lunedì 10 novembre 2014

Catalogna un tentativo di tuffo nel passato di Vincenzo Facciolo




Ieri 9 novembre 2014 nella regione spagnola della Catalogna si è svolto il referendum per verificare la volontà dei cittadini circa la possibilità di secessione della Regione Catalana dalla Spagna. Per dovere di cronaca, il Governo Spagnolo, per bocca del suo Primo Ministro, aveva dichiarato illegale lo svolgimento del referendum non supportato da presupposti costituzionale. Nonostante il divieto alla consultazione hanno partecipato circa 2.000.000 (duemilioni) di elettori dei 5.400.00 (cinque milioni e quattrocentomila) avente diritto al voto, indicativamente il 37% del corpo elettorale Catalano. Il consenso all’eventuale secessione è stato espresso dall’80% dei votanti, circa 1.600.000 (un milione e seicento mila) elettori; una percentuale che si aggira intorno al 30% degli aventi diritto al voto, anche se una minoranza consistente, indubbiamente una minoranza dei Catalani, solo una minoranza. 
 
Il “gironalume italiota”, in particolare quello destrorso “sfascista”, con in prima linea (Giornale, Tempo e Libero), hanno fornito al proprio pubblico, su quanto avvenuto, ampio resoconto e “dotte elucubrazioni” spiccatamente pro secessione con taglio da tifoseria calcistica, oltre che cervellotiche analisi della nuova situazione politica creatasi in Spagna in seguito al referendum, tralasciando d’inquadrare il dissenso Catalano nel giusto solco minoritario e strumentalizzando quanto c’è e non c’è da strumentalizzare.
Col crollo del muro di Berlino, di cui in questi giorni si celebra il venticinquennale, ed a cui seguì, quantomeno temporalmente, la rovinosa caduta dell’Unione Sovietica, i nazionalismi esistenti in Europa, sparsi a macchia di leopardo, hanno preso vigoria. Contenuti energicamente, alla fine della seconda guerra mondiale, dalla volontà politica di monolitismo nazionale, nel momento del cessato pericolo e del successivo allentamento delle briglie culturali, politiche e repressive sono esplosi in maniera virulenta provocando persino locali sanguinosissimi conflitti, per poi incanalarsi nell’alveo delle rivendicazioni di autonomia o secessione. Ultimi della serie non certo per importanza, vanno ricordati, oltre i tentativo Catalano, quello più consistente dal punto di vista politico ed economico che pochi settimane fa coinvolse Gran Bretagna e Scozia.
Il motivo della rinascita di questi rigurgiti nazionalisti fa parte del vecchio schema capitalistico che nella prima metà dello scorso secolo, proprio su queste divisioni prosperò provocando immani distruzioni causate dello scoppio di ben due guerre mondiali. Cessato il pericolo, ideologico e militare, proveniente dal mondo comunista, il capitalismo continentale se da un lato si ristruttura, quantomeno sotto il profilo della gestione finanziaria della “Res Pubblica” attraverso il varo della UE ed il conseguente controllo dei flussi finanziari drenati dalla fiscalità degli starti, dall’altro coltiva sentimenti nazionalisti o micronazionalisti, ben coscio che la completa unificazione politica ed economica dell’Europa potrebbe sconvolgere la propria egemonia ed il conseguente disegno politico, favorendo, nelle masse operaie dell’intero continente, la presa di coscienza del’unità d’appartenenza e risvegliando quanto di assopito permette le scempiaggini attuali. Da qui la rinascita ed il prosperare di movimenti quali quelli spagnoli, scozzesi, italiani promotori e portatori di germi marcatamente reazionari o neofascisti.
D’altro canto la sconfitta dei movimenti comunisti ha provocato la scomparsa della stessa idea di “Internazionalismo Proletario, idea, in passato ripresa almeno in parte in ambito europeo con il tentativo di teorizzazione dell’Eurocomunismo, il cui culmine, pur con luci ed ombre, (molte ombre e poca luce) ebbe il punto di picco negli anni settanta - ottanta del secolo scorso per poi tramontare successivamente con la sconfitta del movimento operaio avvenuta con lo sfaldamento dell’URSS.
Oggi il fallimento politico dell’Unione Europea generato da una gestione esclusivamente finanziaria dei problemi e degli squilibri economici continentali, aggravato dalla recessione di ciclo del sistema capitalistico, permettono all’euroscetticismo di affondare profonde radici nell’irrazionalità nazionalistica e nella ricerca di soluzioni para fasciste ai problemi che prima ancora che politici sono strutturali e riguardano il modello di sviluppo attuato.
Oggi, alla luce di quanto emerge sulla scena politica italiana e continentale che individua il principale fronte sul quale i nuclei dirigenti della classe operai italiana e continentale devono misurarsi per ricostruire la sinistra europea, individuando inoltre la necessità improrogabile di una profonda analisi sui motivi storici e politici che inducono masse consistenti ad abbracciare percorsi anacronistici e storicamente fallimentari quali quelle secessioniste o nazionaliste, accettando conseguentemente pericolose scelte la cui propria essenza conduce immancabilmente verso totalitarismi forieri di contrapposizioni anche militari tra gli opposti “competitor” capitalistici. Questo è l’ulteriore pericolo di divisione incombente sulle masse progressiste; pericolo da scongiurare, che, se non individuato, illustrato e reso innocuo dal raziocinio di chi ha il compito di indirizzare e far progredire il proletariato potrebbe avere gli stessi effetti devastanti che ebbe nel corso del secolo scorso.
Concludo ricordando l’appello Marxista “Proletari di tutto il mondo unitevi” oggi più che mai attuale.

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