenza la principale preoccupazione, e che l’abolizione del finanziamento
pubblico rende sempre più dipendenti dalle oligarchie
economiche.
E, per quanto
riguarda i sindacati, dietro la discussione in atto sull’Art.18 e lo scontro
politico che vi si è collegato, c’è la questione ancor più generale se al
sindacato, nei nuovi assetti che si sta cercando di porre in atto, spetti un
ruolo di rappresentanza generale del lavoro, o se invece non debba avere altra
funzione che quella di pura controparte aziendale o di categoria. Si vorrebbe
cioè per questa via ridimensionare, dopo quello più propriamente politico, un
altro aspetto degli strumenti di partecipazione e rappresentanza di gran parte
dei cittadini e togliere dalla scena un altro fattore di articolazione di quei
contropoteri, anche non istituzionali, la cui presenza ed operatività è
richiesta in una democrazia. Ed è significativo che men che mai una simile
questione sia stata posta nei confronti di chi rappresenta il mondo delle
imprese.
Anche queste sono
questioni che entrano a pieno titolo nel valutare le condizioni di funzionamento
della democrazia nel nostro Paese.
Il venir meno degli
strumenti e dei processi democratici impedisce una seria discussione sul
significato e sull’efficacia delle politiche e delle cosiddette riforme che
vengono sottoposte al Parlamento come articoli di fede da accettare o respingere
in blocco, il più delle volte ricorrendo ad interpretazioni estensive
dell’istituto della delega, che sottrae al Parlamento ulteriore capacità di
intervento e di controllo. Non c’è quindi da stupirsi se poi, in mancanza di una
appropriata funzionalità del Parlamento e di un’adeguata opposizione politica,
dilaghi la protesta sociale. E non c’è neanche da stupirsi se, da parte di molti
commentatori, non certo catalogabili sbrigativamente come appartenenti
all’antagonismo di sinistra, si manifesti più di un dubbio su proposte che
appaiono, molto spesso e di volta in volta, velleitarie, prive di adeguate
coperture, inefficaci, o indirizzate a prefigurare forme oligarchiche di
controllo politico ed economico. Ma, soprattutto, appaiono inadeguate a far
uscire il Paese dalla sua crisi economica e sociale.
Questo stato di cose
non può iniziare a modificarsi se non per effetto della presenza di una forza di
sinistra adeguata nei termini della capacità politica e culturale di svolgere un
ruolo che si limiti a quello di essere forza di opposizione ed antagonista. Una
tale sinistra, indispensabile a fornire possibilità di rappresentanza ad una
parte importante della società italiana, ad indirizzare in termini politici quei
conflitti sociali che si vorrebbe elidere in parte ricorrendo all’effetto
placebo ed in parte per via normativa, ed a ripristinare un dibattito politico
non formale e fondato sulle condizioni reali del paese e senza il quale la
democrazia risulterebbe ulteriormente svuotata, ancora manca.
Le iniziative
intenzionali ed esplicite del governo in carica ed i mancati interventi da parte
dello stesso governo e della politica in generale su un altro hanno però fatto
maturare in molti un comune giudizio di pericolosità dell’attuale conduzione del
Paese, pur se in un quadro articolato e non omogeneo di atteggiamenti che vanno
dall’esprimere gravi preoccupazioni sino al manifestare una determinata e
consapevole opposizione. Si tratta di espressioni politiche che vanno dalle
minoranze interne di PD e PSI, a SEL, a coloro che si sono riconosciuti nella
“Lista Tsipras”, alla CGIL ed ora anche alla UIL, ad una galassia di
associazioni di sinistra senza partito ed aventi diverse connotazioni
politico-culturali, una parte delle quali ha dato vita e partecipa ad
“Iniziativa 21 Giugno”; e, soprattutto, si tratta di quel milione di cittadini
che ha coscientemente manifestato il 25 Ottobre scorso e di coloro che il 12
Dicembre aderiranno allo sciopero indetto da CGIL ed UIL.
Da questi, molti di
coloro che domenica 23 Novembre non sono andati a votare in Emilia ed in
Calabria attendono una risposta.
Se tutto ciò non
costituisce ancora una forma politica, ne è però il terreno di coltura, e non
può trovare che uno sbocco: quello del formarsi, in tempi non biblici, di una
Sinistra ampia e degna di tal nome, a partire da chi ci sta, senza escludere a
priori chi potrebbe, o meglio dovrebbe, starci.
E’ compito di coloro
che più sono convinti di tale necessità -e tra questi va annoverata “Iniziativa
21 Giugno”, col metodo non formalistico ed aperto che ha voluto mettere in
campo- quello di avviare e favorire in ogni modo un percorso in questa
direzione, nella convinzione che questa sia una condizione necessaria, non tanto
a far rinascere una sinistra politica, quanto a salvare il Paese
dall’involuzione verso un’oligarchia che, avendo più interesse al tornaconto dei
pochi che ad una prospettiva di sviluppo complessivo, lo condanna ad una lunga
stagnazione.
