QUESTIONE MORALE E DEMOCRAZIA di Franco Astengo
Inoltre questo”deplorevole” fatto
si è verificato all’avvio della campagna elettorale per il
referendum sul taglio dei parlamentari, fornendo così ulteriore
fiato alle trombe di quel qualunquismo che ha ispirato lo stupido
provvedimento di riduzione numerica inteso come fatto “punitivo”
e non di riorganizzazione istituzionale.
Qualunquismo
che va ricordato non risiede soltanto nella “maggioranza
silenziosa” me è ben rappresentato nelle istituzioni disponendo,
addirittura, della maggioranza relativa alla Camera e al senato.
Risulterà molto difficile riuscire ad argomentare sulla necessità
di collegare nel ragionamento di questo momento la questione morale e
la questione politica.Non ci si può limitare a lanciare l’ennesimo allarme sul degrado del sistema politico e sull’incapacità dei soggetti organizzati a fornire un contributo nella costruzione di un largo gruppo dirigente intellettualmente e moralmente all’altezza di guidare il Paese in tutte le sue articolazioni istituzionali e amministrative.
E’ insufficiente anche testimoniare di una presunta “degenerazione del sistema”.
In realtà fatti come questi ci chiamano a fare i conti con il corporativismo e della logica assistenzialista che domina sia la vita politica sia quella (impropriamente) definita “civile”.
Troviamo ancora alla ribalta le corporazioni e l’ idea di una assistenza gratuita e incontrollatamente “a pioggia” intesa come “autobiografia della nazione”, in memoria del fascismo e del regime democristiano di cui l’odierno “qualunquismo” si pone quasi come legittimo erede.
Una”autobiografia della nazione” che ,al di fuori da qualsivoglia idea di moralismo, ci indica come esemplare il fatto che per il grande pubblico le questioni dirimenti nel dopo emergenza sanitaria sembrano essere quelle della movida e delle vacanze.
Si tratta di cercare di far capire che
siamo di fronte a un grande tema di carattere culturale, di mancata
costruzione di senso ideale nelle motivazioni di fondo dell’agire
pubblico.
Un problema che riguarda essenzialmente la perduta funzione
pedagogica della politica e l’incapacità di identificazione delle
contraddizioni sociali sulle quali dovrebbero poggiare le diverse
identità.
Sicuramente ci troviamo ben oltre
l’affermazione difensiva che, in fondo, si tratta di una minoranza,
delle famose “mele marce” o di “una macchia nera su di un
vestito bianco”.
Per questo motivo proprio l’occasione
fornita dal referendum deve essere colta non tanto per adeguarsi alle
motivazioni che hanno portato a quella scelta per poi contrastarle
sullo stesso terreno (costi della politica, rappresentatività
territoriale).
Il referendum deve rappresentare l’occasione per andare a fondo
per individuare le ragioni vere delle fragilità del sistema e far sì
che coloro che si esprimono per il “NO” assumano una visione di
forte capacità propositiva posta in direzione di una crescita
complessiva della cultura democratica.
In assenza di questa capacità culturale
propositiva la fragilità del sistema potrebbe essere resa estrema
dalla probabile strumentalizzazione della (giustificata) indignazione
popolare servendo così da marchingegno per l’apertura di una
possibile crisi costituzionale.
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