mercoledì 1 ottobre 2014

UTOPIA E MATERIALITA' DELLA LOTTA DI CLASSE di Franco Astengo



Nell’idea, giusta e necessaria come si sarebbe scritto un tempo, di ricostruire un’identità della sinistra italiana in una situazione politico-sociale così difficile come quella che stiamo attraversando ormai da molti anni appare complicato scegliere una strada, un riferimento storico – culturale, un filone di pensiero.


Sotto quest’aspetto intorno a noi compaiono le macerie di quella che è stata, nel bene e nel male, la parte politica (ma anche culturale) più attiva nel nostro Paese e anche nell’Europa Occidentale sul piano della promozione del dibattito, della ricerca di una sintesi tra diverse opzioni e origini, della strutturazione di un’immagine pubblica, dell’espressione di contenuti rivelatisi in grado di produrre – insieme – lotte e soluzioni politiche.

Di tutto questo non vi è più traccia: questa pare essere la sintesi migliore per definire il nostro stato di cose presenti e riassumere ciò che è successo negli ultimi venti anni e anche la condizione materiale odierna, molto al di là della stessa analisi sul disfacimento dei soggetti politici, il loro mutamento di natura, la loro ricollocazione nel limbo della sudditanza rispetto a quello che sempre sono state le posizioni dell’avversario.

Sembrano mancare sia la ricerca culturale, sia la previsione e l’azione dell’iniziativa politica: l’impressione è, davvero, quella di muoversi nel deserto.

Quindi: ricostruire un’identità. Ma come?

Una ricerca in questo senso non può che rivolgersi, ricostruendo il tempo passato e perduto, oltre a quei riferimenti classici sulla base dei quali, nel ‘900, abbiamo assistito ai tentativi di inveramento statuale basati su alcuni fraintendimenti marxiani. Quello è stato un fallimento che ha coinvolto e coinvolge anche coloro che hanno sempre coerentemente assunto una visione critica.

Prendendo atto di questo primo punto ci sarebbe da ricostruire un ‘utopia: nella convinzione che senza l’offerta di un’utopia , pur in questi tempi di dominio tecnologico, difficilmente le generazioni possono affacciarsi sulla scena del cambiamento di quella potrebbe apparire una direzione obbligata della storia: dominanti e dominati, servi e padroni, forti e deboli.

Un’utopia complessiva, magari sul modello di quella disegnata da San Tomaso Moro: una comunità ideale, perfetta ed egualitaria, evidenziando la duplicità di senso tra luogo inesistente e luogo ottimo.

Un’utopia che si contrapponga a una realtà storica giudicata irrazionale e degradata: un progetto di costituzione sociale meditato, coerente, nella propria logica interna, con caratteri di trasparenza e di autosufficienza.

Come potrebbe però l’idea di questa utopia mobilitare le grandi masse, raccogliere attorno alle sue espressioni le lotte sociali, suscitare un moto di concreto cambiamento?

E’ proprio questo l’interrogativo più assillante, quello al riguardo del quale lo smarrimento culturale della sinistra incide di più?

Eppure una chiave di interpretazione ci sarebbe.

Se noi esaminiamo i dati dell’economia di questo principio di secolo e li incrociamo, partendo proprio da qui dall’Europa Occidentale, con quelli della condizione materiale di vita di quelle che rimangono classi subalterne (indicatori molto diversi, sotto questo aspetto, da quelli compongono la costruzione delle stime dei diversi PIL nazionali) ci accorgiamo di un elemento fondamentale: la costruzione dei patrimoni, i meccanismi di incremento del capitale, il livello delle diseguaglianze tendono tutti a far ritornare attuale la condizione della fase in cui, con lo sviluppo del capitalismo, si avviarono i grandi processi di organizzazione e di lotta del movimento operaio.

