sabato 4 aprile 2020

SOCIALISMO DELLA FINITUDINE: QUALCHE LINEA DI RIFLESSIONE

SOCIALISMO DELLA FINITUDINE: QUALCHE LINEA DI RIFLESSIONE di Franco Astengo


Mi rivolgo ancora ad alcuni esponenti della sinistra italiana con i quali mi scuso per l’insistenza, ma precisando che in questi giorni di isolamento intendo mantenere un filo di relazione sia pure a distanza.
Ho così tentato di realizzare una sintesi attorno all’idea di un “Socialismo della finitudine” e mi permetto di sottoporla alla vostra cortese attenzione.
Personalmente sono ben conscio di non possedere gli strumenti culturali appena sufficienti per esercitare la pretesa di credermi in grado di elaborare una visione compiuta del possibile agire politico adesso e nel dopo emergenza.
Il mio possibile contributo è quindi quello di cercare di tenere aperti diversi canali di comunicazione tra quanti pensano che la sinistra italiana possa sopravvivere, per quello che ha rappresentato e che attualmente rappresenta, per cercare di riprendere la sua sfera di influenza politica e di capacità di aggregazione sociale nel prossimo (peraltro assolutamente imperscrutabile) futuro.
Nei mesi scorsi con altre compagne e compagni avevamo cercato di “forzare il blocco” che sembrava condannare la sinistra all’isolamento e al minoritarismo perpetuo lanciando una proposta, quella denominata “Dialogo Gramsci – Matteotti”.
Una proposta di ricostruzione d’identità attraverso un riferimento a due protagonisti dei punti più alti nella storia della presenza e della riflessione politica della sinistra italiana nei suoi filoni principali.
Lo scopo era quello di promuovere l’elaborazione di un nuovo manifesto attraverso il cui testo contribuire a identificare le contraddizioni che la modernità stava ponendo sul nostro cammino, in maniera del tutto diversa rispetto al passato.
Un testo sulla base del quale proporre una riaggregazione delle forze di sinistra disperse e separate superando anche divisioni giudicate ormai del tutto antistoriche.
Oggi un’esigenza di questo tipo appare moltiplicata nella sua necessità e urgenza dal presentarsi a livello globale di una situazione che appare del tutto sconosciuta alla nostra capacità di analisi e ai riferimenti filosofici e di teoria politica ai quali abbiamo fatto storicamente riferimento.
Se davvero vogliamo avere la capacità di inoltrarci, come si diceva un tempo, “in mare aperto” occorre prendere atto che l’ affermazione riferita al mutamento di paradigma non è retorica ma concreta.
Siamo nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata, a partire dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei partiti di massa.
E’ questo , della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo della finitudine”.
“Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo,di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”.
Il primo punto di programma di una aggregazione politica così teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante.
Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico”.
In questi giorni sono stati evocati, sia pure impropriamente, i modelli usati al termine della seconda guerra mondiale, il Piano Beveridge e quello Marshall (due strumenti, beninteso, affatto diversi tra loro anche dal punto di vista degli obiettivi politici che attraverso di essi si intendevano perseguire).
Viviamo tempi completamente diversi da allora e quegli strumenti non possono essere presi ad esempio, ma la mole complessiva dello spostamento di risorse dal privato al pubblico e l’assoluta necessità di una lotta serrata alle disuguaglianze può ben essere indicata come quantitativamente riferita a quei modelli.
La lotta all’allargamento dei meccanismi di sfruttamento nella dimensione di classe è l’altro punto che va posto all’ordine del giorno: un allargamento delle logiche e delle pratiche di sfruttamento che è insieme di quantità e di qualità al punto tale da provocare una rovesciamento di alcuni dei nostri tradizionali fondamenti d’analisi.
Si ravvede, inoltre, un’altra differenza fondamentale: nel periodo in cui furono lanciati il Piano Beveridge e quello Marshall il mondo si trovava nella fase di una nuova aggregazione politica attraverso l’idea delle Nazioni Unite; nel periodo , sicuramente convulso ma aperto a grandi speranze, della decolonizzazione e nell’avvio della “guerra fredda”.
Oggi l’emergenza sanitaria sconvolge l’assetto consolidato in un momento in cui si stava attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come “globalizzazione” con l’ingresso nel novero delle grandi potenze di nuovi attori politici portatori di diversi sistemi di governo della politica e dell’economia, a partire dalla Cina.
Tutti elementi di cui tener conto con grande attenzione.
Gli altri decisivi temi di fondo possono essere riassunti in tre punti:
1) La democrazia. Una questione sulla quale è necessario dimostrarsi estremamente chiari nelle nostre espressioni. In precedenza all’esplosione dell’emergenza sanitaria la democrazia liberale appariva già in forte difficoltà con il riapparire, anche nel cuore dell’Europa di tensioni autoritarie e sovraniste innestatesi sul fallimento dell’Europa di Maastricht e dintorni. Il rischio di oggi è che l’adozione da parte dei paesi di tutto il mondo di misure sempre più stringenti per contenere l’epidemia, rafforzando la sorveglianza digitale e introducendo limitazioni alla mobilità e alla libertà di espressione. Queste restrizioni potrebbero sopravvivere anche dopo l’emergenza. Si tratta di un rischio che non dobbiamo correre e che, nel caso di elaborazione di una proposta politica socialista che contenga la consapevolezza della finitudine nelle possibilità umane appare prioritario affermare il principio dell’esercizio di una democrazia fondata sulla rappresentanza sociale. Una democrazia ancora basata sulla tripartizione dei poteri, sulla centralità delle assemblee elettive, sulla libertà della comunicazione . Divisione dei poteri, ruolo dei Parlamenti, libertà di espressione pubblica rappresentano i tre elementi fondativi di una possibile e auspicabile elaborazione di progetto di aggregazione e strutturazione politica. La dimensione di questo soggetto non potrà che essere quella nazionale con una forte tensione a costruire livelli di riferimento sovranazionali utilizzando l’antica tensione internazionalista e la vocazione pacifista;
2) quella del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del genere umano (l’elaborazione di un modello che mi sono permesso di definire ,pur nelle critiche, di una “società sobria”);
3) quella della capacità cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale.
Il rilancio del progetto riguardante il “Dialogo Gramsci Matteotti” potrebbe avvenire su queste basi, sia pure semplicemente indicative e del tutto incomplete , chiamando non appena possibile tutti i soggetti politici e culturali presenti nel frammentato arcipelago della sinistra italiana a confrontarsi su idee riguardanti una realtà futura della quale non riusciamo ancora a intravedere i contorni.
Una realtà futura al riguardo della quale però le opzioni di lotta allo sfruttamento, di affermazione dell’ uguaglianza, di solidarietà nella democrazia pluralista dovranno obbligatoriamente trovare cittadinanza ed espressione sul piano di una dimensione di soggettività politica capace di adeguarsi a prospettive di un domani quanto mai incerto per tutte le generazioni.

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