Non è per caso che il titolo stesso di
questo contributo collega il ritorno del fascismo sulla scena politica
con la crisi del capitalismo contemporaneo. Il fascismo non è sinonimo
di un regime di polizia autoritario che rifiuta le incertezze della
democrazia parlamentare elettorale. Il fascismo è una particolare
risposta politica alle sfide che la gestione della società capitalistica
può trovarsi di fronte in circostanze specifiche.
Unità e diversità del fascismo
Movimenti politici che si possono
giustamente chiamare fascisti erano in prima linea e hanno esercitato il
potere in un certo numero di paesi europei, in particolare durante gli
anni ’30 fino al 1945. Questi includevano l’Italia di Benito Mussolini,
la Germania di Adolf Hitler, la Spagna di Francisco Franco, il
Portogallo di António de Oliveira Salazar, la Francia di Philippe
Pétain, l’Ungheria di Miklós Horthy, la Romania di Ion Antonescu, e la
Croazia di Ante Pavelic. La diversità delle società che sono state
vittime del fascismo - sia le maggiori società capitaliste sviluppate
sia le minori società capitaliste dominate, alcune annesse con una
guerra vittoriosa, altre trasformatesi in tali come prodotto di una
sconfitta- dovrebbe impedirci di considerarle alla stessa stregua tutte
insieme. Io quindi specificherò i diversi effetti che questa diversità
di strutture e congiunture produsse in queste società.
Eppure, al di là di questa diversità, tutti questi regimi fascisti avevano due caratteristiche in comune:
(1) Nel caso di specie, erano tutti
disposti a gestire il governo e la società in modo tale da non porre i
principi fondamentali del capitalismo in discussione, in particolare la
proprietà privata capitalistica, compresa quella del moderno capitalismo
monopolistico. È per questo che io chiamo queste diverse forme di
fascismo particolari modi di gestire il capitalismo e non forme
politiche che mettono in discussione la legittimità di quest’ultimo,
anche se “capitalismo” o “plutocrazie” sono stati oggetto di lunghe
diatribe nella retorica dei discorsi fascisti. La bugia che nasconde la
vera natura di questi discorsi appare non appena si esamina l’
“alternativa” proposta da queste varie forme di fascismo, che sono
sempre in silenzio in merito al punto principale – la proprietà privata
capitalista. Resta il fatto che la scelta fascista non è l’unica
risposta alle sfide che deve affrontare la gestione politica di una
società capitalista. E’ solo in certe congiunture di crisi violenta e
profonda che la soluzione fascista sembra essere quella migliore per il
capitale dominante, o talvolta anche l’unica possibile. L’analisi deve,
quindi, concentrarsi su queste crisi.
(2) La scelta fascista per la
gestione di una società capitalista in crisi si basa sempre – anche per
definizione – sul rifiuto categorico della “democrazia”. Il fascismo
sostituisce sempre i principi generali su cui le teorie e le pratiche
delle democrazie moderne sono basate – il riconoscimento di una
diversità di opinioni, il ricorso a procedure elettorali per determinare
la maggioranza, la garanzia dei diritti della minoranza, ecc. – con i
valori opposti della sottomissione alle esigenze della disciplina
collettiva e all’autorità del leader supremo e dei suoi agenti. Questa
inversione di valori è quindi sempre accompagnata da un ritorno di idee
rivolte al passato, che sono in grado di fornire una legittimazione
apparente alle procedure di sottomissione che vengono implementate.
L’annuncio della presunta necessità di tornare al (“medievale”) passato,
di sottomettersi alla religione di stato o a qualche presunta
caratteristica della “razza” o della “nazione” (etnica) costituiscono la
panoplia dei discorsi ideologici messa in atto dalle potenze fasciste.
Le diverse forme di fascismo trovate
nella moderna storia europea condividono queste due caratteristiche e
rientrano in una delle seguenti quattro categorie:
(1) Il fascismo delle
principali potenze capitaliste “sviluppate” che aspiravano a diventare
potenze egemoniche dominanti nel mondo, o almeno nel sistema capitalista
regionale.