Il compito non è
facile, e richiede che siano chiarite alcune linee di indirizzo, riguardo alle
quali qui di seguito mi limito ad esprimere dei punti di vista (non di
programma) non esaustivi e non conclusivi, ma che mi paiono toccare le questioni
principali sulle quali verificare la possibilità di procedere.
A-
Per
quanto riguarda i connotati di fondo:
- Saper
sviluppare non solo le capacità di analisi e di critica tipiche di una forza di
opposizione, ma soprattutto quelle di indicare un’alternativa che si misuri
attraverso iniziative, indicazioni e proposte, concrete, realistiche,
comprensibili.
Vanno
in questa direzione l’attività di Felice Besostri e degli avvocati e giuristi
che con lui collaborano nei ricorsi giudiziari diretti a difendere le forme
democratiche in uno Stato di Diritto e, su un altro versante, l’approccio
seguito nella definizione di un documento di politica economica che, senza
rinunciare ad individuare prospettive di indole generale, è stato formulato nei
termini estremamente concreti e misurabili della proposta “Per una legge di
stabilità alternativa”.
- Avere
la capacità di raccordarsi con forze e movimenti che, pur non schierati su un
fronte di sinistra, siano disponibili ad impegnarsi in iniziative, lotte
politiche, campagne di opinione volte alla difesa della democrazia e dello Stato
di Diritto, allo sviluppo di politiche riguardanti i diritti individuali e
civili e la laicità dello Stato e delle Pubbliche Amministrazioni, alla difesa
di consumatori, utenti dei pubblici servizi, ed in generale, delle parti deboli
nei rapporti tra soggetti privati e tra privati e settore
pubblico.
- Essere
pienamente consci di dover parlare all’intero paese, e non solo a sue parti:
politiche alternative a quelle presenti trovano credibilità solo se tendono ad
affrontare un’emergenza che è nazionale e sistemica, che riguarda cioè l’intero
sistema-paese. Dato per scontato che una qualsivoglia forza di sinistra non
possa prescindere dalla tutela delle condizioni di vita dei più svantaggiati e
dalla difesa del lavoro in termini quantitativi, economici e normativi, la
sinistra di cui oggi c’è bisogno non può lasciare che un ceto medio impoverito
identifichi i propri interessi con quelli di coloro che ne hanno determinato
l’impoverimento e, in termini politici, con la destra o con la Lega di Salvini;
e non può non sostenere lo sforzo che moltissimi onesti e capaci imprenditori,
artigiani, operatori commerciali, professionisti, compiono quotidianamente nel
competere in termini di innovazione di prodotto e di processo più che di dumping
salariale o normativo, di idee e conoscenze, di metodi, dando il loro contributo
ad ammodernare e rendere competitivo il Paese.
- Aver
chiaro come la correttezza e l’efficienza della Pubblica Amministrazione, il
rigore nella gestione della spesa, l’intransigenza nei confronti di disonestà,
incapacità, sprechi e cattivi utilizzi del denaro pubblico, siano
nell’interesse generale del Paese, ed in particolare dei più deboli. Una
Pubblica Amministrazione moderna, efficiente, motivata, capace di controllare e
controllarsi, di dare risposte rapide e chiare, di esser vista come un sostegno
e non come un freno allo sviluppo, è una precondizione necessaria ad un ruolo
attivo in termini di capacità di indirizzo e programmazione.
- La
visione di una “società diversamente ricca”, per usare l’espressione di Riccardo
Lombardi, presuppone un ruolo attivo della scuola, della conoscenza e della
cultura, della ricerca e dell’innovazione, dell’arte, mobilitando capacità e
risorse pubbliche e private, finalizzate a nuove occasioni di sviluppo ed a
mettere in luce nuove risorse umane e materiali, a riequilibrare le prospettive
e le condizioni di vita economica e civile delle diverse aree del Paese, a
combatterne il degrado territoriale, ambientale, urbano, a preservarne i beni
culturali.
- Avere
la consapevolezza di dover operare criticamente, ma senza indulgere a
preconcette avversioni, all’interno di un quadro di riferimento europeo
tutt’altro che facile: cosa che richiede non un tiepido, ma un elevato senso di
appartenenza europea. Occorre attrezzarsi, anche su un piano
tecnico/scientifico, per respingere il semplicismo populista che tende a
distinguere i paesi virtuosi dai PIGS, chiarendo come non sia tutto oro quel che
riluce nei conti dei primi, come alcuni parametri indichino una solidità di
fondo del nostro sistema economico ben superiore a quella espressa dal rapporto
debito/PIL, e come gli squilibri interni all’area-euro non siano determinati
solo dai deficit di bilancio di alcuni, ma anche dalle politiche
deflazionistiche ostinatamente seguite da altri. Ragionamenti simili verrebbero
a cadere sul nascere, se non preparati da un punto di vista scientifico e
politico, e se non sviluppati nel quadro di una forte spinta verso un’Europa
politica, che la sinistra deve saper fare propria.
