A me non stupisce che Matteo Renzi esalti
il successo del PD alle regionali ignorando , anzi persino valutando con un
certo compiacimento, il fatto che in Emilia Romagna abbia votato un elettore su
tre. Quando solo poco tempo fa votavano in nove su dieci. Nella concezione
autoritaria della governabilità e nel
decisionismo di cui il segretario presidente è solo l'ultimo esponente, la
partecipazione popolare è solo un incomodo o un fastidio. Se votano solo tre
persone e si ha la sicurezza di ottenere il consenso di due di esse va bene, in
meno si decide è meglio è.
Gli altri dovranno
solo ubbidire.
Mussolini sosteneva che lui del fascismo non aveva
inventato nulla, lo aveva semplicemente tirato fuori dagli italiani e
organizzato. Per Renzi vale lo stesso. Sono anni che i programmi di governo
sono vincolati ai diktat dei mercati, della UE, della finanza e anche a quelli
del governo di un altro paese, la Germania. Sono anni che i cittadini di questo
paese vengono educati alla impotenza e alla inutilità di una democrazia ove le
decisioni di fondo son già prese altrove. E quando è lo stesso Presidente della
Repubblica che si fa alfiere di questa sottomissione culturale e psicologica,
oltre che politica, è evidente che tutto il sistema costituzionale ne risente.
La democrazia a sovranità limitata si è congiunta con due spinte che da decenni
agiscono nella società italiana. La prima è la banalizzazione e la
spoliticizzazione del confronto politico, di cui è stata espressione la seconda
repubblica berlusconiana. La seconda è
lo spirito di vandea contro il lavoro e i suoi diritti che da più di
trenta anni si scatena ad ogni difficoltà economica. Il governo Craxi negli
anni 80 aveva già anticipato il
linguaggio ed i comportamenti di Matteo Renzi, ma perché il decisionismo
liberista diventasse regime occorrevano tutte e tre le condizioni di fondo e
non solo una. Una democrazia ridotta a subire gli ordini esterni sui temi
stessi per i quali è nata: il bilancio dello stato. La distruzione della
partecipazione e la riduzione del confronto politico a talk show. La guerra tra
i poveri come unico sbocco della impotenza popolare verso le decisioni di
fondo. È dalla miscela tra questi tre processi degenerativi della nostra
società che nasce il successo di Matteo Renzi , e anche quello del suo omonimo
Salvini.
I due Matteo si dividono gran parte del consenso dei pochi elettori
residui, perché meglio rappresentano
l'auto distruzione della nostra democrazia. Essi sono molto simili nel modo di
pensare e di proporsi e forse persino intercambiabili. E questo non solo per il
giovanilismo di palazzo , la carriera burocratica oscura trasformata in
leadership grazie ai mass media mentre crollava il consenso delle vecchie
direzioni, la formazione giovanile nei quiz delle Tv di Berlusconi. Il punto
vero che hanno in comune è il trasversalismo reazionario. Renzi è partito
volendo battere i pugni in Europa e contro i poteri forti e ora picchia solo
contro sindacati, scioperi e diritti del lavoro. Che vengono indicati come i veri ostacoli, o in altre versioni come gli
alibi, che fanno sì che le imprese non investano. Per Renzi la ruota della fortuna ha girato a lungo e alla fine si è
fermata sul lavoro ancora sindacalizzato e tutelato da qualche diritto residuo.
Quello è il nemico dei giovani, dei disoccupati, del merito, della crescita e
naturalmente di quelle imprese che finanziano Renzi a 1000 euro a coperto.
Anche Matteo Salvini lancia proclami
contro banche, euro, finanza etc. Ma i mass
media li buca indirizzando il rebus contro migranti e Rom e alleandosi con
forze esplicitamente fasciste e razziste. Renzi e Salvini indicano all'italiano
medio l'unico avversario a reale portata di mano , il vicino di casa
metalmeccanico, o impiegato pubblico, o migrante. Loro vengono indicati come la causa dei guai e con loro sindacati e
centri sociali. Renzi e Salvini alimentano le rispettive guerre dei poveri in
competizione l'uno con l'altro, e così si presentano sempre di più come
un'alternanza nell'ambito della stessa devastazione democratica. Che la gente
non vada più a votare, a parte i loro sostenitori, ai due leader va benissimo.
Entrambi sono figli della ideologia liberista e la privatizzazione della
democrazia è la madre di tutte le altre.
Non c'è soluzione facile a tutto questo.
Crisi economica e degrado democratico si alimentano reciprocamente e per uscire
da entrambi bisogna ricostruire il conflitto con avversari che non sono il
vicino di casa. Per questo gli scioperi, i movimenti sociali, le lotte vere
fanno così paura ad entrambi i Matteo. Perché se questi dovessero crescere e
consolidarsi, loro perderebbero centralità e leadership. Il voto regionale
colloca la maggioranza della popolazione italiana in una posizione
extraparlamentare. Oggi è un successo per Renzi e Salvini, domani potrebbe
essere la loro condanna. Ma perché ciò avvenga tutto ciò che si oppone al
regime dei due Matteo deve trovare la stessa determinazione, la stessa
dimensione culturale e volontà di vero cambiamento, della Resistenza e della liberazione dal
fascismo.
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