Il nazismo è il modello di questo tipo
di fascismo. La Germania divenne una delle principali potenze
industriali a partire dagli anni 1870 e una concorrente dei poteri
egemoni dell’epoca (Gran Bretagna e, secondariamente, Francia) e del
paese che aspirava a diventare egemone (gli Stati Uniti). Dopo la
sconfitta del 1918, ha dovuto affrontare le conseguenze della sua
incapacità di realizzare le sue aspirazioni egemoniche. Hitler formulò
chiaramente il suo piano: stabilire in Europa, compresa la Russia e
forse al di là, la dominazione egemonica della “Germania”, vale a dire
dalle capitalismo dei monopoli che avevano sostenuto l’ascesa del
nazismo. Egli era disposto ad accettare un compromesso con i suoi
principali avversari: l’Europa e la Russia sarebbero state date a lui,
la Cina al Giappone, il resto dell’Asia e dell’Africa alla Gran
Bretagna, e le Americhe agli Stati Uniti. Il suo errore fu nel pensare
che un tale compromesso fosse possibile: la Gran Bretagna e gli Stati
Uniti non l’accettarono, mentre il Giappone, al contrario, lo sostenne.
Il fascismo giapponese appartiene alla
stessa categoria. Dal 1895, il moderno Giappone capitalista aspirava a
imporre il suo dominio su tutta l’Asia orientale. Qui lo scivolamento è
stato fatto “dolcemente” dalla forma “imperiale” di gestire un nascente
capitalismo nazionale – basato su istituzioni apparentemente
”liberali” (una dieta eletta), ma in realtà completamente controllate
dall’Imperatore e dall’aristocrazia trasformata dalla modernizzazione – a
una forma brutale, gestita direttamente dall’Alto Comando militare. La
Germania nazista fece un’alleanza con l’imperiale / fascista Giappone,
mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (dopo Pearl Harbor, nel 1941)
si scontrarono con Tokyo, come fece la resistenza in Cina - le carenze
del Kuomintang essendo compensate dal sostegno dei comunisti maoisti.
(2) Il Il fascismo delle potenze capitaliste di secondo rango.
L’Italia di Mussolini (l’inventore del
fascismo, compreso il suo nome) è il primo esempio. Il mussolinismo è
stata la risposta della destra italiana (la vecchia aristocrazia, la
nuova borghesia, le classi medie) alla crisi degli anni ’20 e alla
minaccia comunista in crescita. Ma né il capitalismo italiano, né il suo
strumento politico, il fascismo di Mussolini, avevano l’ambizione di
dominare l’Europa, per non parlare del mondo. Nonostante tutte le
vanterie del Duce sulla ricostruzione dell’Impero Romano (!), Mussolini
capì che la stabilità del suo sistema poggiava sulla sua alleanza- come
subalterno – o con la Gran Bretagna (padrona del Mediterraneo) o con la
Germania nazista. L’esitazione tra le due possibili alleanze continuò
fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Il fascismo di Salazar e Franco
appartiene a questo stesso tipo. Erano entrambi dittatori installati
dalla destra e dalla Chiesa cattolica in risposta ai pericoli dei
liberali repubblicani o dei repubblicani socialisti. I due non sono mai
stati, per questo motivo, ostracizzati per la loro violenza
anti-democratica (con il pretesto dell’ anti-comunismo) dalle grandi
potenze imperialiste. Washington li riabilitò dopo il 1945 (Salazar era
un membro fondatore della NATO e la Spagna acconsentì a basi militari
americane), seguita dalla Comunità europea – garante per natura
dell’ordine capitalista reazionario. Dopo la rivoluzione dei garofani
(1974) e la morte di Franco (1975), questi due sistemi hanno aderito al
campo delle nuove “democrazie” a bassa intensità della nostra epoca.
(3) Il fascismo delle potenze sconfitte.
Queste includono il governo della
Francia di Vichy, così come in Belgio di Léon Degrelle e lo
pseudo- governo “fiammingo” sostenuto dai nazisti. In Francia, la classe
superiore scelse “Hitler piuttosto che il Fronte Popolare” (vedi i
libri di Annie Lacroix- Riz su questo argomento). Questo tipo di
fascismo, collegato con la sconfitta e la sottomissione all’ “Europa
tedesca”, è stato costretto a ritirarsi in secondo piano dopo la
sconfitta dei nazisti. In Francia, cedette il passo ai Consigli della
Resistenza che, per un certo tempo, unirono i comunisti con gli altri
combattenti della Resistenza (Charles de Gaulle, in particolare). La sua
ulteriore evoluzione ha dovuto attendere (con l’avvio della costruzione
europea e l’adesione della Francia al Piano Marshall e alla NATO, vale a
dire, la volontaria sottomissione all’egemonia statunitense) che la
destra conservatrice e anti- comunista e la destra social- democratica
rompessero definitivamente con la sinistra radicale che venne fuori
dalla Resistenza antifascista e potenzialmente anti-capitalista.