- E,
non ultima questione, anzi premessa metodologica e condizione necessaria al
formarsi di una sinistra aperta ed adeguata alle necessità che sono state
definite, è quella della capacità critica di tutti nei confronti delle proprie
storie, sovente conflittuali tra loro, e costellate da errori, incomprensioni,
pregiudizi; e dalle conseguenti sconfitte. La constatazione del deserto attuale
impone più di una riflessione, ed impone a tutti la disponibilità a ripartire
dall’oggi col rimettersi in gioco senza presunzioni egemoniche che non trovano
fondamento nella realtà dei fatti e che farebbero immediatamente fallire ogni
tentativo di avvio.
B-
Per
quanto riguarda il percorso politico da compiere:
- Non
si può pensare di poter avviare questa costruzione sulla presunzione del
mantenimento in vita di un centrosinistra che, da tempo, non esiste più. Occorre
esser chiari al riguardo: l’idea di un centrosinistra capace di essere
alternativo alla destra è tramontata con il sostanziale affossamento della
neonata coalizione Italia Bene Comune, avviato dal PD già prima dell’insulsa
campagna elettorale politica del 2013, e definitivamente certificato con il
Patto del Nazzareno. Parlare ancora di centrosinistra significa semplicemente
proseguire negli equivoci e, di fatto, fornire a chi oggi governa una comoda,
ancor più gradita in quanto gratuita, copertura politica.
E’
evidente come questa consapevolezza non sia ancora generale. Però il suo
maturare è nei fatti, a meno di un’improbabile mutamento di rotta da parte del
PD sulle questioni degli assetti istituzionali e degli indirizzi economici; e,
pur ammesso il verificarsi di un’ipotesi di tal genere, resterebbe comunque viva
la necessità di una forza che possa costituire un solido punto di riferimento
politico a sinistra.
- La
costruzione di una sinistra ampia e capace di rapportarsi alla realtà
complessiva del Paese presuppone il concorso plurale di espressioni politiche e
soggetti diversi e caratterizzati, oltre che da storie politiche e radici
culturali diverse, anche da ruoli, dimensioni, modi di operare, diversi.
Non
può quindi realizzarsi per aggregazioni o cooptazioni centrate sull’uno o
sull’altro dei soggetti politici esistenti, e nemmeno per via della semplice
aggregazione orizzontale di pezzi di politica, che verrebbe percepita unicamente
come l’unione di più debolezze, tutte modeste in quanto a capacità di proposta,
e nessuna delle quali capace di vita ed autonomia politica ed elettorale
propria. Deve anche tener conto del fatto che la necessità di questo processo,
ad oggi, non è ancora percepita da tutti con la stessa chiarezza. Il percorso
possibile passa quindi per un processo largo, non precostituito, aperto a tutti
coloro che, anche in un prossimo futuro, vi siano disponibili, rispetto al quale
il veicolo più adatto appare quello di una forma federativa che consenta la
partecipazione di forze politiche, associazioni, movimenti, individualità,
nonchè l’articolazione territoriale; e, al tempo stesso, capace di definire
comportamenti politici omogenei e di non parlare con una babele di linguaggi
diversi.
- La
questione del rapporto col sindacato è centrale. E’ necessaria una forza di
sinistra che sappia essere interlocutore politico delle forze sindacali. Più che
la recita di giaculatorie in tal senso, ciò comporta, nel rispetto della
diversità di ruoli tra forze sindacali e politica, la capacità costante di
confronto e verifica nel già citato riferimento alle condizioni reali del paese,
nello sviluppo di proposte realizzabili ed empiricamente misurabili nei loro
effetti, e comporta la capacità di dare sostanza e contenuti politici, senza
opportunismi, al concetto dell’inscindibilità dei diritti individuali, civili,
sociali.
Un processo di questo
tipo è reso ineludibile sia dal precipitare di una crisi economica e sociale
che, ove non trovi espressione politica, rischia di degenerare in ribellismo,
che dall’approfondirsi di una crisi politica di cui il crollo della
partecipazione al voto è una manifestazione, ed i cui termini sfuggono, con
voluto opportunismo, alla quasi totalità delle forze politiche oggi presenti in
Parlamento che, in definitiva, traggono dalla sfiducia degli italiani la loro
legittimazione elettorale. Ed ancora, è reso ineludibile dal fatto che non basta
stare in attesa che gli eventi confermino la convinzione, largamente diffusa,
dell’inadeguatezza degli indirizzi di politica economica e delle cosiddette
riforme a rimettere in movimento il Paese.
Ad evitare che la
sfiducia si trasformi in definitiva rassegnazione, o in ribellismo, entrambi
esiziali per una democrazia, occorre una sinistra capace di concezioni aperte e
non anguste, e capace di guardare in grande ed oltre le contingenze dell’oggi,
per salvare l’Italia.
In questa direzione,
“Iniziativa 21 Giugno” e le associazioni e gruppi che vi partecipano, tra cui
Alleanza Lib-Lab, Critica Liberale, Iniziativa Socialista, Laboratorio Politico
per la Sinistra, Network per il Socialismo Europeo, Rete Socialista, Sinistra
d’Azione, nonché diverse individualità ed esponenti di altri circoli e gruppi
politici, possono e devono dare un contributo in termini di idee e di
facilitazione nella costruzione di rapporti e percorsi politici.
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