RICOSTRUZIONE:
CHI PAGO’ IL PREZZO di Franco Astengo
Nel
pieno della confusione provocata dall’emergenza sanitaria e
dall’incombente crisi economica molti si stanno riempiendo la
bocca di paragoni tra quella che sarà la “fase 2” e il periodo
di ricostruzione del Paese dopo la seconda guerra mondiale.
Allora
sarà
il caso di puntualizzare cercando di chiarire chi, in verità, pagò
il pesante prezzo di quel periodo che tutto fu meno che una placida
cavalcata verso il benessere (almeno per la maggior parte delle
italiane e degli italiani).
La
ricostruzione si realizzò prima di tutto attraverso Il divorzio tra
il testo costituzionale, entrato in vigore nel gennaio del 1948 e
notevolmente avanzato sul piano sociale e la politica di
ricostruzione svoltasi dopo il 1945.
Una
politica di ricostruzione attuata sotto il segno dominante della
scelta liberista e filo – padronale che caratterizzò in modo
essenziale il periodo del centrismo.
La
formula “centrista” di governo fondata sull’alleanza tra la DC,
il Partito Repubblicano, quello Socialdemocratico e quello Liberale
fece seguito alla fine dei governi di solidarietà antifascista,
avvenuta nel maggio 1947 con l’esclusione del PCI e dello PSI
dall’esecutivo.
Il
3 aprile 1948 il Piano Marshall divenne operativo. Conosciuto
ufficialmente come Piano per la Ripresa Europea (European
Recovery Program),
il Piano Marshall fu uno dei piani statunitensi per la ricostruzione
dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Prende il nome dal
segretario di stato americano George C. Marshall che, durante un
discorso all’università di Harvard tenuto nel giugno del 1947,
invitò i paesi europei a presentare un programma di ricostruzione
economica che gli Stati Uniti si impegnavano a finanziare.
La
proposta voleva favorire, con reciproco vantaggio, la ripresa
dei sistemi economici e degli scambi commerciali nei paesi colpiti
dalla seconda guerra mondiale.
Altro
obiettivo dell’ERP non secondario e da ricordare era quello di
porre un freno alla minaccia rappresentata dall’espansione
sovietica. Nella conferenza di Parigi del 12 luglio 1947 sedici paesi
europei, con l’esclusione dei paesi dell’Est, aderirono
all’invito. Nell’aprile 1948 il Congresso americano approvò il
piano varando un programma di finanziamenti quadriennale che operò
sino al 1952.
La
vittoria della DC nelle elezioni del 1948 e gli importanti aiuti
statunitensi dati al Paese in base al piano Marshall costituirono la
premessa perché l’ulteriore sviluppo politico e economico italiano
avvenisse in un quadro d’isolamento sia dei partiti della Sinistra,
sia della CGIL.
Dopo
l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 compiuto da un giovane
squilibrato, la CGIL reagì con lo sciopero generale politico.
Si
aprì , a quel punto,la stagione delle scissioni sindacali.
Proprio
a causa delle divergenze sorte sulla risposta da dare all’attentato
a Togliatti la corrente democristiana decise la scissione della CGL
unitaria.
La
fase successiva alle scissioni fu una delle più difficili per il
sindacato italiano, segnato da profonde divisioni ideologiche.
Inoltre la repressione poliziesca, condotta dalla “Celere”
potenziata dal Ministro degli Interni Mario Scelba, causò la morte
di decine di lavoratori durante manifestazioni e scioperi.
Il
governo centrista tentò a quel punto una sorta di “riformismo
dall’alto” che diede risultati, a partire dalla riforma agraria
approvata nel 1950, modesti e insoddisfacenti.
I
risultati complessivi del quinquennio 1948-53 apparvero positivi
sotto l’aspetto quantitativo, ma se si verificano dal punto di
vista sociale gli squilibri non erano stati in alcun modo affrontati
e attenuati.
La
disoccupazione fu una una scelta strategica. Le conseguenze furono
il rallentamento della ripresa industriale, la riduzione dei salari,
il blocco della domanda interna. La cosa che evidenzia il carattere
di classe di questa scelta riguarda il fatto che accanto alla stretta
creditizia, come misura complementare per ridurre la spesa pubblica e
quindi tenere a freno il finanziamento monetario del deficit, vi fu
il drastico aumento del prezzo del pane e dei prezzi amministrati. Il
pane, che era ancora uno di quei beni che rimaneva razionato.
