Questo ragionamento principia proprio dalla frase
pronunciata dal Presidente del Consiglio e Segretario del PD, Matteo Renzi, al
momento dell’esito del voto di domenica scorsa per le elezioni regionali di
Calabria ed Emilia-Romagna “Abbiamo vinto, l’astensionismo è un fatto
secondario".
Un astensionismo, è bene ricordarlo, che ha raggiunto
percentuali mai registrate nel nostro paese: oltre il 60% in Emilia, oltre il
55% in Calabria.
Quella frase pronunciata da Renzi non è stata buttata lì per
bullismo politico o per nascondere l’imbarazzo di una situazione che si
presenta difficile.
Si è trattato, invece, di un’affermazione quasi paradigmatica
al riguardo della prospettiva che si sta aprendo: dopo aver fatto a meno dei
cosiddetti “corpi sociali intermedi” nella fattispecie i sindacati, adesso si
può fare a meno anche delle elettrici e degli elettori che possono essere
chiamati in causa soltanto in determinate occasioni per esprimere un consenso
di tipo plebiscitario al Capo e qualche cascame di dissenso riservato a settori
marginali e ininfluenti che possono essere tenuti ai bordi del sistema
politico.
Siamo di fronte ad uno stato di cose in atto che legittima
la domanda: “L’Italia è matura per un regime autoritario?”.
Si direbbe proprio di sì andando analizzare, ben di là dai
temi suggeriti dalle modifiche alla Costituzione e alla legge elettorale (legge
elettorale che, è bene ricordare sempre anche questo elemento, rimane il
cardine del sistema dal punto di vista politico), ma proprio analizzando la
realtà sociale del Paese.
Come esce l’Italia dalla fase aperta, vent’anni fa, con
l’implosione del sistema dei partiti, il varo dei trattati europei, la
definitiva affermazione dell’egemonia del liberismo: un’egemonia ormai
accettata da tutti i settori politici e anche economici.
In più abbiamo avuto l’affermazione di un’egemonia di tipo
culturale fondata sulla priorità dell’immagine, del consumo individualistico,
della personalizzazione della politica, del messaggio sempre più semplificato
da rivolgere alla massa ai fini di determinare lo svolgimento d’iniziative di
pura propaganda in tuti i campi.
E’ completamente sparito, da questo scenario, l’approfondimento
sociale, culturale e politico e la sola immagine corrente risulta essere quella
di marca televisiva, mentre anche l’uso delle tecnologie si è adeguato a questo
complesso discorso di “passivizzazione di massa”.
Su queste basi di riflessione possiamo ben definire come
emergano due elementi fondamentali per poter leggere criticamente la realtà: “
uno spostamento rilevante nel rapporto storicamente individuato tra struttura e
sovrastruttura (con una necessità di rivedere anche la stessa teoria delle
fratture) ”; l’enormità del fenomeno della “rivoluzione passiva” così come
determinatosi nel ventennio trascorso.
Si sono verificati così alcuni fatti di grande importanza
proprio sul piano politico:
1) Una
profonda divisione all’interno della struttura sociale del Paese, dovuta
essenzialmente a una recrudescenza – mai verificatasi almeno dalla seconda metà
del’900- del peso della contraddizione di classe. Una recrudescenza non
riconosciuta, però, a livello sociale proprio per via del ruolo assunto dagli
strumenti a disposizione della sovrastruttura. Un mancato riconoscimento che ha
provocato divisioni sia a livello sociale, sia politico al punto da far sì che
le insorgenze e i conflitti sociali in atto possano essere facilmente permeati
da domande ribellistiche e di tipo neo-corporativo;
2) Si
è verificata la saldatura di un blocco reazionario nella gestione del ciclo
capitalistico e della relativa fase politica. Un blocco reazionario formato
essenzialmente da tre componenti: a) i livelli di potere reale collocati nella
dimensione della Comunità Europea; b) il secco spostamento della parte più
rilevante degli industriali italiani attorno al “modello Marchionne” che ha
aperto una stagione di vera e propria repressione all’interno dei più
importanti settori produttivi; c) l’assunzione, a livello di governo politico,
del tema della governabilità in senso autoritario, esemplificabile
nell’obiettivo presidenzialista. In questo modo il governo sta puntando su tre
obiettivi: l’azzeramento dei corpi intermedi; l’annullamento dei consessi
elettivi; la repressione immediata di qualsiasi dimostrazione di dissenso a
livello di massa. Quella che fu la cosiddetta “media borghesia” del resto,
toccata nel suo “status” di consumatore competitivo è pronta ad aderire come
supporto a questo blocco reazionario nel senso di quello che tradizionalmente è
stato definito come “ventre molle”;
3) Questi
elementi hanno determinato lo “sfinimento” della società e, come conseguenza
diretta, le pericolose divisioni cui si accennava all’inizio. Sarebbe lungo
l’elenco degli errori commessi da partiti e sindacati e su questo punto ci si è
già esercitati più volte. Basterà dire, a questo proposito e a corollario
dell’intera analisi fin qui sviluppata che ci troviamo nella necessità assoluta
(e anch’essa non riconosciuta neppure a livello d’avanguardia) di proporre
assieme una nuova soggettività politica dell’opposizione per l’alternativa e
una nuova strutturazione sindacale nel senso del recupero della confederalità e
dell’identità di classe. L’astensionismo elettorale è soltanto un segnale sul
quale riflettere nel momento in cui si riflette sul tema – tutto da riprendere-
della rappresentanza politica del conflitto sociale oggi e della prospettiva di
trasformazione radicale della società.
In sostanza questi tre fattori, della complessità delle
fratture sociali, politiche, generazionali, territoriali del Paese; del
formarsi di un vero e proprio “blocco reazionario”; dello “sfinimento” della
società e dell’assenza di corpi politici in grado di svolgere le funzioni di
sintesi e di riferimento costituiscono la base per la quale si può ben ritenere
legittimo definire alla situazione italiana come disponibile all’avventura del
regime autoritario.
Il nostro compito è quello di organizzare subito
l’opposizione più ferma e più netta a questo stato di cose: parte da qui una
discussione da condurre in profondità, ma in tempi rapidi e con obiettivi
concreti anche e soprattutto sul piano dell’organizzazione politica.
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