La concentrazione dello sviluppo tecnologico in funzione
quasi esclusiva della comunicazione mediatica, collettiva e individuale, ha
portato a uno spostamento nella percezione di quello che può essere definito “immaginario
del pubblico” incidendo fortemente sui meccanismi di accumulazione del consenso
e di conseguenza di espressione del potere che si realizza così – appunto – attraverso l’immagine, al di là
del campo di riferimento sia questo la politica, l’economia, lo spettacolo.
Sono nati così fenomeni molto significativi che hanno
dimostrato una crescita esponenziale del concetto di “personalizzazione” spinto
quasi al limite del “divismo”, nel trionfo dell’apparire in luogo dell’essere e
di una nuova forza dell’effimero nel nascondere la realtà complessa del potere
reale.
Forse vale la pena riflettere al meglio su questi elementi
di novità al fine di comprendere davvero ciò che sta accadendo attorno a noi.
L’obiettivo dovrebbe
essere quello di attrezzarci al meglio sul piano teorico: sicuramente, sotto quest’aspetto
il concetto e la conseguente percezione esterna del potere sono mutati nella
valutazione di larga parte dell’opinione pubblica, almeno in Occidente.
Un elemento sul quale, con ogni probabilità, il fattore
globalizzazione ha inciso in maniera inferiore rispetto ad altre tematiche come,
invece, quelle riguardanti la
finanziarizzazione dell’economia, la standardizzazione dei meccanismi
comunicativi, l’apertura ai flussi di migrazione: tutti fenomeni che nell’ultimo
ventennio hanno registrato un forte incremento nel loro peso specifico sulla
realtà politica, economica, sociale.
Nello sviluppo del pensiero umano il concetto di potere è
sempre stato suddiviso in “comparti” (per così dire).
Aristotele distingueva nella “Politica” tre tipi di potere
in base all’ambito nel quale esso era esercitato: il potere dei padri sui
figli, il potere dei padroni sugli schiavi, il potere dei governanti sui
governati (vale a dire il potere politico in senso stretto).
In età moderna Locke riprese la classificazione aristotelica
allorquando, aprendo il secondo dei suoi “Trattati sul governo”, ribadisce la
distinzione tra il potere del padre sui figli, del capitano di una galera sui
galeotti e del governante sui sudditi.
Ancora Max Weber in “Economia e Società” distingue tra
potere “costituito in virtù di una costellazione di interessi” (dunque il
potere specificatamente economico) e il potere costituito in virtù dell’Autorità,
includendo in questo il potere del padre di famiglia, dell’ufficio o del potere
del principe.
Nella modernità attorno al concetto di potere abbiamo trovato
espressi fattori come potenza, forza, influenza tutti utilizzati al fine di
realizzare il condizionamento sociale per trovare obbedienza a un comando che
contenga un determinato contenuto.
Su queste basi era maturato il concetto fondamentale di separazione
dei poteri (Locke, Montesquieu, Sieyès) destinata a diventare il cardine dello
Stato di diritto.
In particolare l’abate Sieyès, con la sua teorizzazione dei
rapporti tra potere costituente e poteri costituiti, pone le basi per la teoria
moderna della Costituzione.
Il testo della Costituzione deve essere così inteso come
atto normativo mirante a definire e disciplinare la titolarità e l’esercizio
del potere sovrano.
Da questa concezione del potere e del suo esercizio che, a
questo punto, potrebbe essere definita come “classica” è derivata concretamente
l’attuazione del principio della separazione dei poteri: tra potere legislativo
e potere esecutivo da un lato, e tra potere giudiziario e potere legislativo
dall’altro.
Su questi basi prendeva corpo l’idea della Centralità del
Parlamento, che sovraintende – tra l’altro – all’intero impianto istituzionale
previsto dalla Costituzione Italiana del 1948.
Oggi, non soltanto in Italia, questo schema si sta
rapidamente modificando.
Lo Stato legislativo ha ormai lasciato il posto allo Stato
governativo che produce una sorta di “inflazione normativa” nella forma di
decreti e decisioni particolaristiche (è sufficiente esaminare il lavoro del
Parlamento Italiano nel corso degli ultimi trent’anni).
Nello stesso tempo la Magistratura ha svolto sempre di più
funzioni di supplenza al riguardo della determinazione degli equilibri politici
e degli stessi orientamenti legislativi, intervenendo addirittura su temi di diretta pertinenza al riguardo
delle fonti stesse di legittimazione delle sedi legislative: si pensi al tema
della legge elettorale.
Inoltre i confini del potere politico appaiono confusi
rispetto a quelli del potere economico: su questo punto è avvenuto, sempre per
restare nell’ambito dell’Occidente e ancor più in specifico del “caso italiano”,
una surrettizia (e non completata) “cessione
di sovranità” verso le istituzioni monetarie e finanziarie dell’Unione Europea (queste,
tra l’altro, prive di una legittimazione politica complessiva che è proprietà
soltanto del Parlamento Europeo, provvisto però di una capacità d’incidenza
concreta molto limitata).
Uno spunto di riflessione ulteriore può essere suggerito, a
questo punto, da un aggiornamento d’analisi al riguardo della teoria della “microfisica
del potere” elaborata a suo tempo da
Michel Foucault per rispondere proprio all’evidenziarsi di quella “confusione
tra i poteri” cui si è appena accennato.
La teoria del filosofo francese considera il potere come una
risorsa che circola attraverso un’organizzazione reticolare.
Il potere non si concentra più al vertice ma si disperde
nella società attraverso gli individui: è la tesi della “inflazione del potere”
cui Luhmann risponde considerandola come fonte dell’ingovernabilità con la
teoria della riduzione del rapporto tra politica e società, e di conseguenza
con una sorta di ritorno a forme “decisionistiche”
di tipo quasi assolutiste
La presa d’atto, in sostanza, della necessità di un potere
sovraordinato rispetto al venir meno di confini netti tra potere economico,
politico, ideologico, tra poteri costituenti e poteri costituiti oppure ancora
tra esecutivo, legislativo, giudiziario.
Sorge però a questo proposito una domanda cruciale: come
potrà costituirsi, nel concreto, questo potere sovraordinato?
Una possibile risposta può venire proprio dall’analisi dell’attualità
del caso italiano.
La risposta può venire dalla finzione, dalla messa in scena
di un potere esclusivamente immaginario esercitato in via personale da un
attore capace di interpretare il flusso degli strumenti mediatici (orientati,
tra l’altro, sempre più verso il consumo individuale di notizie e di fittizi
rapporti sociali e di trasmissione di idee).
Una finzione, quella attuata prima da Berlusconi e adesso da
Renzi, sulla quale l’opinione pubblica si adagia avendo introiettato sul piano
culturale l’idea della governabilità quale sola sponda possibile per l’esercizio
della funzione politica e ricevendo in cambio il “via libera” a una sorta di “anarchismo
diffuso” sul piano sociale esplicitato nell’assenza di regole e nel ritorno
alla possibilità di esercitare una sorta di “potere privato” su chi si incontra
sulla nostra strada in posizione subalterna.
Una nuova concezione del potere : “di finzione” sul piano
del pubblico e “privato” nella concezione, ormai apparentemente egemone, dell’individualismo
quale sola fonte di rapporto verso gli altri.
Per redigere questo
testo sono stati consultati: Max Weber “Economia e Società”, Milano 1974;
Michel Foucault “Microfisica del potere” Torino 1977, Niklas Luhmann “Potere e
complessità sociale” Milano 1979, Roberto Esposito e Carlo Galli, “Enciclopedia
del pensiero politico”, Roma – Bari 2005.
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