(4) Il fascismo nelle società dipendenti dell’Europa orientale.
Ci spostiamo verso il basso di parecchi
gradi di più quando veniamo a esaminare le società capitalistiche
dell’Europa orientale (la Polonia, gli Stati baltici, la Romania,
l’Ungheria, la Jugoslavia, la Grecia e l’Ucraina occidentale durante
l’era polacca). Dovremmo qui parlare di capitalismo arretrato e, di
conseguenza, dipendente. Nel periodo tra le due guerre, le classi
dominanti reazionarie di questi paesi hanno appoggiato la Germania
nazista. E’, tuttavia, necessario esaminare caso per caso la loro
articolazione con il progetto politico di Hitler.
In Polonia, la vecchia ostilità verso
la dominazione russa (della Russia zarista), che divenne ostilità nei
confronti della Unione Sovietica comunista, incoraggiata dalla
popolarità del papato cattolico, di norma hanno fatto di questo paese un
vassallo della Germania, sul modello di Vichy. Ma Hitler non la vedeva
in questo modo: i polacchi, come i russi, gli ucraini e i serbi, erano
popoli destinati allo sterminio, insieme con gli ebrei, i rom, e molti
altri. Non c’era, poi, posto per un fascismo polacco alleato con
Berlino.
L’Ungheria di Horthy e la Romania di
Antonescu erano, al contrario, trattati come alleati subalterni della
Germania nazista. Il fascismo in questi due paesi era in sé il risultato
di crisi sociali specifiche per ciascuno di essi: la paura del
“comunismo” dopo il periodo di Béla Kun in Ungheria e la mobilitazione
sciovinista nazionale contro gli ungheresi e ruteni in Romania.
In Jugoslavia, la Germania di Hitler
(seguita dall’Italia di Mussolini) sostenne una Croazia “indipendente”,
affidata alla gestione del movimento anti-serbo ustascia con il supporto
decisivo della Chiesa cattolica, mentre i serbi erano condannati allo
sterminio.
La rivoluzione russa aveva
evidentemente cambiato la situazione per quanto riguarda le prospettive
di lotta della classe operaia e la risposta delle classi possidenti
reazionarie, non solo nel territorio della pre-1939 Unione Sovietica, ma
anche nei territori perduti: gli Stati baltici e la Polonia. A seguito
del Trattato di Riga nel 1921, la Polonia annesse la parte occidentale
della Bielorussia (Volinia) e l’Ucraina (sud della Galizia, che era in
precedenza un Crownland austriaco, e nel nord della Galizia, che era
stata una provincia dell’Impero zarista).
In tutta questa regione, due campi
presero forma dal 1917 (e dal 1905 con la prima rivoluzione russa):
pro-socialista (che divenne pro-bolscevico), popolare in gran parte dei
contadini (che aspiravano una riforma agraria radicale a loro beneficio)
e nei circoli intellettuali (gli ebrei in particolare); e
anti- socialista (e di conseguenza compiacenti per quanto riguarda i
governi anti-democratici sotto l’influenza fascista) in tutte le classi
di proprietari terrieri. La reintegrazione degli stati baltici,
Bielorussia e Ucraina occidentale in Unione Sovietica nel 1939 ha
enfatizzato questo contrasto.
La mappa politica dei conflitti tra
“pro- fascisti” e “antifascisti” in questa parte d’Europa orientale è
stata offuscata, da un lato, dal conflitto tra lo sciovinismo polacco
(che persisteva nel suo progetto di “Polonizzare” le annesse regioni
bielorusse ed ucraine con insediamenti di coloni) e le popolazioni
vittime; e, d’altra parte, dal conflitto tra i “nazionalisti” ucraini
che erano al tempo stesso anti-polacchi e anti-russi (a causa dell’
anti-comunismo) e il progetto di Hitler, che non prevedeva nessuno Stato
ucraino come alleato subalterno, poiché il suo popolo era semplicemente
contrassegnato per lo sterminio.