Sicuramente non siamo più dentro ad una fase di accumulazione come quella verificatasi durante la rivoluzione industriale, ma le cifre ci dicono che i livelli di sfruttamento (e da esso la crescita della rendita dei patrimoni) è molto simile a quella fase anche sotto l’aspetto della vastità dei soggetti coinvolti, con l’aggiunta del tema  ambientale, nell’800 (il secolo delle “magnifiche sorti e progressive) sconosciuto.

Intendiamoci bene: le differenze sono enormi, soprattutto al riguardo dell’estensione materiale dei diversi settori dell’economia tra primario, secondario e terziario, ma la sostanza (e gli effetti concreti) della logica dello sfruttamento stanno tornando a essere quelli di quella fase, cancellando via via quanto si era spostato in avanti dal punto di vista economico e sociale nel corso del secolo successivo, quello che definiamo dei grandi conflitti e dei grandi totalitarismi.

Si dimostra così, per l’ennesima volta, che la storia non è finita e che, almeno dal nostro punto di vista, può marciare anche con il passo del gambero.

Quale lezione trarre, a questo punti, dall’analisi appena sopraesposta?

Esprimiamoci in estrema sintesi: si tratta, prima di tutto, di far capire in quale condizione materiale i ceti subalterni si trovano offrendo l’idea di una rinnovata utopia e di strumenti di lotta non solo difensivi ma anche prefiguranti uno sbocco sociale e politico diverso e alternativo.

Tornano prepotentemente in ballo gli strumenti della lotta di classe: in primis l’organizzazione politica e quella sindacale.

Come intrecciare, allora, l’Utopia e la Materialità della Lotta di Classe: nel 1848 la sintesi fu trovata, in maniera assolutamente incancellabile da qualsiasi accidente della storia, nel “Manifesto del Partito Comunista” nella sua formidabile chiarezza di espressione.

Un punto da cui ripartire?

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Franco, mi sta bene "l'idea di una rinnovata utopia e di strumenti di "lotta", la lotta di classe. Ma la "classe" deve esistere e non solo oggettivamente; deve avere coscienza del suo essere, deve "trovarsi", "riconoscersi", esplicitarsi. Oggi le condizioni sociali, culturali, etiche (intese come capacità di rapportarsi agli altri) e quant'altro era proprio della "classe" del 1848 è profondamente mutato. Oggi non ci sono più o quasi più, almeno nell'occidente "sviluppato", gli operai ed i contadini, tanto meno ci sono soldati da "mandare a casa", o contadini cui "assegnare la terra". Oggi la "classe" è un magma composito, fatto dei resti della "classe" di un tempo e degli apporti di altre classi, borghesi, loro malgrado, scese di livello. Ma che tale livello non accettano e, tanto meno, accettano di riconoscersi caratterizzati come quelli che fino a qualche anno fa hanno guardato dall'alto. I corporativismi che continuamente emergono ne sono la controprova. Oggi anche la "classe", come la più generale società, è fatta non di "persone", ma di "individui", reciprocamente indifferenti e spesso aggressivi, e questo non soltanto per gli effetti delle crisi economiche e della loro gestione capitalistica, ma ancor più per il degrado culturale ed il disordine etico (sempre in quel senso) che una serie di disvalori, tranquillamente ed acriticamente assorbiti anche dalla "classe" in senso stretto, hanno prodotto negli intelletti e nelle coscienze. Oggi, ed i sociologi più importanti ne parlano già da gran tempo, siamo in piena crisi antropologica: l'uomo non "riconosce" più se stesso, tanto meno "riconosce" gli altri nè con essi si identifica; tanto meno sa essere "classe", non lo vuole, non gli interessa.
La Storia cammina, caro Franco, ma non in linea retta, nè, con certi pretesi automatismi che sembrerebbero dar ragione a quei "corsi e ricorsi" spesso a sproposito invocati. Quindi anche le condizioni umane hanno perennemente bisogno di essere analizzate, interpretate, e, per affrontarle, vanno in continuazione inventati nuovi strumenti o, quanto meno, profondamente riadattati strumenti vecchi. Non basta ripetere monotonamente ed acriticamente (non parlo per te) che ci vuole "la lotta di classe": se ci si ferma lì, ci si ferma al nulla, ci si ferma ad assunti ovvi, ma anche vuoti di contenuti e privi di capacità operativa nel contesto storico in cui si agisce. Per fare la "lotta di classe" bisogna prima di tutto costruire la "classe", costruirla nella consapevolezza di sè, delle sue motivazioni, della sua estensione, dei suoi obiettivi e dei suoi strumenti; quegli strumenti che vanno individuati, compresi e coscientemente fatti propri, non imposti come immutabili e, tanto meno, meccanicamente mutuati da un passato che più non esiste e da esperienze la cui unica collocazione è in un museo.Il resto sono solo parole d'ordine senza consistenza, che, lì per lì, possono anche fare effetto, ma che, al più, soddisfano la retorica di chi le pronuncia. E, soprattutto, corrono il grosso rischio di essere ingannevoli e di non offrire proprio contenuti e metodi di riscatto per quella classe cui, talora pomposamente, si dichiara la propria solidarietà. Un'ultima cosa (e, da quella mente acuta che sei tu capisci bene ciò che voglio dire): come mai hai ridato così velocemente dignità alla "utopia" che, non molto tempo fa, mi definivi quasi come inutile, nella stessa sonorità del suo nome, οὐ-τόπος , "non luogo", ma me l'hai poi così rigidamente legata ad una, pur grande, conquista della mente umana, conquista certamente da non rinnegare, ma, storicamente vecchia. E' un po' come volessimo ostinarci ad interpretare l'universo con la fisica newtoniana e non ci accorgessimo come ci sia un gran bisogno della fisica relativistica: πάντα ῥεῖ, Franco. Ciao. Mimmo Filippi

