“ A situazione eccezionale, risposta eccezionale”: questo
banale sillogismo potrebbe essere applicato alla situazione politico-sociale
dell’Italia in una fase nella quale la drammatica temperie della gestione
capitalistica sta pigiando sull’acceleratore dell’aumento delle diseguaglianze,
dell’impoverimento generale e della riduzione degli spazi di democrazia spinta
fino alla costruzione (già in atto) di un regime autoritario.
Serve, da parte delle opposizioni di sinistra, una risposta
fuori dai canoni classici del confronto interno al sistema, serve una spinta
forte a far sì che i soggetti destinatari di questo furibondo attacco
riprendano in mano il loro destino, non rifugiandosi nella neghittosità di una
spaventosa “rivoluzione passiva” oppure nell’ignavia di un ex-ceto
politico-intellettuale ormai tramontato e residuale.
In Europa abbiamo esempi diversi non applicabili alla
situazione che stiamo vivendo: in Grecia il problema della rappresentatività
politica è stato assunto da Syriza che si è formata attraverso una coalizione
di diversi soggetti ponendosi al di fuori delle identità pregresse e
assestandosi su di una posizione di “sinistra di governo” per la quale in
Italia non ci sono le condizioni; in Spagna dai movimenti più o meno spontanei
contro l’austerità è sorto Podemos, ormai trasformatosi in un partito che pare
tenga assieme massima centralizzazione e massimo leaderismo.
In Italia questi schemi d’importazione non sono applicabili:
ci troviamo di fronte, infatti, a una caduta molto forte di credibilità e di
respiro culturale da parte dei soggetti politici rimasti in campo dopo il
disastro della Sinistra Arcobaleno; a un sindacato confederale che tenta la via
del recupero di massa ma che appare, dopo la stagione della concertazione, non
in grado di costruire un vero e proprio soggetto di rappresentanza nell’insieme
della complessità del mondo del lavoro; un sindacato di base, frazionato in
varie sigle, sicuramente in crescita ma che stenta a ritrovare una compiuta
capacità di proposta posta, come sarebbe necessario, sul terreno della
confederalità di classe.
Intanto crescono, in varie forme e dimensioni, insorgenze
sociali importanti che evidenziano l’acuirsi di diversi livelli di
contraddizione: contraddizioni legate a quella definita “principale” del
conflitto capitale/lavoro e alle cosiddette “fratture post-materialiste” in
particolare rispetto al tema del rapporto tra ambiente e lavoro e alla
conservazione e difesa dell’ambiente naturale e delle condizioni di vivibilità
generale sia nelle città quanto nelle periferie.
Su queste dimostrazioni importanti d’insorgenza sociale
incombono però due rischi molto significativi: quello della repressione da
parte del potere costituito, repressione che sta esercitandosi già in maniera
molto violenta; quello dell’introdursi nel tessuto sociale di veleni (peraltro
già ben presenti da tempo) di tipo neo-corporativo e razzista attraverso i
quali potrebbero scatenarsi elementi di vera e propria “guerra tra poveri” e di
neo-corporativismo.
Nei mesi scorsi, all’interno di settori di quella che
vorrebbe ancora autodefinirsi “sinistra antagonista”, si era molto discusso del
rapporto da costruire tra soggettività politica, istanze di rivendicazione
immediata dal punto di vista sociale, strutturazione alternativa di un
sindacato di classe: tre elementi, si affermava, da tenere assieme nell’idea di
elaborare un’inedita capacità di presenza della sinistra sul piano politico.
L’allontanamento della prospettiva concreta di costruzione
di un’adeguata soggettività politica ha fatto tramontare anche le possibili
implicazioni concrete di questo dibattito.
Eppure l’esigenza rimane ed è fortissima: anzi nel corso
delle ultime settimane si è ulteriormente acuita.
Stanno assieme entrambe le cose:
1) La
prima è di avviare, sul piano del conflitto sociale, una vera e propria fase di
“opposizione permanente”, una mobilitazione dal basso attraverso la quale non
proporre rivendicazioni settoriali pur importanti (e non soltanto nel campo di
più stretta appartenenza sindacale, se pensiamo ai temi della casa, della
sanità, dei servizi in generale, dell’assetto del territorio) ma un obiettivo
complessivo di tipo politico, puntando a spostare l’asse di riferimento di
larghe masse che paiono scivolare pericolosamente verso destra. Usando un termine
sicuramente improprio e opinabile verrebbe da denominare questa stagione di
conflitto come quella dello “sciopero politico”. Naturalmente non si dovrebbe
trattare di scioperi veri e propri, anche se da parte dei sindacati di base l’idea
di uno sciopero generale appunto di tipo precisamente “politico” dovrà comunque
prima o poi essere presa in considerazione. Insomma: un’unitarietà della
mobilitazione sociale dettata dalla presenza di un comune obiettivo;
2) La
seconda è quella sulla quale s’insiste da tempo di una nuova soggettività della
sinistra d’opposizione da costruire in forme coerenti con la situazione del
nostro paese, progettando sia le forme di approccio e di conseguente
edificazione, sia quelle della “forma politica” in maniera del tutto originale,
sia dal punto di vista della garanzia del punto di partenza da slegare dai
pericoli di “sindrome della sconfitta” e di “paura della politica” che hanno
fin qui costituito gli elementi portanti del declino delle forze esistenti, sia
dal punto di vista della strutturazione del nuovo soggetto. Sotto quest’aspetto
si sono avanzate due proposte che in questa sede si riassumono soltanto attraverso il titolo: “Autoconvocazione” e “Via
consiliare”.
Ma nessuna incertezza, la soggettività politica deve essere
compiuta e il modello di riferimento non può non essere quello di un partito a
direzione collettiva, radicato sul territorio e posto in stretta connessione
con le insorgenze sociali presenti.
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