Io qui rinvio il lettore al lavoro autorevole di Olha Ostriitchouk Les Ukrainiens face à leur passé.
La rigorosa analisi di Ostriitchouk della storia contemporanea di
questa regione (Galizia austriaca, Ucraina polacca, Piccola Russia, che
divenne l’Ucraina sovietica) fornirà al lettore una comprensione delle
questioni in gioco nei conflitti ancora in corso, nonché dello spazio
occupato dal fascismo locale.
La visione accondiscendente della destra occidentale sul fascismo passato e presente
La destra nei parlamenti europei tra le
due guerre mondiali fu sempre accondiscendente verso il fascismo e anche
il più ripugnante nazismo. Churchill stesso, a prescindere dalla sua
estrema “britannicità,” non ha mai nascosto la sua simpatia per
Mussolini. I presidenti degli Stati Uniti, e l’establishment dei partiti
democratico e repubblicano, solo tardivamente scoprirono il pericolo
rappresentato dalla Germania di Hitler e, soprattutto, dal Giappone
imperiale / fascista. Con tutto il cinismo caratteristico
dell’establishment degli Stati Uniti, Truman apertamente dichiarò quello
che altri pensavano in silenzio: consentire alla guerra di consumare i
suoi protagonisti – Germania, Russia sovietica, e europei sconfitti – e
intervenire il più tardi possibile per raccogliere i frutti. Questa non è
affatto l’espressione di una posizione anti-fascista di principio.
Nessuna esitazione fu mostrata nella riabilitazione di Salazar e Franco
nel 1945. Inoltre, la connivenza con il fascismo europeo è stata una
costante nella politica della Chiesa cattolica. Non è poi così fuori
luogo descrivere Pio XII come un collaboratore di Mussolini e Hitler.
Lo stesso antisemitismo di Hitler
suscitò orrore solo molto più tardi, quando raggiunse la fase finale
della sua follia omicida. L’enfasi sull’odio per il “giudeo-bolscevismo”
fomentato dai discorsi di Hitler era comune a molti politici. Fu solo
dopo la sconfitta del nazismo che si rese necessario condannare
l’antisemitismo in linea di principio. Il compito fu reso più facile
perché gli eredi autoproclamati del titolo di “vittime della Shoah”
erano diventati i sionisti di Israele, alleati dell’imperialismo
occidentale contro i palestinesi e il popolo arabo che invece, non era
mai stato coinvolto negli orrori dell’antisemitismo europeo!
Ovviamente, il crollo dei nazisti e
dell’Italia di Mussolini obbligarono le forze politiche di destra in
Europa occidentale (ad ovest della “cortina”) a distinguersi da quelli
che – all’interno dei propri gruppi – erano stati complici e alleati del
fascismo. Tuttavia, i movimenti fascisti furono solo costretti a
ritirarsi in secondo piano e nascondersi dietro le quinte, senza
realmente scomparire.
In Germania occidentale, in nome della
“riconciliazione”, il governo locale e i suoi committenti (gli Stati
Uniti e in secondo luogo la Gran Bretagna e Francia) lasciarono al loro
posto quasi tutti coloro che avevano commesso crimini di guerra e
crimini contro l’umanità. In Francia, sono stati avviati procedimenti
giudiziari contro la Resistenza per “esecuzioni abusive contro i
collaborazionisti” quando i Vichyisti riapparvero sulla scena politica
con Antoine Pinay. In Italia, il fascismo divenne silenzioso, ma era
ancora presente nelle file della Democrazia Cristiana e della Chiesa
cattolica. In Spagna, il compromesso di “riconciliazione” imposto dalla
Comunità Europea (che più tardi divenne l’Unione europea) puramente e
semplicemente vietò qualsiasi richiamo ai crimini franchisti.
Il sostegno dei partiti socialisti e
socialdemocratici dell’Europa occidentale e centrale alle campagne
anti-comuniste intraprese dalla destra conservatrice condivide la
responsabilità per il successivo ritorno del fascismo. Questi partiti
della sinistra “moderata” erano, invece, stati autenticamente e
risolutamente anti-fascisti. Tuttavia tutto questo è stato dimenticato.
