Ieri 9 novembre 2014 nella
regione spagnola della Catalogna si è svolto il referendum per verificare la
volontà dei cittadini circa la possibilità di secessione della Regione Catalana
dalla Spagna. Per dovere di cronaca, il Governo Spagnolo, per bocca del suo
Primo Ministro, aveva dichiarato illegale lo svolgimento del referendum non
supportato da presupposti costituzionale. Nonostante il divieto alla
consultazione hanno partecipato circa 2.000.000 (duemilioni) di elettori dei
5.400.00 (cinque milioni e quattrocentomila) avente diritto al voto,
indicativamente il 37% del corpo elettorale Catalano. Il consenso all’eventuale
secessione è stato espresso dall’80% dei votanti, circa 1.600.000 (un milione e
seicento mila) elettori; una percentuale che si aggira intorno al 30% degli
aventi diritto al voto, anche se una minoranza consistente, indubbiamente una
minoranza dei Catalani, solo una
minoranza.
Il “gironalume italiota”, in
particolare quello destrorso “sfascista”, con in prima linea (Giornale, Tempo e
Libero), hanno fornito al proprio pubblico, su quanto avvenuto, ampio resoconto
e “dotte elucubrazioni” spiccatamente pro secessione con taglio da tifoseria
calcistica, oltre che cervellotiche analisi della nuova situazione politica creatasi
in Spagna in seguito al referendum, tralasciando d’inquadrare il dissenso
Catalano nel giusto solco minoritario e strumentalizzando quanto c’è e non c’è
da strumentalizzare.
Col crollo del muro di Berlino,
di cui in questi giorni si celebra il venticinquennale, ed a cui seguì,
quantomeno temporalmente, la rovinosa caduta dell’Unione Sovietica, i
nazionalismi esistenti in Europa, sparsi a macchia di leopardo, hanno preso
vigoria. Contenuti energicamente, alla fine della seconda guerra mondiale,
dalla volontà politica di monolitismo nazionale, nel momento del cessato
pericolo e del successivo allentamento delle briglie culturali, politiche e
repressive sono esplosi in maniera virulenta provocando persino locali
sanguinosissimi conflitti, per poi incanalarsi nell’alveo delle rivendicazioni
di autonomia o secessione. Ultimi della serie non certo per importanza, vanno
ricordati, oltre i tentativo Catalano, quello più consistente dal punto di
vista politico ed economico che pochi settimane fa coinvolse Gran Bretagna e
Scozia.
Il motivo della rinascita di
questi rigurgiti nazionalisti fa parte del vecchio schema capitalistico che
nella prima metà dello scorso secolo, proprio su queste divisioni prosperò
provocando immani distruzioni causate dello scoppio di ben due guerre mondiali.
Cessato il pericolo, ideologico e militare, proveniente dal mondo comunista, il
capitalismo continentale se da un lato si ristruttura, quantomeno sotto il
profilo della gestione finanziaria della “Res Pubblica” attraverso il varo
della UE ed il conseguente controllo dei flussi finanziari drenati dalla
fiscalità degli starti, dall’altro coltiva sentimenti nazionalisti o
micronazionalisti, ben coscio che la completa unificazione politica ed
economica dell’Europa potrebbe sconvolgere la propria egemonia ed il
conseguente disegno politico, favorendo, nelle masse operaie dell’intero
continente, la presa di coscienza del’unità d’appartenenza e risvegliando
quanto di assopito permette le scempiaggini attuali. Da qui la rinascita ed il
prosperare di movimenti quali quelli spagnoli, scozzesi, italiani promotori e
portatori di germi marcatamente reazionari o neofascisti.
D’altro canto la sconfitta dei
movimenti comunisti ha provocato la scomparsa della stessa idea di “Internazionalismo
Proletario, idea, in passato ripresa almeno in parte in ambito europeo con il
tentativo di teorizzazione dell’Eurocomunismo, il cui culmine, pur con luci ed
ombre, (molte ombre e poca luce) ebbe il punto di picco negli anni settanta -
ottanta del secolo scorso per poi tramontare successivamente con la sconfitta
del movimento operaio avvenuta con lo sfaldamento dell’URSS.
Oggi il fallimento politico
dell’Unione Europea generato da una gestione esclusivamente finanziaria dei
problemi e degli squilibri economici continentali, aggravato dalla recessione
di ciclo del sistema capitalistico, permettono all’euroscetticismo di affondare
profonde radici nell’irrazionalità nazionalistica e nella ricerca di soluzioni
para fasciste ai problemi che prima ancora che politici sono strutturali e
riguardano il modello di sviluppo attuato.
Oggi, alla luce di quanto emerge sulla
scena politica italiana e continentale che individua il principale fronte sul
quale i nuclei dirigenti della classe operai italiana e continentale devono misurarsi
per ricostruire la sinistra europea, individuando inoltre la necessità
improrogabile di una profonda analisi sui motivi storici e politici che
inducono masse consistenti ad abbracciare percorsi anacronistici e storicamente
fallimentari quali quelle secessioniste o nazionaliste, accettando
conseguentemente pericolose scelte la cui propria essenza conduce
immancabilmente verso totalitarismi forieri di contrapposizioni anche militari
tra gli opposti “competitor” capitalistici. Questo è l’ulteriore pericolo di
divisione incombente sulle masse progressiste; pericolo da scongiurare, che, se
non individuato, illustrato e reso innocuo dal raziocinio di chi ha il compito
di indirizzare e far progredire il proletariato potrebbe avere gli stessi effetti
devastanti che ebbe nel corso del secolo scorso.
Concludo ricordando l’appello
Marxista “Proletari di tutto il mondo unitevi” oggi più che mai attuale.
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