|
Spesso, la foga della dialettica porta a confrontarsi
semplificando, dando per scontato che ci sia almeno un comune denominatore e che
sia tale da permettere di essere compresi. Forse, ma solo forse, in certi
momenti questo è stato possibile, ma oggi certamente non è così.
Quello che
potrebbe apparire come un semplice confronto nell’ambito di un’idea condivisa,
all’interno della quale le differenziazioni sono sempre di ordine tattico,
perché riguardano il “modo” e non il “cosa”, in realtà sottende spesso anche ai
problemi strategici. Il modello di società che proponiamo, il ruolo primario
della classe operaia e del suo sistema d’alleanze, nella fase della lotta per la
conquista del potere e, nella fase successiva, del suo consolidamento, sono gli
elementi fondamentali, dati per scontati, privilegiando invece una concezione
soggettiva, spesso inamovibile, che si confronta con altre concezioni divergenti
dalle proprie, anch’esse spesso inamovibili e che di fatto sottendono senza
esplicitarle, concezioni del “cosa” altrettanto contrapposte. E’ un fatto,
che nella storia del movimento operaio, ogni scostamento dalla concezione
marxista non è mai apparso come tale, ma al contrario, si è sempre esplicitato
sotto forma di divergenze sulla tattica da seguire. Questo, tra l’altro, ha
portato spesso ad una definizione giustificazionista di elementi politici e di
persone che ne erano portavoce obiettivamente controrivoluzionarie,
esemplificata dalla frase “compagni che sbagliano”. Un esempio per tutti: quanta
parte del PCI, ha inteso giustificare, in questo modo, l’ingresso del PSI nel
primo governo di centro sinistra? E quanto di questa giustificazione ha coperto
il fatto che la scelta strategica del PSI era necessariamente diversa da quella
comunista e che non poteva essere diversamente? Vero è che nello stesso PCI era
già presente il germe revisionista che l’avrebbe portato a seguire il PSI e a
portare il progetto di Nenni alle estreme conseguenze. Come si vede, un balzo
indietro di alcuni decenni permette di collocare le scelte di Rifondazione
Comunista in una dimensione tutt’altro che moderna. Come spiegare, altrimenti,
la ricerca pervicace di una sponda borghese di “sinistra”? Eppure il tutto
appare come si trattasse di divergenze sulla tattica! Ma la questione non si
ferma alla sola Rifondazione Comunista, nel mondo dei comunisti “duri e puri”,
quelli per intenderci, che hanno scelto un percorso diverso da Rifondazione, c’è
un fiorire di scelte “tattiche” che vede contrapposti gli uni agli altri, un
gruppo all’altro gruppo, un partito all’altro partito. Per tutti formalmente
l’elemento scontato è esemplificabile nella convinzione di ognuno di essere
l’interprete marxista “più”. Partendo da questa convinzione si continua ad
allargare, in modo molto poco marxista, la forbice delle contrapposizioni, a
volte furbesche (siamo i migliori e freghiamo tutti), a volte insensate (siamo i
migliori e prima o poi lo capirete). A corollario di queste situazioni, al
primo posto troviamo una capacità d’analisi spesso viziata dalla propria
esperienza personale, a volte mutuata pari, pari, dai classici, senza alcun
riferimento alla realtà contemporanea, altre volte dalla febbre del
“rinnovamento” che permetterebbe di superare gli errori del passato. Di
questi tempi è di moda riferirsi con livore alla passività del popolo, di fronte
alla situazione che lo vede oggetto di un attacco senza precedenti ai propri
fondamenti di vita stessi. Chi lo fa, in genere interviene dall’”alto” della
convinzione soggettiva di essere “migliore”. Pochi, veramente pochi, si pongono
il problema dell’assenza assoluta del partito, l’unico che può, e anch’egli in
una certa misura, contrastare l’influenza della macchina ideologica della
borghesia e che può dare le gambe ad un progetto realistico di radicale
cambiamento. E’ facile capire, che gli effetti devastanti del monopolio dei
media borghesi, non si limitano a colpire gli “impreparati” che mancano di
qualsiasi cultura politica, ma va ad incidere anche sulle analisi di quelli che
questa cultura pensano d’averla. Non esiste immunità dall’influenza
dell’ideologia borghese, ed è proprio l’inconsapevolezza di questo fatto che
spiega buona parte di ciò che accade nel “mondo” comunista. Nel nome di un
concetto di modernità che è alla base della stessa avventura autoritaria di
Renzi-Napolitano, si perdono i contorni di ciò che debbono essere gli organismi
di massa e si arriva a considerare secondario lo strumento che, unico, può
contrastare la stessa penetrazione dell’ideologia borghese fra i comunisti, il
partito. Del resto, quelli appena citati sono solo una parte dei danni che
attraversano l’insieme di coloro che si richiamano al comunismo. Le aberrazioni
personalistiche che sono avvenute nei partiti comunisti in passato, i molti
errori, le deviazioni che hanno contribuito a portare alla chiusura del primo
esperimento comunista della storia, mentre hanno permesso alla borghesia di
recuperare, infangando culturalmente la storia stessa, sul versante
dell’attualità comunista ha indotto l’acquisizione di metodi e concezioni che
sono linfa vitale per la stessa borghesia. Mi riferisco ai personalismi che
si susseguono senza essere notati dai più, al rifiuto di metodi tutt’ora validi
perché dettati dalle stesse esigenze della lotta, (parlo del tanto bistrattato
centralismo democratico, per es.), rifiuto dettato dalla presunzione di poter
fare meglio, senza peraltro rendersi conto che il meglio si riduce spesso a
culti di minipersonalità mascherati “democraticamente”. Sì, minipersonalità,
spesso supportate in alcuni periodi dalle esigenze “dialettiche” dei media, ma
sempre, poste di fronte ai fatti, risultanti afflitte da nanismo politico, a
volte da ambizioni personalistiche e da una presunzione smisurata. Ma la
cosa, apparentemente di moda più di ogni altra, presente nel firmamento
comunista italiano, oggi, è l’incapacità di capire che una somma
d’individualismi, lungi dall’essere un fatto democratico, è l’essenza stessa
della classe borghese. Eppure questo si vede: la difficoltà a comprendere che la
democrazia, per i comunisti non è semplicemente la possibilità di esprimersi
liberamente, quanto piuttosto far sì che il contributo di tutti costruisca il
progetto di tutti, fatto, questo, che si ottiene solo se si ha la modestia di
capire, che a volte si può aver torto. Non basta richiamarsi allo scontro di
classe, occorre introitare che le contraddizioni fondamentali della nostra epoca
non sono affatto cambiate, prima fra tutte quella fra proletariato e borghesia.