Con la conversione di questi partiti al liberalismo sociale, il loro
appoggio incondizionato alla costruzione europea- sistematicamente
concepita come una garanzia per l’ordine capitalista reazionario – e la
loro sottomissione non meno incondizionata alla egemonia degli Stati
Uniti (attraverso la NATO, tra gli altri mezzi), si è consolidato un
blocco reazionario che combina la classica destra e i liberali sociali;
un blocco che potrebbe se necessario ospitare la nuova estrema destra.
Successivamente, la riabilitazione del
fascismo dell’Europa orientale è stata rapidamente effettuata a partire
dal 1990. Tutti i movimenti fascisti dei paesi interessati erano stati
alleati o collaboratori fedeli a vari livelli con l’hitlerismo. Di
fronte alla sconfitta imminente, un gran numero dei loro capi attivi era
stato reimpiegato in Occidente e poterono, di conseguenza, “arrendersi”
alle forze armate degli Stati Uniti. Nessuno di loro fu restituito ai
governi sovietico, jugoslavo, o di altri nelle nuove democrazie
popolari per essere processati per i loro crimini (in violazione degli
accordi alleati). Tutti trovarono rifugio negli Stati Uniti e in Canada.
Ed essi furono tutti coccolati dalle autorità per il loro feroce
anti-comunismo!
In Les Ukrainiens face à leur passé,
Ostriitchouk fornisce tutto il necessario per dimostrare
inconfutabilmente la collusione tra gli obiettivi della politica degli
Stati Uniti (e dietro di essi dell’ Europa) e quelli dei fascisti locali
dell’Europa orientale (in particolare, Ucraina). Ad esempio, il
“Professore” Dmytro Dontsov, fino alla sua morte (nel 1975), ha
pubblicato tutte le sue opere in Canada, che non sono soltanto
violentemente anti-comuniste (il termine “bolscevismo giudaico” è
consuetudine con lui), ma anche fondamentalmente anti-democratiche. I
governi dei cosiddetti stati democratici dell’Occidente sostennero, e
anche finanziarono e organizzarono, la “rivoluzione arancione” (vale a
dire, la controrivoluzione fascista) in Ucraina. E tutto ciò sta
continuando. In precedenza, in Jugoslavia, il Canada aveva anche
spianato la strada agli Ustasha croati.
Il modo intelligente in cui i media
“moderati” (che non possono apertamente riconoscere che supportano
fascisti dichiarati) nascondono il loro sostegno a questi fascisti è
semplice: sostituire il termine “nazionalista” a fascista. Il professor
Dontsov non è più un fascista, è un “nazionalista” ucraino, come Marine
Le Pen non è più una fascista, ma una nazionalista (come Le Monde, per
esempio, ha scritto)!
Sono questi fascisti davvero
“nazionalisti”, semplicemente perché dicono così? Questo è dubbio. I
nazionalisti oggi meritano questa etichetta solo se mettono in
discussione il potere delle forze realmente dominanti nel mondo
contemporaneo, vale a dire, quella dei monopoli degli Stati Uniti e
dell’Europa. Questi cosiddetti “nazionalisti” sono amici di Washington,
Bruxelles, e della NATO. Il loro “nazionalismo” consiste nell’odio
sciovinista di persone vicine in gran parte innocenti che non sono mai
state responsabili delle loro disgrazie: per gli ucraini, sono i russi
(e non lo zar); per i croati, sono i serbi; per la nuova estrema destra
in Francia, Austria, Svizzera, Grecia, e altrove, si tratta degli
“immigrati”.
Il pericolo rappresentato dalla
collusione tra le maggiori forze politiche negli Stati Uniti
(repubblicani e democratici) e in Europa (la destra parlamentare e i
liberali sociali), da un lato, ed i fascisti d’Oriente, dall’altro, non
deve essere sottovalutata. Hillary Clinton si è posta come principale
portavoce di questa collusione e spinge l’isteria di guerra al limite.
