Davvero interessante l’articolo di Massimo Nava apparso il
13 Novembre sulle colonne del “Corriere della Sera” (pagina
di Analisi e Commenti) sotto il titolo “Il Linguaggio che divide la
Sinistra”.
In realtà l’autore utilizzando l’analisi del linguaggio in
uso per ricercare una nuova definizione di modernità affronta anche, nel suo
insieme, i temi di fondo del conflitto sociale (e inevitabilmente, deve essere
aggiunto, quello dello scontro di classe).
Si riportano di seguito alcuni passaggi fondamentali
contenuti nell’articolo: “E’ di sicuro
moderna una politica che informatizzi la burocrazia, diffonda la banda larga,
semplifichi la fiscalità, riformi istituzioni obsolete come il Senato. Ma è
sinonimo di modernità ridurre i diritti conquistati in decenni, tagliare
pensionati finanziate con i contributi, tassare fondo alimentati dai risparmi
e, in ultima analisi, definire il tutto come sacrificio “necessario” e la
critica come una difesa del privilegio”?
Ancora in un successivo passaggio:
“ Ha senso alimentare,
anziché la solidarietà tra generazioni, una sorta di conflitto generazionale
che ha per conseguenza, praticamente in ogni ambito sociale e di lavoro un’esaltazione
del giovane (che per forza è quindi anche “moderno” rispetto all’inutilità dell’esperienza
e alla necessaria rottamazione di ogni forma di vecchiaia”?)
Per concludere con le citazioni dall’articolo:
“ Con il termine “austerità”
si sono autorizzate e imposte le politiche più rovinose e sciagurate salvo,
poi, esaltare in corsa la “crescita” che non c’è e non potrà mai esserci con
queste politiche monetarie, con queste regole, con questa “modernità” di un’Europa
che appare invece molto più vecchia, finendo con l’assomigliare a quella degli
Stati Nazionali in conflitto, dei potentati finanziari, delle mire
espansionistiche e di dominio del Paese più forte. Esempi di stravolgimento del
significato delle parole, meno comprensibili ai più, ma ben noti a tecnici e
addetti ai lavori, si potrebbero fare quando sono definiti Paesi “virtuosi”
quelli che hanno imposto lacrime e sangue ai cittadini senza essere usciti
dalla crisi e aggravando il proprio debito pubblico”.
Quali riflessioni possono suscitare queste parole?
Essenzialmente vi si evidenzia un aspetto molto importante,
quello dell’uso del linguaggio nel definire elementi di confronto
(modernità/conservazione; vecchio/giovane) attraverso i quali passano scelte
destinati a modificare nel profondo rapporti economici e sociali, spostando l’asse
complessivo nella direzione di una conflittualità generazionale buona per realizzare una sottrazione di diritti e
di conquiste.
L’autore però, all’interno di una logica difensiva molto
sfumata (in uso di questi tempi) non coglie (o non intende cogliere) la natura
vera di questa mistificazione del confronto sociale che, attraverso il linguaggio
di una presunta modernità s’intende
portare avanti come sta accadendo, nel “caso italiano”, attraverso l’opera
demolitrice del governo Renzi.
L’analisi deve dunque essere portata su di un terreno
diverso da quello su cui si è collocato Nava: l’utilizzo del linguaggio nel
senso del proporre “modernità/conservazione è utilizzato per proporre l’inestinguibilità
dello sfruttamento e la rivendicazione conseguente di una logica di tipo “padronale”
sull’insieme degli aspetti della condizione materiale di vita di milioni e milioni di lavoratrici,
lavoratori, pensionati, precari, disoccupati.
Manca la precisa lettura di questo elemento fondamentale
nell’articolo di Nava che, infatti, alla fine reclama che “non si faccia confusione quando si richiama il significato della parola
cambiamento”.
La sinistra non può, allora, limitarsi alla contrapposizione
sul tema del linguaggio stando tutta intera dentro ad una logica di contrapposizione
interna al sistema intendendo ancora
valida l’equazione “diritti come modernità”.
La necessità più urgente è, invece, quella da sinistra di
recuperare le coordinate di fondo dell’identità del conflitto di classe quale
base fondamentale della propria azione politica.
Il linguaggio dovrebbe, allora, servire per riconoscere i
tratti, così presenti nella realtà del moderno conflitto, del persistere della dominanza del concetto
di classe determinato dai rapporti sociali di produzione, che costituiscono a
loro volta la base di ogni formazione sociale.
La sinistra deve saper usare il linguaggio per ridefinire,
ancora una volta, questo stato di cose che porta alla polarizzazione delle
classi rifiutando qualsiasi altro livello di determinazione del conflitto fosse questo generazionale, corporativo,
localistico, di recupero come sta avvenendo adesso sul piano mediatico di una
logica di “guerra tra poveri”.
Rimane per intero tutto da risolvere il modello dicotomico
dello scontro di classe che è quello che comporta immediatamente una dimensione
politica oltre che quella economico-sociale.
Si tratta di non smarrire mai questa coordinata di fondo e
di non farsi fuorviare da analisi anche apparentemente interessanti ma che non
pervengono al cuore delle grandi questioni, queste sì, della modernità.
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