mercoledì 29 aprile 2020

RICOSTRUZIONE: CHI PAGO' IL PREZZO

RICOSTRUZIONE: CHI PAGO’ IL PREZZO di Franco Astengo
Nel pieno della confusione provocata dall’emergenza sanitaria e dall’incombente crisi economica molti si stanno riempiendo la bocca di paragoni tra quella che sarà la “fase 2” e il periodo di ricostruzione del Paese dopo la seconda guerra mondiale.
Allora sarà il caso di puntualizzare cercando di chiarire chi, in verità, pagò il pesante prezzo di quel periodo che tutto fu meno che una placida cavalcata verso il benessere (almeno per la maggior parte delle italiane e degli italiani).
La ricostruzione si realizzò prima di tutto attraverso Il divorzio tra il testo costituzionale, entrato in vigore nel gennaio del 1948 e notevolmente avanzato sul piano sociale e la politica di ricostruzione svoltasi dopo il 1945.
Una politica di ricostruzione attuata sotto il segno dominante della scelta liberista e filo – padronale che caratterizzò in modo essenziale il periodo del centrismo.
La formula “centrista” di governo fondata sull’alleanza tra la DC, il Partito Repubblicano, quello Socialdemocratico e quello Liberale fece seguito alla fine dei governi di solidarietà antifascista, avvenuta nel maggio 1947 con l’esclusione del PCI e dello PSI dall’esecutivo.
Il 3 aprile 1948 il Piano Marshall divenne operativo. Conosciuto ufficialmente come Piano per la Ripresa Europea (European Recovery Program), il Piano Marshall fu uno dei piani statunitensi per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Prende il nome dal segretario di stato americano George C. Marshall che, durante un discorso all’università di Harvard tenuto nel giugno del 1947, invitò i paesi europei a presentare un programma di ricostruzione economica che gli Stati Uniti si impegnavano a finanziare. 
La proposta voleva  favorire, con reciproco vantaggio, la ripresa dei sistemi economici e degli scambi commerciali nei paesi colpiti dalla seconda guerra mondiale.
Altro obiettivo dell’ERP non secondario e da ricordare era quello di porre un freno alla minaccia rappresentata dall’espansione sovietica. Nella conferenza di Parigi del 12 luglio 1947 sedici paesi europei, con l’esclusione dei paesi dell’Est, aderirono all’invito. Nell’aprile 1948 il Congresso americano approvò il piano varando un programma di finanziamenti quadriennale che operò sino al 1952.
La vittoria della DC nelle elezioni del 1948 e gli importanti aiuti statunitensi dati al Paese in base al piano Marshall costituirono la premessa perché l’ulteriore sviluppo politico e economico italiano avvenisse in un quadro d’isolamento sia dei partiti della Sinistra, sia della CGIL.
Dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 compiuto da un giovane squilibrato, la CGIL reagì con lo sciopero generale politico.
Si aprì , a quel punto,la stagione delle scissioni sindacali.
Proprio a causa delle divergenze sorte sulla risposta da dare all’attentato a Togliatti la corrente democristiana decise la scissione della CGL unitaria.
La fase successiva alle scissioni fu una delle più difficili per il sindacato italiano, segnato da profonde divisioni ideologiche. Inoltre la repressione poliziesca, condotta dalla “Celere” potenziata dal Ministro degli Interni Mario Scelba, causò la morte di decine di lavoratori durante manifestazioni e scioperi.
Il governo centrista tentò a quel punto una sorta di “riformismo dall’alto” che diede risultati, a partire dalla riforma agraria approvata nel 1950, modesti e insoddisfacenti.
I risultati complessivi del quinquennio 1948-53 apparvero positivi sotto l’aspetto quantitativo, ma se si verificano dal punto di vista sociale gli squilibri non erano stati in alcun modo affrontati e attenuati.
La disoccupazione fu una una scelta strategica. Le conseguenze furono il rallentamento della ripresa industriale, la riduzione dei salari, il blocco della domanda interna. La cosa che evidenzia il carattere di classe di questa scelta riguarda il fatto che accanto alla stretta creditizia, come misura complementare per ridurre la spesa pubblica e quindi tenere a freno il finanziamento monetario del deficit, vi fu il drastico aumento del prezzo del pane e dei prezzi amministrati. Il pane, che era ancora uno di quei beni che rimaneva razionato. La politica liberista del governo aveva dunque fatto pagare costi salatissimi sia al proletariato industriale del Nord, sia al bracciantato del Mezzogiorno.