Ancor più che George W. Bush, se possibile, lei aleggia una guerra
preventiva di vendetta (e non solo per la ripetizione della guerra
fredda) contro la Russia – con interventi decisamente espliciti in
Ucraina, Georgia, Moldova, tra gli altri – contro la Cina, e contro i
popoli in rivolta in Asia, Africa e America Latina. Purtroppo, questa
corsa a capofitto degli Stati Uniti in risposta al loro declino potrebbe
trovare un supporto sufficiente per consentire a Hillary Clinton di
diventare “la prima donna presidente degli Stati Uniti!” Non
dimentichiamo che cosa si nasconde dietro questa falsa femminista!
Senza dubbio, potrebbe ancora apparire
oggi che il pericolo fascista non sia una minaccia per l’ordine
“democratico” negli Stati Uniti e in Europa ad ovest della vecchia
“cortina”. La collusione tra la classica destra parlamentare e i
liberali sociali rende superfluo per il capitale dominante ricorrere ai
servizi di una estrema destra che segue la scia dei movimenti storici
fascisti. Ma allora cosa dovremmo concludere sui successi elettorali
dell’estrema destra negli ultimi dieci anni? Gli europei sono
chiaramente anche le vittime della diffusione generalizzata del
capitalismo monopolistico. Possiamo capire perché, poi, posti di fronte
alla collusione tra la destra e la cosiddetta sinistra socialista, si
rifugiano nell’astensione elettorale o nel voto per l’estrema destra. La
responsabilità della potenziale sinistra radicale è, in questo
contesto, enorme: se questa sinistra avesse avuto l’audacia di proporre
avanzamenti reali al di là del capitalismo attuale, avrebbe ottenuto la
credibilità che le manca. Una sinistra radicale audace è necessaria per
fornire la coerenza che gli attuali movimenti frammentari di protesta e
le lotte difensive ancora non hanno. Il “movimento” potrebbe, quindi,
invertire l’equilibrio sociale del potere in favore delle classi
lavoratrici e rendere possibili avanzamenti progressisti . I successi
conquistati dai movimenti popolari in Sud America ne sono la prova.
Allo stato attuale delle cose, i
successi elettorali dell’estrema destra derivano dal capitalismo
contemporaneo stesso. Questi successi consentono ai media di mettere
insieme, sotto la stessa etichetta di condanna, i “populisti di estrema
destra e quelli di estrema sinistra,” oscurando il fatto che i primi
sono pro-capitalisti (come il termine estrema destra dimostra ) e,
quindi, possibili alleati per il capitale, mentre i secondi sono i soli
avversari potenzialmente pericolosi del sistema di potere del capitale.
Osserviamo, mutatis mutandis, una
congiuntura simile negli Stati Uniti, anche se la loro estrema destra
non viene mai chiamata fascista. Il maccartismo di ieri, proprio come i
fanatici del Tea Party e i guerrafondai (ad esempio, Hillary Clinton) di
oggi, difendono apertamente le “libertà” – intese come appartenenti
esclusivamente ai proprietari e manager del capitale monopolistico
contro “il governo” sospettato di acconsentire alle richieste delle
vittime del sistema.
Un’ultima osservazione sui movimenti
fascisti: sembrano incapaci di capire quando e come smettere di fare le
loro richieste. Il culto del leader e dell’obbedienza cieca, l’acritica e
suprema valorizzazione delle costruzioni mitologiche pseudo-etniche o
pseudo-religiose che trasmettono il fanatismo e il reclutamento di
milizie per azioni violente rendono il fascismo una forza che è
difficile da controllare. Gli errori addirittura oltre le deviazioni
irrazionali dal punto di vista degli interessi sociali serviti dai
fascisti sono inevitabili. Hitler era una persona veramente malata di
mente eppure riuscì a costringere i grandi capitalisti che lo avevano
messo al potere a seguirlo fino alla fine della sua follia e ottenne
anche il sostegno di una grande parte della popolazione. Anche se questo
è soltanto un caso estremo e Mussolini, Franco, Salazar e Pétain non
erano malati di mente, un gran numero dei loro collaboratori e seguaci
non ha esitato a commettere atti criminali.
