Da ForumSad, la più
grande rete italiana di organizzazioni che si occupano di “Sostegno a
Distanza”, nella persona di Vincenzo Curatola che ne è membro, e proprio mentre
Borghezio e Casapound, in una sconcia azione di strumentaliz-zazione di
un “conflitto tra poveri”, circolano in quei luoghi, la redazione di “Perché la Sinistra” ha ricevuto questo
messaggio:
“Chiedo a tutti di divulgare quello che
scrivono i ragazzi immigrati del Centro Morandi di Tor Sapienza a Roma, dove
lavorano Alessia e Teresa, due ex collaboratrici di ForumSaD. Quello che sta
succedendo deve trovare una risposta da parte dell'Italia solidale e anti
razzista, non lasciamoli soli!. Vincenzo Curatola”
Alessia, a sua volta, ha scritto:
“Chiedo a tutti di far girare, immagino
sappiate la situazione del centro Morandi di Tor Sapienza dove lavoro come
coordinatrice sprar, anche se dai media sembra che si senta solo una voce. La
nostra preoccupazione come staff è per gli utenti, ricordiamoci che parliamo di
richiedenti asilo e rifugiati politici e di minori in tutela. Purtroppo sia
giornali che telegiornali hanno fatto uscire volti non oscurati e questo li
mette ancora più in pericolo. Questo è il modo per far sentire la loro voce.
Vi posso dire che siamo esausti tutti, questa
mattina i minori sono tornati autonomamente da dove erano stati spostati con la
richiesta di tornare qui. Purtroppo non possono entrare, ora sono al comune per
far ascoltare le loro richieste. Noi siamo transennati, sta arrivando Borghezio con Casapound. Dalla mia parte io vorrei
solo fare il mio lavoro e credetemi in questo momento è difficile. La tensione
è altissima, siamo minacciati, non possiamo uscire, è pericoloso entrare, salti
mortali per far arrivare i pasti, appuntamenti ospedalieri rinviati. Che sia
chiaro che gli utenti stanno facendo da capro espiatorio per una guerra che non
è la loro, dalla loro sono già scappati. Scusate, ma non ce la faccio veramente
più.
Alessia Armini”
Ed
ecco il testo della lettera aperta scritta dai rifugiati;:
Tutti
parlano di noi in questi giorni, siamo sotto i riflettori: televisioni,
telegiornali, stampa. Ma nessuno veramente ci conosce.
Noi
siamo un gruppo di rifugiati,35 persone provenienti da diversi Paesi: Pakistan,
Mali, Etiopia, Eritrea, Afghanistan, Mauritania, ecc... Non siamo tutti uguali,
ognuno ha la sua storia; ci sono padri di famiglia, giovani ragazzi, laureati,
artigiani, insegnanti, ecc., ma tutti noi siamo arrivati in Italia per salvare
le nostre vite. Abbiamo conosciuto la guerra, la prigione, il conflitto in
Libia, i talebani in Afghanistan e in Pakistan. Abbiamo viaggiato, tanto, con
ogni mezzo di fortuna, a volte con le nostre stesse gambe; abbiamo lasciato le
nostre famiglie, i nostri figli, le nostre mogli, i nostri genitori, i nostri
amici, il lavoro, la casa, tutto. Non siamo venuti per fare male a nessuno.
In
questi giorni abbiamo sentito dire molte cose su di noi: che rubiamo, che
stupriamo le donne, che siamo incivili, che alimentiamo il degrado del
quartiere dove viviamo. Queste parole ci fanno male, non siamo venuti in Italia
per creare problemi, né tantomeno per scontrarci con gli italiani. A questi
ultimi siamo veramente grati, tutti noi ricordiamo e mai ci scorderemo quando
siamo stati soccorsi in mare dalle autorità italiane, quando abbiamo rischiato
la nostra stessa vita in cerca di un posto sicuro e libero. Siamo qui per
costruire una nuova vita, insieme agli italiani, immaginare con loro quali sono
le possibilità per affrontare i problemi della città uniti insieme e non
divisi.
È
da tre giorni che viviamo nel panico, bersagliati e sotto attacco: abbiamo
ricevuto insulti, minacce, bombe carta. Siamo tornati da scuola e ci siamo
sentiti dire “negri di merda”; non capiamo onestamente cosa abbiamo fatto per
meritarci tutto ciò. Anche noi viviamo i problemi del quartiere, esattamente
come gli italiani; ma ora non possiamo dormire, non viviamo più in pace,
abbiamo paura per la nostra vita. Non possiamo tornare nei nostri Paesi, dove rischiamo
la vita, e così non siamo messi in grado nemmeno di pensare al nostro futuro.
Vogliamo
dire no alla strada senza uscita a cui porta il razzismo, vogliamo parlare con
la gente, confrontarci. Sappiamo bene, perché lo abbiamo vissuto sulla nostra stessa
pelle nei nostri Paesi, che la violenza genera solo altra violenza. Vogliamo
anche sapere chi è che ha la responsabilità di difenderci? Il Comune di
Roma, le autorità italiane, cosa stanno
facendo? Speriamo che la polizia arresti e identifichi chi ci tira le bombe. Se
qualcuno di noi dovesse morire, chi sarebbe il responsabile?
Non
vogliamo continuare con la divisione tra italiani e stranieri. Pensiamo che gli
atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità
intera. Se il centro dove viviamo dovesse chiudere, non sarebbe un danno solo
per noi, ma per l’intero senso di civiltà dell’Italia, per i diritti di tutti
di poter vivere in sicurezza ed in libertà. Il quartiere è di tutti e vogliamo
vivere realmente in pace con gli abitanti. Per questo motivo non vorremmo
andarcene e restare tutti uniti perché da quando viviamo qui ci sentiamo come
una grande famiglia che nessuno di noi vuole più perdere, dopo aver perso già
tutto quello che avevamo.
F.to:
I rifugiati del Centro Morandi di Tor Sapienza - Roma
A questo punto ciascuno tragga le sue
conclusioni.
1 commento:
Vorrei commentare come si deve ma parlarci tra di noi serve a poco. Grazie comunque Mimmo, anche in questa occasione hai dato prova di sensibilità.
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie