Le recessioni economiche, nel
mondo occidentale iniziarono nel lontano 1637 in Olanda, con la famosa crisi
dei tulipani, allorché la bolla speculativa innescata dal complesso commercio
dei bulbi di tulipano si sgonfiò, riducendo sul lastrico speculatori e
risparmiatori ed affossando l’economia olandese per un lungo periodo.
Da allora
con costanza quasi sinusoidale le recessioni economiche furono e sono una
consolidata presenza nei cicli economici capitalisti. Esaminando l’economia degli
ultimi due secoli riscontriamo che, escludendo l’attuale recessione iniziata
nel 2003, aggravatasi nel 2008 ed ancora in atto; l’economia occidentale, dal 1812
al 1992 ha subito ben 22 periodi di crisi recessive con la media di una crisi
ogni otto anni. Tra le recessioni più gravi ricordiamo quella iniziata il 1873
durata fino al 1895; la crisi denominata “Panico dei banchieri del 1907”; quella
del 1912-1913 superata inizialmente con le guerre coloniali e successivamente
con la prima guerra mondiale; la crisi del 1929-1933 e quella del 1937-1938
fattori scatenanti la seconda guerra mondiale; la crisi del 1980-1984; per chiudere il XX secolo con la crisi del
1988-1992.
Carlo Marx aveva individuato negli
squilibri produttivi dovuti alla saturazione
dei marcati, nelle speculazioni finanziarie, nell’accumulazione del
capitale e nella sua concentrazione in un numero sempre più limitato di
possessori, i fattori scatenanti le crisi. Lo stesso Keynes, pur partendo da
presupposti diversi arriva alle conclusioni marxiste, analizzando e mettendo in
evidenza come il fenomeno delle crisi fosse intimamente interconnesso col
livello di investimenti, il cui rallentamento generando squilibrio tra domanda
ed offerta, provoca conseguente saturazione
dei mercati ed instaurazione di situazioni recessive. I post Keynesiani
individuano il fattore scatenante le crisi nella rottura dell’equilibrio tra le
grandezze economiche effettive e le grandezze economiche desiderate; tale
rottura creando eccessi produttivi sconvolgono i mercati saturandoli, generando
le conseguente crisi e recessione. Gira e rigira si ritorna sempre a Marx.
Oggi il tutto è gravato dalla
“deregulation” dei marcati finanziari e dalle conseguenti bolle speculative, dalla
sovrapproduzione di beni, generata dall’industrializzazione di grandi aree come
Cina, India e Brasile; dalla chiusura dei mercati interni proprio di queste
nazioni in pieno sviluppo a tutto vantaggio della penetrazione commerciale nei
mercati “maturi”; l’insieme sommato all’enorme circolazione monetaria stimata,
forse per difetto, circa trenta volte il PIL mondiale, hanno generato la
recessione più profonda e pericolosa della storia del Capitalismo. Non a caso
economisti perspicaci si spingono ad ipotizzare che l’attuale crisi recessiva,
se non superata velocemente, possa degenerare portando al collasso il sistema
capitalistico mondiale con conseguenze geo-politiche non ipotizzabili.
Questo è l’attuale compendio
analitico dello sviluppo capitalistico, al quale occorre sommare le conseguenze
negative derivanti dal degrado ambientale a cui questo tipo di sviluppo sottopone
il Pianeta. Conseguenze tralasciate dall’analisi marxista e dall’indagine
Keynesiana, la prima per mancanza di consapevolezza del problema, la seconda per
la marginalità dello stesso.
In questo quadro d’insieme si
continuano ad applicare politiche tendenti a mantenere l’instabile insieme,
tamponando parzialmente le profonde crepe che sistematicamente compaio nella
struttura. A nulla è valso il controllo del debito sovrano operato dal capitale
finanziario, attraverso il quale sono finalizzate a proprio vantaggio i flussi
monetari derivanti dall’imposizione fiscale. A nulla valgono le politiche di
agevolazione creditizia operate dalle Banche Centrali; inutili si sono
dimostrate le continue iniezioni di liquidità immesse nel sistema creditizio
nel momento più virulento della crisi, il quadro complessivo non è intaccato se
non soltanto marginalmente e momentaneamente, nonostante i segnali di ripresa
della superpotenza economica statunitense.
Oggi 7 novembre 2014 a quasi
cento anni dalla presa del “Palazzo d’Inverno” lo spirito di quella rivoluzione
ritorna prepotentemente alla ribalta della storia, rivendicando il posto di
privilegio che le compete quale unico elemento di vera discontinuità. Oggi è
rivenuto il tempo del coraggio e della capacità di sintesi; e ritornato il
tempo a che la classe operaia e lavoratrice porti a compimento la
rielaborazione in chiave moderna del pensiero marxista facendosi carico di
proporre un nuovo e più efficace modello di sviluppo, dove l’equilibrio tra
l’indispensabile, il necessario, l’utile ed il superfluo si sposano e possano
coesistere con il rispetto dell’ambiente e della natura, la tutela della
bio-diversità, l’utilizzo razionale delle risorse del pianeta, la sostenibilità
dello sviluppo. Dove il processo democratico sia reso possibile attraverso
organismi partecipati, dove la libertà regni sovrana nel rispetto della
reciprocità, dove la sicurezza sociale è il fine di ogni politica economica,
dove al centro del processo produttivo sia messo l’uomo nella sua intima
essenza, dove il ripudio per l’accumulo di ricchezza fine a se stessa sia
filosofia di vita profondamente radicato nella cultura..
Se il movimento operaio e la sua
classe dirigente riprendono coscienza del proprio ruolo, capiscano il momento
storico e sappiano parimente “volare alto” come alti volarono i padri fondatori,
forse il raggiungimento dell’”Utopia” oltre che possibile è attuabile. I
segnali che preannunciano il “Crollo dell’Impero” sono evidenti come pure
evidenti sono i segnali del limite di saturazione raggiunto dalle masse, sta a
noi riuscire a riprendere il bandolo della matassa e portare a compimento
quanto è stato interrotto con la sconfitta subita dal movimento operaio alla
fine del “Secolo breve”.
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