PERCHE' LA SINISTRA D'ALTERNATIVA RITORNI NEL PARLAMENTO ITALIANO ha detto...

Semplicemente perchè è la sola strada possibile per il riscatto sociale e la colmatura delle tremende diseguaglianze che stanno distruggendo il mondo. Si tratta di un intreccio tra l'utopia di una società perfetta e la lotta per raggiungerla che non arriverà se non attraverso il riscatto dallo sfruttamernto. Non si tratta di interpretare il mondo, ma come sosteneva Marx di cambiarlo e la lotta di classe è il solo strumento, sempre che non sia frainteso (ne parlo nell'articolo) da fraintendimenti dai quali sono derivati, nella loro grandezza e nella loro miseria, alcune delle grandi esplosioni del'900. Grazie Franco Astengo

PERCHE' LA SINISTRA D'ALTERNATIVA RITORNI NEL PARLAMENTO ITALIANO ha detto...

Caro Franco, concordo pienamente sull’analisi e sulla necessità di una utopia (o di una “nuova” utopia).

Il problema è che, a differenza del 1848 non abbiamo una classe sociale ben definita che, nello spezzare le sue catene, possa portare ad una nuova società senza classi.

E’ questo il punto dolente della ricostruzione di un pensiero politico e, ancora di più, della individuazione degli strumenti concreti (partiti, sindacati, soggetti sociali insomma) che possano servire per conseguire l’obiettivo.

A mio parere bisognerebbe spostare l’attenzione dalla produzione al consumo, perché se la produzione può essere (ed il larga parte lo è) fatta da macchine o da persone in altre remote parti del modo, il consumo (ovvero l’obiettivo dei produttori) è collocato qui.

Inoltre bisogna pensare ed agire ovviamente su scala globale ed in questo caso, imprescindibile, diventa la battaglia per una lingua comune dell’umanità, che permetta all’operaio di Melfi di parlare, capirsi ed accordarsi in una battaglia comune con il contadino cambogiano.

E poi, naturalmente, tante altre cose. Sergio Acquilino

Posta un commento

La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie