“ La coscienza di
classe proletaria che è la più illuminata trasforma in maniera
decisiva-diciamolo per inciso-la struttura della massa proletaria.
Il proletariato
fornito di coscienza di classe costituisce una massa compatta solo se visto
dall’esterno, nell’immagine che ne hanno i suoi oppressori.
Nel momento in cui
esso intraprende le proprie battaglie, in realtà la sua massa apparentemente
compatta si è già sciolta.
Smette di essere in
balia delle mere reazioni, passa all’azione.
Lo scioglimento della
massa proletaria è opera della solidarietà.
Nella solidarietà
della lotta di classe proletaria è abolita l’inerte contrapposizione
adialettica fra individuo e massa, per i compagni essa non esiste.
Perciò, per quanto la
massa sia decisiva per il capo rivoluzionario, la sua opera maggiore non è
quella di trascinare le masse verso di sé, ma di farsi continuamente includere
nelle masse, in modo da essere continuamente per esse uno fra le centinaia di migliaia..”
E’ questo l’incipit di un testo di Walter Benjamin, scritto
tra la fine del 1935 e l’inizio del 1936, che il Manifesto del 15 Novembre
ripubblica accompagnato da un intervento di Fabrizio Denunzio.
Un testo che viene considerato come un atto di adesione al
marxismo da parte del grande filosofo tedesco: anzi la nota viene considerata
come “militante”.
Verifichiamo ancora, per un momento, la frase conclusiva di
questo testo:
“ Da parte sua però il
proletariato prepara una società in cui non esisteranno più, per la formazione
delle masse, né le condizioni oggettive né quelle soggettive”.
Se di adesione al marxismo si può parlare essa però contiene
sicuramente una dose critica rispetto agli inveramenti marxiani maggioritari in
quel periodo storico.
Adorno, in una lettera scritta il 18 Marzo del 1936,
riteneva questa nota degna di stare accanto a “Stato e Rivoluzione”
Benjamin sembra avvicinarsi, però, alla Rosa Luxemburg che
analizza lo sciopero di massa nel senso di considerarlo la scintilla che trascina
e trasforma nel corso della lotta quegli strati proletari privi di coscienza di
classe, ma forti di disposizione rivoluzionaria.
Più ancora, però, ed è in una qualche misura sorprendente
che Denunzio non lo rilevi si può intendere, proprio nel passaggio riguardante
lo “scioglimento” della massa proletaria un’eco dell’ipotesi di egemonia
gramsciana (che Benjamin in quel momento non poteva conoscere nella potente
estrinsecazione svolta da Gramsci nei “Quaderni”).
La funzione del capo rivoluzionario incluso nelle masse può
ben essere interpretata come punto di espressione di una egemonia della classe
elaborata a livello di élite e tramutata in atto rivoluzionario dalla massa
proletaria fattasi coscienza collettiva.
Tutto questo riveste, sul piano teorico, un’importanza
decisiva nel momento in cui si pensa a una nuova strutturazione del soggetto
politico della “classe” dopo il fallimento degli esperimenti successivi alla
fase del partito di massa.
Non è possibile tornare all’indietro dal partito di massa all’organizzazione
di quadri: in questo senso un’altra accezione gramsciana, quella del passaggio
dalla classe al popolo, deve essere analizzata a fondo: nel suo testo Denunzio
compie una operazione importante considerando il concetto di solidarietà che si
rileva in Benjamin come “lo strumento che sciolga la compatta indifferenza
della massa, in quanto nuova leva di formazione per la coscienza e la lotta di
classe”.
Il punto risiede, invece, nell’individuazione di vasti
settori sociali nei quali far penetrare il necessario livello di coscienza al
fine di consentire, attraverso di essi, al soggetto di esercitare egemonia
sugli orientamenti di fondo della classe.
Un partito, in sostanza, a direzione “diffusa” con un
concetto di relazione tra verticalità e orizzontalità nella direzione politica
posto in grado di esprimere tre elementi
critici rispetto al modello passato: 1) la solidarietà nella massa, senza il
vincolo stretto della dimensione puramente ideologica; 2) L’espressione di
questa solidarietà come egemonia verso l’intera classe; 3) Una direzione
“larga” composta non soltanto da rivoluzionari professionali ma da quadri
diffusi sul territorio e nella società capaci di introdurre anche elementi di
“parzialità” nel rapporto con il partito e di forte, ragionato, ricambio nella
formazione dei gruppi.
Una visione originale dunque della “via consiliare” sulla
quale forse, pensando a una strutturazione politica della classe adeguata alla
complessità dell’oggi, vale la pena di sviluppare qualche riflessione sul piano
teorico.
1 commento:
Un partito, in sostanza, a direzione “diffusa” con un concetto di relazione tra verticalità e orizzontalità nella direzione politica posto in grado di esprimere tre elementi critici rispetto al modello passato: 1) la solidarietà nella massa, senza il vincolo stretto della dimensione puramente ideologica; 2) L’espressione di questa solidarietà come egemonia verso l’intera classe; 3) Una direzione “larga” composta non soltanto da rivoluzionari professionali ma da quadri diffusi sul territorio e nella società capaci di introdurre anche elementi di “parzialità” nel rapporto con il partito e di forte, ragionato, ricambio nella formazione dei gruppi.
Una visione originale dunque della “via consiliare” sulla quale forse, pensando a una strutturazione politica della classe adeguata alla complessità dell’oggi, vale la pena di sviluppare qualche riflessione sul piano teorico.Fu una ricerca del primo Manifesto poi lasciata cadere ...e fallimmo Fulvio Ugo De Lucis
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