Il crollo degli iscritti al PD: 100.000
contro circa 500.000 un anno fa (anche se ora si dirà che il dato non tiene
conto del fatto che la campagna di tesseramento non è ancora chiusa, e che sarà
prolungata) è fenomeno che deve far riflettere anche chi, come il sottoscritto,
non ha mai avuto alcuna intenzione di aderire a quel partito. Ed è un fenomeno
la cui osservazione apre la strada a diverse considerazioni sullo stato della
nostra democrazia.
Se un fatto del genere poteva essere
prevedibile, c’è però poco di che esserne soddisfatti ed invece non poco di che
esserne preoccupati, specie per chi, pur non avendo nulla a che fare con quel
partito, è però convinto che la democrazia sia un meccanismo delicato, da
preservare e sviluppare in tutti gli ambiti.
Il fatto che i cittadini-iscritti
fuggano dal maggior partito italiano mi pare in ogni caso un indice del crollo
dei meccanismi partecipativi e del ruolo di corpi intermedi che in una
democrazia matura sono assegnati ai partiti politici, ed un ulteriore tassello
che va ad aggiungersi ai già tanti che si stanno assemblando a comporre un
mosaico complessivo che vede progressivamente inaridirsi l’esercizio della democrazia.
Il crollo degli iscritti al PD è indice,
temo irreversibile, di una trasformazione del partito politico che fu espressa
con chiarezza da Walter Veltroni nel suo discorso di candidatura-investitura alla
guida del PD, nel giugno del 2008 al Lingotto, nel rivendicare il presunto carattere
innovativo di una forma-partito fondata non più sugli iscritti, ma sugli
elettori.
Un tale modello di funzionamento, in
presenza del più “veltroniano” tra i segretari via via succedutisi alla guida
del PD, e di una virata oligarchico-decisionista impressa da Renzi, trova ora
piena espressione: in sostanza, in questa visione, la presenza degli iscritti
ed il manifestarsi del dibattito interno che ne dovrebbe seguire è cosa inutile,
al limite fastidiosa e paralizzante: quel che conta è il consenso in termini di
plebisciti interni ed in termini di risultati elettorali.
La legittimazione del vertice non segue
al confronto ed alle contrapposizioni interne ad un corpo partecipato, ma al
plebiscito una-tantum da parte di un corpo fluttuante nei confronti di un
leader, dal quale promanano le scelte politiche e le decisioni circa gli
assetti, in un processo non bidirezionale, ma a senso unico, dall’alto verso il
basso, con ridotte possibilità di confronto e discussione. E, nel caso attuale
dell’assunzione della responsabilità di governo, queste scelte non hanno
origine dal partito, ma dal governo o dagli accordi che ne hanno preceduto la
formazione, anche in virtù della coincidenza nella stessa persona dei ruoli di
Segretario e di Presidente del Consiglio. E, se in un organo-chiave quale la
Direzione Nazionale, cui spetterebbe la discussione e la definizione della
“linea”, questa viene presentata come un dato già acquisito, già comunicato
all’esterno, e che addirittura è già stato oggetto di patti ed impegni definiti
con altre forze politiche, la discussione diventa puro esercizio verbale, ed il
tutto si riduce alla pura ratifica, o meno, di decisioni già assunte, o di
impegni già presi con altri, e quindi presentati come immodificabili.
Non c’è quindi alcuna ragione per la
quale un cittadino medio, mediamente informato da TV e stampa circa i fatti
della vita politica, che scorre siti e blogs senza perdercisi dentro, ma che è
interessato all’andamento della cosa pubblica, dovrebbe restare iscritto ad un
partito nel quale non ha nessuna possibilità di discutere, di partecipare, di far
sentire la sua, di organizzarsi con altri che abbiano le stesse vedute per
affermarle.
Si obietterà che il PD è strutturato sui
circoli, e che i circoli ne sono l’ambito di discussione e partecipazione. Ma,
agli effetti della linea politica del partito sulle questioni determinanti (quali,
recentemente, Patto del Nazzareno, legge elettorale, trasformazioni
istituzionali, mercato del lavoro), è evidente che il ruolo dei Circoli, e
quindi degli iscritti in quanto tali, è risultato meno che nullo.
E’ così venuto meno il ruolo del cittadino-iscritto,
che non trova possibilità di partecipazione ed intervento nelle cose del
Partito; possibilità che inizia a manifestarsi solo a partire da quadri locali
che costituiscono il livello inferiore della piramide d’apparato, non ancora e del
tutto divenuto ceto politico professionale, ma che aspira a farne pienamente
parte, assumendone metodi e stili. Costoro hanno, non foss’altro che in virtù
del loro ruolo di semiprofessionisti della politica, di persone di fiducia del
boss locale, della presenza in organi amministrativi ed elettivi locali,
qualche possibilità di interlocuzione coi vertici, locali e nazionale.
Ne risulta un meccanismo che esclude il
cittadino-iscritto in quanto tale, e nel quale la partecipazione è riservata a
chi faccia stabilmente parte dell’apparato, o almeno aspiri ad entrarvi accettandone
regole del gioco e metodi, non sempre encomiabili.
Le primarie per la scelta dei vertici,
aperte ad elettori e simpatizzanti, non arrivano a correggere tale realtà,
nonostante la trita retorica che si ascolta ad ogni loro celebrazione circa la
“grande prova di democrazia” che esse fornirebbero, e nonostante si sia detto, confrontando
le centinaia di migliaia di iscritti con i milioni di votanti alle primarie
interne, che l’aver sostituito ad un partito di iscritti un partito di elettori
sia un passo avanti sulla strada dell’apertura e della partecipazione.
Esse, nonostante il numero dei
partecipanti, non sono infatti strumento di partecipazione e confronto, ma di
acclamazione e plebiscito; ed il massimo che si possa dire al riguardo è che
esprimano una sorta di sondaggio d’opinione.
Non possono sostituire il concetto di un
partito quale “libera associazione di cittadini”, quale corpo intermedio, quale
strumento di lotta democratica, che presupporrebbe la pratica della democrazia
interna. Ma la pratica della democrazia interna ne richiede gli attori
permanenti, cioè gli iscritti. Se questi vengono meno per manifesta inutilità,
non resta altro che una struttura leaderistica a base plebiscitaria, la cui
base è costituita, in forma piramidale, da un apparato sostanzialmente
professionale.
E’, a ben vedere, una forma-partito
funzionale ai progetti di involuzione della nostra democrazia che sono in
corso; anzi, li precorre, nel limitare di fatto le possibilità di
partecipazione del cittadino in quanto tale, per sostituirvi l’acclamazione, e
nel porre di fatto il governo di un partito politico nelle mani di un ceto
semiprofessionale alla base, e pienamente professionale ai vertici. Non c’è poi
da stupirsi se vien meno il radicamento nelle realtà sociali e territoriali,
che si fonda sull’attività diffusa di iscritti ed attivisti la cui presenza e
numero è funzione delle possibilità di effettiva partecipazione e d influenza.
Questa è la ragione per la quale il calo
degli iscritti al PD, oltre che un problema per il PD (cosa che non è certo in
cima ai miei pensieri), è un ulteriore indice di una democrazia malata, fatto
al quale invece dovremmo tutti essere interessati.
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