Agli elevati profitti stavano di fronte salari bassi e pesantissime condizioni di lavoro: condizioni miserrime per milioni di persone cui si accompagnava una fortissima emigrazione verso i Paesi europei (pensiamo allo scambio carbone /manodopera con il Belgio e la trasmigrazione di interi paesi del Sud in Germania o in Svizzera) , le Americhe e l’Australia.
La ricostruzione poteva considerarsi ultimata nel 1954, quando la produzione industriale aveva superato ormai dell’81% la produzione del 1938, ma le condizioni reali di vita di gran parte del Paese iniziarono a migliorare soltanto con l’avvio della modernizzazione della grande industria, avvenuta grazie all’innovazione tecnologica che aveva fornito grande vantaggio alle esportazioni.
Toccò all’industria di Stato ricoprire il ruolo di capofila sia sul terreno dell’innovazione tecnologica, sia rispetto alle esportazioni, nella siderurgia, nella chimica e nell’industria petrolifera, con la vicenda legata all’ENI di Mattei fino alla sua misteriosa scomparsa.
Ma se aumentò complessivamente la produttività e con essa i profitti, i salari rimasero comunque indietro e scarsi furono i progressi dell’occupazione: nel 1955 risultavano ancora ben 2.161.000 disoccupati.
In una fase di sviluppo caratterizzata da alti profitti e da bassi salari, il padronato portò avanti una dura politica di attacco ai sindacati.
Durante il governo Scelba (1954 – 1955), in un clima di “guerra fredda interna “ molto acceso l’ambasciatrice statunitense in Italia, Clara Boothe Luce, dichiarò che gli USA non avrebbero più dato commesse alle industrie dove nelle elezioni per le Commissioni Interne la CGIL avesse avuto più del 50%, si sviluppò in pieno l’azione padronale.
Sotto il peso del ricatto la CGIL subì un tracollo passando dal 60% al 38% nelle elezioni sindacali alla FIAT svoltesi nell’aprile del 1955 . Alla FIAT Valletta aveva costruito opportunamente un sindacato “giallo” guidato dall’ex cislino Arrighi.
Era soltanto il caso più clamoroso fra molti altri, determinati da una generale strategia antisindacale condotta dagli imprenditori con l’appoggio del governo centrista.
Insomma: la ricostruzione era conclusa e ci si avviava verso il “miracolo economico” in un clima di duro attacco alla CGIL, in condizioni di bassi salari e di alta disoccupazione.
Appariva chiaro quali soggetti sociali erano stati chiamati a pagare gli altissimi costi della ricostruzione del Paese stremato dalla guerra fascista.
La classe operaia e i contadini poveri (l’agricoltura pesava ancora per il 60% nella formazione del PIL) avevano pagato gran parte di questo prezzo ben oltre il richiamo all’unità nazionale che le forze politiche della sinistra avevano cercato di mantenere soprattutto per raggiungere, in particolare il PCI nel clima della contrapposizione tra i due grandi blocchi militari, un dato di legittimazione nazionale in rappresentanza della classe lavoratrice e di ceti intellettuali progressisti.
La seconda parte degli anni’50 avrebbe visto il modificarsi di questa situazione anche per via delle progressivamente mutate condizioni internazionali: ma il cammino verso il centro – sinistra con l’ingresso del PSI nell’area di governo si sarebbe realizzato ancora a prezzo di drammatici sussulti come quello del Luglio ‘60.
In quel mese fatidico fu fatto cadere in piazza un governo democristiano sostenuto dall’MSI .
L’allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo Tambroni aprendo la strada al governo Fanfani “delle convergenze parallele” e successivamente al centro – sinistra. Al momento del varo del primo governo organico di centro – sinistra nel dicembre 1963 Nenni titolò sull’Avanti “ Da oggi l’Italia è più libera”.
E’ il caso di ricordare ancora su quanti lutti e sacrifici fosse stato costruita quel “ più libera”.
Sui lutti e i sacrifici della classe operaia, dei contadini, delle donne e degli uomini che trassero fuori l’Italia dalla macerie del dopoguerra.

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