Il fascismo nel Sud contemporaneo
L’integrazione dell’America Latina nel
capitalismo globalizzato nel XIX secolo si basava sullo sfruttamento dei
contadini ridotti al rango di “peones” e il loro assoggettamento alle
pratiche selvagge dei grandi proprietari terrieri. Il sistema di Porfiro
Diaz in Messico ne è un buon esempio. La promozione di questa
integrazione nel XX secolo ha prodotto la “modernizzazione della
povertà” . Il rapido esodo rurale, più pronunciato e precedente in
America Latina che in Asia e in Africa, ha portato a nuove forme di
povertà nelle favelas urbane contemporanee, che vennero a sostituire le
vecchie forme di povertà rurale. Allo stesso tempo, le forme di
controllo politico delle masse sono state “modernizzate” creando
dittature, abolendo la democrazia elettorale, vietando i partiti e i
sindacati, e attribuendo a “moderni” servizi segreti tutti i diritti di
arrestare e torturare attraverso le loro tecniche di intelligence.
Chiaramente, queste forme di gestione politica sono visibilmente
analoghe a quelle del fascismo scoperte nei paesi del capitalismo
dipendente in Europa orientale. Le dittature del XX secolo in America
Latina servirono il blocco reazionario locale (grandi proprietari
terrieri, borghesia compradora, e qualche volta le classi medie che
hanno beneficiato di questo tipo di sottosviluppo), ma soprattutto,
hanno servito il capitale straniero dominante, in particolare quello
degli Stati Uniti , che, per questo motivo, sostennero queste dittature
fino al loro rovesciamento con la recente esplosione di movimenti
popolari. La forza di questi movimenti e le conquiste sociali e
democratiche che hanno imposto escludono, almeno nel breve termine, il
ritorno delle dittature para-fasciste. Ma il futuro è incerto: il
conflitto tra il movimento delle classi lavoratrici e il capitalismo
locale e mondiale è appena cominciato. Come per tutti i tipi di
fascismo, le dittature dell’America Latina non evitarono errori, alcuni
dei quali sono stati fatali per loro. Penso, per esempio, a Jorge Rafael
Videla, che è andato in guerra per le isole Malvinas per capitalizzare
il sentimento nazionale argentino a suo beneficio.
A partire dagli anni ’80, il
sottosviluppo tipico della diffusione generalizzata del capitalismo
monopolistico prese il posto dei sistemi nazionali populisti dell’epoca
di Bandung (1955-1980), in Asia e Africa(3). Questo sottosviluppo
produsse inoltre forme affini sia alla modernizzazione della povertà sia
alla modernizzazione della violenza repressiva. Gli eccessi dei sistemi
post-nasseriani e post-baathisti nel mondo arabo forniscono buoni
esempi di questo. Non dobbiamo mettere assieme i regimi populisti
nazionali dell’epoca Bandung e quelli dei loro successori, che sono
saltati sul carro del neoliberismo globalizzato, perché erano entrambi
“non democratici”. I regimi di Bandung, nonostante le loro pratiche
politiche autocratiche, godevano di qualche legittimazione popolare sia
per i loro risultati effettivi, che beneficiavano la maggioranza dei
lavoratori, sia per le loro posizioni anti-imperialiste. Le dittature
che seguirono hanno perso questa legittimità non appena hanno accettato
la sudditanza al modello neoliberista globalizzato e al sottosviluppo
che l’accompagna. L’autorità popolare e nazionale, anche se non
democratica, lasciò il posto alla violenza della polizia e al servizio
del progetto neoliberista, antipopolare e antinazionale.
Le recenti rivolte popolari, a partire
dal 2011, hanno messo in discussione le dittature. Ma le dittature sono
state soltanto messe in discussione. Un’alternativa troverà gli
strumenti per raggiungere la stabilità soltanto se riuscirà a conciliare
i tre obiettivi attorno a cui le rivolte sono riuscite ad aggregare:
continuazione della democratizzazione della società e della politica,
conquiste sociali progressiste e l’affermazione della sovranità
nazionale.
Siamo ancora lontani da questo. Questo è
il motivo per cui ci sono molteplici alternative possibili nel breve
periodo visibile. Ci può essere un possibile ritorno al modello
nazionale popolare dell’epoca di Bandung, magari con maggiore
democrazia? O la costituzione e l’affermazione di un fronte democratico,
popolare e nazionale? O un tuffo in una illusione rivolta al passato
che, in questo contesto, assume la forma di una “islamizzazione” della
politica e della società?