La
politica liberista del governo aveva dunque fatto pagare costi
salatissimi sia al proletariato industriale del Nord, sia al
bracciantato del Mezzogiorno.
Agli
elevati profitti stavano di fronte salari bassi e pesantissime
condizioni di lavoro: condizioni miserrime per milioni di persone cui
si accompagnava una fortissima emigrazione verso i Paesi europei
(pensiamo allo scambio carbone /manodopera con il Belgio e la
trasmigrazione di interi paesi del Sud in Germania o in Svizzera) ,
le Americhe e l’Australia.
La
ricostruzione poteva considerarsi ultimata nel 1954, quando la
produzione industriale aveva superato ormai dell’81% la produzione
del 1938, ma le condizioni reali di vita di gran parte del Paese
iniziarono a migliorare soltanto con l’avvio della modernizzazione
della grande industria, avvenuta grazie all’innovazione tecnologica
che aveva fornito grande vantaggio alle esportazioni.
Toccò
all’industria di Stato ricoprire il ruolo di capofila sia sul
terreno dell’innovazione tecnologica, sia rispetto alle
esportazioni, nella siderurgia, nella chimica e nell’industria
petrolifera, con la vicenda legata all’ENI di Mattei fino alla sua
misteriosa scomparsa.
Ma
se aumentò complessivamente la produttività e con essa i profitti,
i salari rimasero comunque indietro e scarsi furono i progressi
dell’occupazione: nel 1955 risultavano ancora ben 2.161.000
disoccupati.
In
una fase di sviluppo caratterizzata da alti profitti e da bassi
salari, il padronato portò avanti una dura politica di attacco ai
sindacati.
Durante
il governo Scelba (1954 – 1955), in un clima di “guerra fredda
interna “ molto acceso l’ambasciatrice statunitense in Italia,
Clara Boothe Luce, dichiarò che gli USA non avrebbero più dato
commesse alle industrie dove nelle elezioni per le Commissioni
Interne la CGIL avesse avuto più del 50%, si sviluppò in pieno
l’azione padronale.
Sotto
il peso del ricatto la CGIL subì un tracollo passando dal 60% al 38%
nelle elezioni sindacali alla FIAT svoltesi nell’aprile del 1955 .
Alla FIAT Valletta aveva costruito opportunamente un sindacato
“giallo” guidato dall’ex cislino Arrighi.
Era
soltanto il caso più clamoroso fra molti altri, determinati da una
generale strategia antisindacale condotta dagli imprenditori con
l’appoggio del governo centrista.
Insomma:
la ricostruzione era conclusa e ci si avviava verso il “miracolo
economico” in un clima di duro attacco alla CGIL, in condizioni di
bassi salari e di alta disoccupazione.
Appariva
chiaro quali soggetti sociali erano stati chiamati a pagare gli
altissimi costi della ricostruzione del Paese stremato dalla guerra
fascista.
La
classe operaia e i contadini poveri (l’agricoltura pesava ancora
per il 60% nella formazione del PIL) avevano pagato gran parte di
questo prezzo ben oltre il richiamo all’unità nazionale che le
forze politiche della sinistra avevano cercato di mantenere
soprattutto per raggiungere, in particolare il PCI nel clima della
contrapposizione tra i due
grandi blocchi militari, un dato
di legittimazione nazionale in rappresentanza della classe
lavoratrice e di ceti intellettuali progressisti.
La
seconda parte degli anni’50 avrebbe visto il modificarsi di questa
situazione anche per via delle progressivamente mutate condizioni
internazionali: ma il cammino verso il centro – sinistra con
l’ingresso del PSI nell’area di governo si sarebbe realizzato
ancora a prezzo di drammatici sussulti come quello del Luglio ‘60.
In
quel mese fatidico fu fatto cadere in piazza un governo democristiano
sostenuto dall’MSI .
L’allora
Presidente
del Consiglio,
Fernando
Tambroni,
diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” e
alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e
centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero
costretto alle dimissioni il governo Tambroni aprendo la strada al
governo Fanfani “delle convergenze parallele” e successivamente
al centro – sinistra. Al momento del varo del primo governo
organico di centro – sinistra nel
dicembre 1963 Nenni
titolò sull’Avanti “ Da oggi l’Italia è più libera”.
E’
il caso di ricordare ancora
su quanti lutti e sacrifici fosse
stato costruita quel “ più libera”.
Sui
lutti e i sacrifici della
classe operaia, dei contadini, delle donne e degli uomini che
trassero fuori l’Italia dalla macerie del dopoguerra.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie