venerdì 7 novembre 2014

Se non ora quando? di VINCENZO FACCIOLO





Le recessioni economiche, nel mondo occidentale iniziarono nel lontano 1637 in Olanda, con la famosa crisi dei tulipani, allorché la bolla speculativa innescata dal complesso commercio dei bulbi di tulipano si sgonfiò, riducendo sul lastrico speculatori e risparmiatori ed affossando l’economia olandese per un lungo periodo.
 
 Da allora con costanza quasi sinusoidale le recessioni economiche furono e sono una consolidata presenza nei cicli economici capitalisti. Esaminando l’economia degli ultimi due secoli riscontriamo che, escludendo l’attuale recessione iniziata nel 2003, aggravatasi nel 2008 ed ancora in atto; l’economia occidentale, dal 1812 al 1992 ha subito ben 22 periodi di crisi recessive con la media di una crisi ogni otto anni. Tra le recessioni più gravi ricordiamo quella iniziata il 1873 durata fino al 1895; la crisi denominata “Panico dei banchieri del 1907”; quella del 1912-1913 superata inizialmente con le guerre coloniali e successivamente con la prima guerra mondiale; la crisi del 1929-1933 e quella del 1937-1938 fattori scatenanti la seconda guerra mondiale; la crisi del 1980-1984;  per chiudere il XX secolo con la crisi del 1988-1992.
Carlo Marx aveva individuato negli squilibri produttivi dovuti alla saturazione dei marcati, nelle speculazioni finanziarie, nell’accumulazione del capitale e nella sua concentrazione in un numero sempre più limitato di possessori, i fattori scatenanti le crisi. Lo stesso Keynes, pur partendo da presupposti diversi arriva alle conclusioni marxiste, analizzando e mettendo in evidenza come il fenomeno delle crisi fosse intimamente interconnesso col livello di investimenti, il cui rallentamento generando squilibrio tra domanda ed offerta, provoca conseguente saturazione dei mercati ed instaurazione di situazioni recessive. I post Keynesiani individuano il fattore scatenante le crisi nella rottura dell’equilibrio tra le grandezze economiche effettive e le grandezze economiche desiderate; tale rottura creando eccessi produttivi sconvolgono i mercati saturandoli, generando le conseguente crisi e recessione. Gira e rigira si ritorna sempre a Marx.
Oggi il tutto è gravato dalla “deregulation” dei marcati finanziari e dalle conseguenti bolle speculative, dalla sovrapproduzione di beni, generata dall’industrializzazione di grandi aree come Cina, India e Brasile; dalla chiusura dei mercati interni proprio di queste nazioni in pieno sviluppo a tutto vantaggio della penetrazione commerciale nei mercati “maturi”; l’insieme sommato all’enorme circolazione monetaria stimata, forse per difetto, circa trenta volte il PIL mondiale, hanno generato la recessione più profonda e pericolosa della storia del Capitalismo. Non a caso economisti perspicaci si spingono ad ipotizzare che l’attuale crisi recessiva, se non superata velocemente, possa degenerare portando al collasso il sistema capitalistico mondiale con conseguenze geo-politiche non ipotizzabili.
Questo è l’attuale compendio analitico dello sviluppo capitalistico, al quale occorre sommare le conseguenze negative derivanti dal degrado ambientale a cui questo tipo di sviluppo sottopone il Pianeta. Conseguenze tralasciate dall’analisi marxista e dall’indagine Keynesiana, la prima per mancanza di consapevolezza del problema, la seconda per la marginalità dello stesso.
In questo quadro d’insieme si continuano ad applicare politiche tendenti a mantenere l’instabile insieme, tamponando parzialmente le profonde crepe che sistematicamente compaio nella struttura. A nulla è valso il controllo del debito sovrano operato dal capitale finanziario, attraverso il quale sono finalizzate a proprio vantaggio i flussi monetari derivanti dall’imposizione fiscale. A nulla valgono le politiche di agevolazione creditizia operate dalle Banche Centrali; inutili si sono dimostrate le continue iniezioni di liquidità immesse nel sistema creditizio nel momento più virulento della crisi, il quadro complessivo non è intaccato se non soltanto marginalmente e momentaneamente, nonostante i segnali di ripresa della superpotenza economica statunitense.
Oggi 7 novembre 2014 a quasi cento anni dalla presa del “Palazzo d’Inverno” lo spirito di quella rivoluzione ritorna prepotentemente alla ribalta della storia, rivendicando il posto di privilegio che le compete quale unico elemento di vera discontinuità. Oggi è rivenuto il tempo del coraggio e della capacità di sintesi; e ritornato il tempo a che la classe operaia e lavoratrice porti a compimento la rielaborazione in chiave moderna del pensiero marxista facendosi carico di proporre un nuovo e più efficace modello di sviluppo, dove l’equilibrio tra l’indispensabile, il necessario, l’utile ed il superfluo si sposano e possano coesistere con il rispetto dell’ambiente e della natura, la tutela della bio-diversità, l’utilizzo razionale delle risorse del pianeta, la sostenibilità dello sviluppo. Dove il processo democratico sia reso possibile attraverso organismi partecipati, dove la libertà regni sovrana nel rispetto della reciprocità, dove la sicurezza sociale è il fine di ogni politica economica, dove al centro del processo produttivo sia messo l’uomo nella sua intima essenza, dove il ripudio per l’accumulo di ricchezza fine a se stessa sia filosofia di vita profondamente radicato nella cultura..
Se il movimento operaio e la sua classe dirigente riprendono coscienza del proprio ruolo, capiscano il momento storico e sappiano parimente “volare alto” come alti volarono i padri fondatori, forse il raggiungimento dell’”Utopia” oltre che possibile è attuabile. I segnali che preannunciano il “Crollo dell’Impero” sono evidenti come pure evidenti sono i segnali del limite di saturazione raggiunto dalle masse, sta a noi riuscire a riprendere il bandolo della matassa e portare a compimento quanto è stato interrotto con la sconfitta subita dal movimento operaio alla fine del “Secolo breve”.

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