Nel conflitto – nella troppa confusione-
le potenze occidentali (Stati Uniti ei suoi subalterni alleati europei)
hanno fatto la loro scelta su queste tre possibili risposte alla sfida:
hanno dato sostegno preferenziale ai Fratelli Musulmani e / o a altre
organizzazioni “salafite” dell’Islam politico. La ragione di ciò è
semplice ed evidente: queste forze politiche reazionarie accettano di
esercitare il loro potere all’interno del neoliberismo globalizzato (e
abbandonando così ogni prospettiva di giustizia sociale e indipendenza
nazionale). Questo è l’unico obiettivo perseguito dalle potenze
imperialiste.
Di conseguenza, il programma dell’ Islam
politico appartiene al tipo di fascismo trovato nelle società
dipendenti. Infatti condivide con tutte le forme di fascismo due
caratteristiche fondamentali: (1) l’assenza di una sfida agli aspetti
essenziali dell’ordine capitalista (e in questo contesto ciò equivale a
non contestare il modello di sottosviluppo connesso alla diffusione del
capitalismo globalizzato neoliberista); e (2) la scelta di forme di
gestione politica anti-democratiche, da stato di polizia (come ad
esempio il divieto di partiti e organizzazioni, e l’islamizzazione
forzata della morale).
L’opzione anti-democratica delle potenze imperialiste (che dimostra quanto sia falsa la retorica pro-democratica sbandierata
nel diluvio di propaganda a cui siamo sottoposti), allora, accetta i
possibili “eccessi” dei regimi islamici in questione. Come altri tipi di
fascismo e per le stesse ragioni, questi eccessi sono iscritti nei
“geni” dei loro modi di pensare: sottomissione indiscussa ai leader,
valorizzazione fanatica dell’ adesione alla religione di stato, e la
formazione di forze d’urto utilizzate per imporre la sottomissione . In
realtà, e questo può essere visto già, il programma “islamista”
progredisce soltanto nel contesto di una guerra civile (tra, tra gli
altri, sunniti e sciiti) e determina nient’altro che caos permanente.
Questo tipo di potere islamico è, quindi, la garanzia che le società in
questione restano assolutamente incapaci di affermarsi sulla scena
mondiale. E’ chiaro che dei declinanti Stati Uniti hanno rinunciato ad
ottenere qualcosa di meglio- uno stabile e sottomesso governo locale –
in favore di questa “seconda scelta”.
Sviluppi e scelte analoghe possono
essere trovati anche al di fuori del mondo arabo-musulmano, come ad
esempio nell’India indù, per esempio. Il Bharatiya Janata Party (BJP),
che ha appena vinto le elezioni in India, è un partito religioso indù
reazionario che accetta l’inserimento del suo governo nel neoliberismo
globalizzato. È la garanzia che l’India, sotto il suo governo, si
ritirerà dal suo progetto di essere una potenza emergente. Descriverlo
come fascista, poi, non è in fondo un azzardo.
In conclusione, il fascismo ha fatto il
suo ritorno a Sud, Est e Ovest: e questo ritorno è intimamente connesso
con la diffusione della crisi sistemica del capitalismo monopolistico
generalizzato, finanziarizzato e globalizzato. Un effettivo o persino un
potenziale ricorso ai servigi dei movimenti fascisti da parte dei
centri dominanti di questo sistema ridotto allo stremo richiede la più
stretta vigilanza da parte nostra. Questa crisi è destinata a peggiorare
e, di conseguenza, la minaccia di una risorgenza di soluzioni fasciste
potrebbe diventare un pericolo concreto. Il sostegno di Hillary Clinton a
politiche americane guerrafondaie non lascia presagire buone cose per
il futuro più immediato.
Note:
1) Olha Ostriitchouk, Les Ukrainiens face à leur passé [Gli ucraini di fronte al loro passato] (Brussels: P.I.E. Lang, 2013)
2) Samir Amin, The Implosion of Contemporary Capitalism (New York: Monthly Review Press, 2013)
3) Per la diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico, vedi ibid.
Articolo originale: http://monthlyreview.org/2014/09/01/the-return-of-fascism-in-contemporary-capitalism/
Traduzione di Maurizio Acerbo e Federico Vernarelli
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