SPIRITO
CRITICO di Franco Astengo
Siamo
ancora ben dentro l’emergenza sanitaria che ci sta impegnando in
una vicenda davvero inedita per l’umanità.
Una
vicenda che molti stanno giudicando simile ad una guerra mondiale, ma
che in realtà presenta una situazione affatto diversa per molteplici
ragioni.
Emergono
due filoni di pensiero: il primo che reputa la situazione venutasi a
creare come determinata dal “venire al pettine” di tutta una
serie di distorsioni provocate dalla globalizzazione e da quell’idea
di crescita infinita che ha caratterizzato lo sviluppo almeno dal
‘900 in avanti; il secondo livello di riflessione sembra proteso
verso la progettazione della “fuoriuscita” nell’ansia del
“ritornare alla normalità”.
Un
“ritorno alla normalità” che molti pensano di utilizzare anche
per renderli stabili determinati “spostamenti di senso” che hanno
caratterizzato, nell’emergenza, i meccanismi di intensificazione
dello sfruttamento a tutti i livelli, compresi ad esempio quelli
riguardanti i “withe collars” con l’estensione dello smart
working.
Fuoriuscita
dell’emergenza uguale ulteriore allargamento della realtà dello
sfruttamento, questo in sostanza il progetto che si sta profilando
all’orizzonte.
In
un quadro di prevedibile impoverimento generale che dovremo
verificare come sarà esercitato sull’insieme di disuguaglianze che
percorrono il pianeta e che molti economisti giudicano essere la
radice di tutti i mali, assisteremo, con ogni probabilità, a diversi
livelli di scontro tesi a mantenere e rendere ancora più soffocante
la prevalenza liberista che ha caratterizzato la fase aperta fin
dagli anni’80 del XX secolo.
Quell’assunzione
di prevalenza liberista che, deve essere ricordato, ha causato la
crisi di entrambe le possibilità alternative che si erano aperte
nella storia della rivoluzione industriale e in quella
dell’affrancamento delle masse lavoratrici : sia quella
socialdemocratica in Occidente, sia quella del cosiddetto “socialismo
reale” ad Oriente.
Ho
semplificato molto soltanto per consentirmi di affermare che sarà
necessario non soltanto riflettere sui termini concreti di
progettazione di un modello diverso di società, ma anche sulla
necessità di sviluppare un esercizio costante dei termini di uno
“spirito critico” adeguato a quelle che saranno le pericolose
novità dei tempi futuri.
Gramsci
in una illuminante riflessione capace di cogliere uno dei punti
essenziali di uno scontro oggi di assoluta attualità mise l'accento
sulla crescente contraddizione tra «il carattere cosmopolita
dell'economia (oggi diremmo globale) e il carattere ristrettamente
nazionale della politica». Gramsci collocava questa osservazione nel
quadro della sua analisi delle trasformazioni del capitalismo - in
particolare quello americano - dopo la grande crisi del 1929/30. Egli
muoveva da una visione assai diversa da quella prevalente in quel
tempo nella Internazionale comunista. La tesi ortodossa pretendeva
che la crisi fosse l'annuncio del crollo del capitalismo ( e qualcuno
sta tentando di riprendere questa tesi adesso nella prospettiva di
uscita dall’emergenza).
Gramsci
osservava invece che le trasformazioni accelerate dalla crisi in
particolare con l’affermarsi del modello di produzione fordista
avrebbero portato un esito ben diverso da quello previsto dalla
facili teorie “crolliste”.
Da
questa analisi egli fece derivare le nuove sfide politiche e
culturali che il movimento operaio doveva affrontare.
La
citazione della riflessione di Gramsci ci porta quindi oltre alla
necessità di superare ogni visione ideologica e deterministica.
In
quel caso il grande pensatore sardo mise l'accento sulla politica,
sulla lotta per l'egemonia e cioè sulla capacità di mettersi in
grado di esercitare una funzione di direzione sul piano culturale e
pratico.
Ho
citato l’esempio gramsciano soltanto per indicare il livello di
qualità che dovremo cercare di porre nell’esercizio continuamente
necessario di spirito critico per tornare a essere capaci di
praticare la politica e lottare per l’egemonia.
Non
possiamo permettere che la possibile uscita dalla “grande
emergenza” si svolga fornendo occasioni di ulteriore consenso verso
una reazione nazionalista e regressiva.
Egualmente
però non dovrà essere possibile lasciare che ci si adagi nel
ripristino dell’ancien régime.
E’
necessario lavorare fin da adesso per costruire una critica
dell’esistente che serva a preparare una convincente alternativa
nel metodo politico e nel merito delle scelte programmatiche.
Si
tratta di un compito che ancora una volta dobbiamo assegnare alla
politica e più precisamente all’intreccio tra politica e cultura.
Di
conseguenza, nel piccolo della nostra realtà sarà necessario ancora
una volta pensare a quel processo di ricostruzione a sinistra cui
stiamo cercando di lavorare da qualche tempo.
Un
processo/ progetto di ricostruzione determinato in una dimensione di
ricerca posta oltre il semplice obiettivo della sostituzione di
soggetto nell’esercizio del potere: è in gioco l’egemonia
culturale, solo punto d’approdo possibile per cambiare lo stato di
cose presenti.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie