RIVOLUZIONE DEMOCRATICA DELLE MENTI E NUOVO MODELLO DI SVILUPPO di Franco Astengo
Roberta De Monticelli in un suo articolo (”Domani” 28 aprile: “Noi contro loro? Serve un pensiero di libertà per confrontarci con Putin) ricostruisce parte del percorso della “glasnost” e della “perestrojka” gorbacioviane rimarcando come quell’occasione storica può ancora oggi essere valutata come tanto fondamentale, articolata e concreta da meritare di essere definita una “immensa chance” negli anni drammatici precedenti alla sconfitta del 1991.
Nell’articolo si attribuisce (giustamente) la caotica dissoluzione dell’URSS come derivante dalla spinta violenta dei nazionalismi, in primo luogo quello della Russia di El’cin e ci si propone di ritornare sul pensiero limpidamente esposto nella biografia di Gorbacev e in particolare sul passaggio riguardante la “rivoluzione democratica delle menti”.
Quella “rivoluzione democratica delle menti” che va ricordata proprio come rappresentasse il punto di riferimento su cui all’epoca si realizzò ,insieme a una fioritura di vita culturale e civile mai veduta in Russia dopo gli anni venti, nel 1990 lo svolgimento della prima elezione veramente democratica: un afflato soffocato dalle cannonate contro il Parlamento del 1993 che provocarono un numero di vittime ancora imprecisato.
Nel testo in questione si sottolinea come il cosiddetto Occidente non capì lo stato delle cose e sostenne El’cin: non capì perché ciò che stava avvenendo era sbagliato e perché i fatti si stavano muovendo al contrario della necessità di stabilire un nesso essenziale fra democratizzazione interna e vera realizzazione dell’ordine internazionale nuovo.
Riprendo testualmente “Il pensiero nuovo della libertà è stato lì per diventare l’anima d’acciaio delle istituzioni del cosiddetto Occidente. Un ordine democratico compiutamente sovranazionale nella regolazione della convivenza fra le nazioni”.
L’incomprensione di questo passaggio coinvolse e travolse anche il PCI che, invece senza voler fare la storia con i “se” e con i “ma”, avrebbe potuto rappresentare uno dei pilastri di questa prospettiva.
Il limite che incontrò il PCI in quel frangente decisivo derivò dall’eccessivo ritardo con il quale si era aperto il dibattito interno ormai ingessato da troppo tempo da un correntismo nascosto.
Non si tratta di scrivere della sagra delle occasioni perdute ma qualche considerazione a questo proposito può essere svolta anche adesso.
Per una combinazione fortuita proprio in questo 28 aprile l’inserto “L’extraterrestre” contenuto nel “Manifesto” ripubblica l’intervento di Enrico Berlinguer sull’austerità pronunciato nel convegno degli intellettuali all’Eliseo di Roma nel gennaio 1977.
Riporto qui soltanto due passaggi: “Per noi austerità è il mezzo per porre le basi del superamento di un sistema in crisi strutturale”. “I caratteri distintivi del capitalismo sono spreco, sperpero, esaltazione dell’individualismo e consumismo sfrenato”.
Il tema sollevato da Berlinguer in realtà era già stato avanzato al momento della crisi petrolifera del 73-74 in un documento redatto da Lucio Magri e pubblicato in due parti dal “Manifesto” nel gennaio del 1974 (nel pieno dell’austerity proclamata proprio per fronteggiare quella crisi) : in quel documento si scriveva di rendere esplicita l’alternativa tra “modello alternativo di sviluppo” e “modello alternativo di stagnazione” chiarendo come “il nostro atteggiamento rispetto alla crisi non è quello di un neomalthusianesimo romantico né di puro affidamento alla rivolta; ma è rifiuto di identificare lo sviluppo con l’estensione della sua base materiale e di concepire dunque questa base materiale come il primum movens cui tutto subordinare”.
Naturalmente altre grandi questioni erano sul tappeto, quella giovanile (con la svolta individualista del ‘77), quella femminista e dei diritti civili, la nuova qualità del lavoro in relazione allo sviluppo tecnologico ma i due grandi temi, quello della “rivoluzione democratica delle menti” e quella del “modello alternativo di sviluppo” furono sostanzialmente aggirati nel dibattito interno al più grande partito comunista d’occidente (da ricordare come in quel momento ci fossero intensi contatti con la socialdemocrazia europea: da Palme, a Glotz, ai laburisti pacifisti inglesi, a Rocard,contatti rimasti irrisolti per la situazione dei rapporti interni tra PSI e PCI sul piano della “questione morale” mentre era stata praticamente abbandonata l’idea dell’eurocomunismo).
Due passaggi tra democrazia e modello di sviluppo di assoluta attualità in questi tempi difficili.
Torniamo alla storia:
Era possibile per il PCI rinnovare la propria identità senza dismettere frettolosamente il proprio impianto organizzativo, come avvenne invece in nome di un non meglio precisato “sblocco del sistema politico”?
L’esito dell’operazione avviata alla Bolognina da Occhetto avrebbe poi avuto come protagonista una “Cosa” indefinita ,cui sarebbero seguite altre operazioni di mera natura politicista fino all’”amalgama non riuscita” di un PD ridotto ormai alla logica del governo come solo elemento costituivo.
Un’idea di “sblocco del sistema politico”, quella generata dalla proposta di liquidazione del Partito Comunista in Italia.
Un’idea da qualche parte forse ingenuamente ricercata ma da altre parti cinicamente perseguita per togliere di mezzo memoria e identità di una riflessione complessiva riguardante l’articolazione storica della presenza del movimento operaio in Italia.
Per alcuni potrà apparire paradossale ma chi comprese meglio ciò che stava accadendo in quella fase a partire dalla proposta gorbacioviana fu almeno un parte di coloro che nel PCI si opposero alla “svolta”.
Beninteso: soltanto una parte dell’area del “NO” perché in quel settore emerse anche una forte espressione “conservativa” che poi avrebbe segnato almeno la prima parte del cammino di Rifondazione Comunista fino al passaggio, in quella formazione, di una prevalenza “governista/movimentista” .
Prevalenza “governista/movimentista” poi accompagnata da un processo interno di personalizzazione e di adeguamento alla logica maggioritaria che avrebbe avuto come esito l’emarginazione complessiva della presenza della sinistra d’alternativa in Italia.
Recentemente sono stati pubblicati gli atti del seminario di Arco che si svolse all’inizio dell’autunno del 1990 con l’intervento degli esponenti dell’opposizione alla liquidazione del Partito : in quelle pagine forse si potrebbero ritrovare elementi concreti utili ancora oggi per comprendere meglio l’entità politico – culturale di quella vicenda che rimane esiziale per le sorti future della sinistra italiana e che incidentalmente sono state rievocate, quasi come ferita quasi aperta, dai due articoli da cui ha preso spunto questo intervento.
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