martedì 7 gennaio 2025

TOGLIATTI ARCHITETTO DEL COMUNISMO ITALIANO

TOGLIATTI ARCHITETTO DEL COMUNISMO ITALIANO di Franco Astengo Mi auguro sarà perdonata questa mia intrusione nel campo dell'applicazione della teoria politica. Chi scrive,infatti, non possiede alcun titolo per occuparsi di un tema così importante, specifico e delicato e questo testo potrà giustamente essere etichettato come una "indebita ingerenza". La motivazione per questo intervento mi è arrivata dal tentativo di lettura che ho svolto di un testo curato da La Porta e Liguori: "I marxismi del PCI" (Bordeaux 2024). Un insieme di testi redatti da diversi autori anche sulla scorta degli interventi svolti nel convegno promosso dall'Associazione "Futura Umanità" e svolto presso la Sapienza di Roma il 26 gennaio 2024. Nel volume sono esaminate le diverse "versioni" del marxismo presenti nella storia del Partito Comunista Italiano (che va ricordato come soggetto espressione - appunto - del "comunismo italiano" nelle sue peculiarità e anche contraddizioni) ed ogni capitolo è dedicato ad un autore; Gramsci, Togliatti, Della Volpe (e accoliti), Colletti, Luporini, Gerratana, Manacorda, Banfi, Badaloni, Geymonat, De Giovanni, Cassano e Vacca tutti uomini, tanto per significare dove si collocava all'epoca il filone di studi anche dal punto di vista del genere: anche nell'indice dei nomi la versione femminile è limitata a 7o 8 citazioni fra le quali spiccano quelli di Francesca Izzo e Rossana Rossanda oltre alla pedagogista Dina Bertoni Jovine. Non era però questo (pur importante sul piano della riflessione) il punto del mio inopinato intervento. Si tratta di questo : in almeno due interventi, quello di Liguori e Morgia su "Togliatti traduttore e interprete di Marx" e quello di Giorgio Mele "Luporini tra crisi dello storicismo e questione del soggetto" mi parso risaltare un dato, quello di Togliatti vero architetto nella costruzione dell'identità del comunismo italiano anche sul piano del richiamo teorico e non soltanto delle scelte politiche legate alla duplice "svolta di Salerno" ( governo e partito) e della polemica relativa al ruolo della dirigenza dell'URSS (e dalla sue convenienze in piena guerra mondiale) in quella vicenda. Sono due i passaggi che possono essere citati: 1) nell'articolo di Liguori e Morgia si fa presente come ancora nel 1957 Togliatti tornasse sul Marx degli anni torinesi e sul celebre articolo gramsciano intitolato "Il nostro Marx", ricordando lo sforzo compiuto a fine anni'10 per farne rinascere il pensiero "dalle ceneri delle banalità positivistiche" e rivendicando l'unitarietà della lettura gramsciana di Marx dal 1918 ai Quaderni del carcere salvo poi esprimere, in un articolo successivo, la capacità di individuare contraddizioni (positiviste e naturalistiche) anche nello stesso testo gramsciano. Rimane però il fatto che l'impostazione di unitarietà critica del pensiero gramsciano intorno a Marx avesse preso le mosse, secondo l'interpretazione togliattiana, ben prima della stesura dei Quaderni. Sempre nello stesso articolo si ritrova un passaggio elaborato da Togliatti nel pieno della temperie legata al III congresso del Partito, quello di Lione e della polemica anti- bordighista. In questa occasione lo si riporta di seguito per intero: " Al marxismo si può giungere per diverse vie. Noi vi giungemmo per la via seguita da Carlo Marx, cioè partendo dalla filosofia idealistica tedesca, da Hegel. Attendiamo ci si dimostri che questa origine è meno legittima di una eventuale origine da altri punti di partenza: dalle scienze matematiche, ad esempio, o dal naturalismo o dalla filosofia positiva o dall'umanitarismo e dalla bella letteratura o (o perché no) da una fede religiosa. Per conto nostro la via che abbiamo seguito è, rispetto a qualsiasi altra, la via mestra, e ha tutti i vantaggi dell'essere tale" (Palmiro Togliatti: "La nostra ideologia", l'Unità 23 settembre 1925). Una vera e propria dichiarazione di identità e di autonomia teorica; 2) Nel saggio di Giorgio Mele dedicato a Luporini si ritrova invece una motivazione di fondo che il filosofo fiorentino rende rispetto alla confluenza nel Partito Comunista Italiano di diversi e articolati filoni di ricerca portati avanti da vari punti di vista da una pluralità di studiosi. Cito Mele che scrive di Luporini: "In questo quadro egli accettò di condurre le sue ricerche nell'ambito del quadro culturale del partito e cioè quello del materialismo dialettico e dello storicismo che gli apparivano in quel momento l'unica interpretazione del marxismo perfettamente adeguata e corrispondente alla politica del partito e alla sua linea strategica. Alla linea cioè dell'unità antifascista, della svolta di Salerno e della Costituente". Cesare Luporini "Dialettica e Materialismo", Roma Editori Riuniti 1974, In sostanza: in questo testo si ravvede la capacità di egemonia culturale esercitata dal PCI con la svolta di Salerno intesa come momento di proposta di lavoro, insieme plurale e collettivo, portata avanti verso il nucleo d'avanguardia dell'intellettualità italiana e i risultati che ne conseguirono rispetto alla funzione del Partito soprattutto in chiave di pedagogia politica. C'è materiale su cui riflettere al pensiero di quanto è stato perduto dal tormentato processo di liquidazione del Partito e dei suoi punti di riflessione e di studio intendendo il materialismo dialettico l'elemento teorico fondativo della lotta di classe e la successiva incapacità di comprenderne la centralità attuale nell'intreccio tra nuove e diverse contraddizioni (le grandi transizioni ecologica e digitale, la già ricordata differenza di genere, il nuovo quadro geopolitico) che hanno mutato il sistema di relazioni tra struttura e sovrastruttura: aver abbandonato l'ispirazione di fondo del partito togliattiano in favore di una indistinta accezione della "governabilità" nell'eterno presente è stata responsabilità storica del gruppo dirigente che promosse e/o accettò quella soluzione in nome di una lettura sbagliata offerta dal concetto di "fine della storia" e ben oltre la necessità dell'immediatezza del compromesso politico.

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