Se ciò non diviene patrimonio comune, l’esaltazione dei momenti di lotta
popolare è fuori luogo, perché basta poco a far cambiare segno agli obiettivi, i
“forconi” insegnano. Nelle nostre file a volte si formano dei dualismi tanto
forzati quanto spesso inesistenti. Uno di questi è costituito da una sorta di
movimentismo che privilegerebbe lo scontro come fattore primario, dal quale,
poi, deriverebbe il fattore partito, concezione che appare contrapposta ad
un’altra, quella del partito “prima”, come fattore necessario alla lotta stessa
“poi”. Inutile dire che si tratta di due aberrazioni le quali, oltre a creare
obiettivamente incomunicabilità, sono ambedue un’evidente forzatura che porta
lontano dalla concretizzazione dell’unico progetto che ha senso dialettico dal
punto di vista marxista: il partito, che si tempra nella lotta, in quanto unico
strumento in grado di inquadrarla dal punto di vista di classe e che trae dalle
lotte stesse gli insegnamenti per migliorare se stesso, i propri quadri, la
propria linea politica, la propria politica delle alleanze. Il malcontento,
quando non la pura e semplice disperazione di settori delle masse popolari, in
particolare giovanili, dà luogo ad episodici momenti di scontro con la struttura
repressiva dello Stato. Questi momenti, ancorché importanti perché indicativi
delle potenzialità delle masse, sono soggetti agli inevitabili riflussi
originati da: parzialità d’obiettivi; carenza di momenti unificanti con le lotte
più generali; isolamento rispetto al contesto generale. Se a questo si
aggiunge l’assenza di prospettiva strategica, un movimento così esposto può, in
qualsiasi momento, trasformarsi in massa di manovra per forze politiche di tipo
populista le quali, fornendo obiettivi complessivi, anche se inseriti nella
dialettica interna della borghesia, finiscono per annientare la carica
dirompente, dal punto di vista dello scontro di classe, del movimento
stesso. Sul piano politico, pochi si rendono conto che la semplificazione
degli obiettivi, ad esempio la troica, l’euro, la Germania pigliatutto, ecc.,
sono semplici elementi secondari, devianti rispetto all’obiettivo più
complessivo della liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sì,
devianti, perché pongono obiettivamente su un piano di compatibilità con le
dinamiche borghesi ciò che, al contrario, non dovrebbe esserlo. Questo non
comporta, ovviamente, la necessità di complicare gli obiettivi, non sarebbero
compresi, ma porta invece la necessità di inserirli in un discorso politico più
generale che, per avere senso, deve essere frutto di elaborazione collettiva e,
in quanto tale, costitutivo dell’autostrada politica all’interno della quale
convogliare le lotte parziali. Definire il partito nella situazione attuale,
comporta la necessità di vedere in senso critico non tanto e non solo la storia
del movimento comunista, quanto piuttosto l’influenza che su di essa ha avuto il
movimentismo sessantottesco. Si trattò di un movimento con molti pregi, primo
fra tutti la denuncia del ruolo di spalla della borghesia che i partiti
comunisti stavano assumendo. Contemporaneamente, però, questo fatto
indubitabilmente positivo, comportò un rifiuto della concezione stessa del
partito comunista, a discapito di una preminenza ideologica di tipo movimentista
che inevitabilmente fu una della maggiori concause del riflusso degli anni
successivi. L’onda lunga di quella concezione portò alla ricerca di
scorciatoie che, per una minoranza si trasformò in una lotta armata
decontestualizzata rispetto agli obiettivi che si poneva e per la maggioranza,
anche per quella che sopravvisse politicamente a sinistra, comportò la
radicalizzazione di un concetto movimentista dello scontro di classe, facendo
perdere per strada la questione che, senza stato maggiore l’esercito perde
sempre. La politica dei lamenti, ancorché fatto importante di denuncia,
quando diviene elemento pressoché totalizzante dell’azione politica è lo
specchio più fedele delle battaglie condotte esclusivamente in difesa, in
condizioni di sudditanza, anche psicologica, pressoché assolute. Eppure è ciò
che accade oggi, nel momento in cui la borghesia sferra attacchi forsennati per
annientare le conquiste popolari, si assiste all’incapacità di dar vita ad un
programma d’opposizione attivo, capace di raccogliere consensi fra le masse e
capace di indicare un obiettivo strategicamente valido per il quale lottare.
Davvero si pensa che l’indicazione di una società senza il parassitismo della
borghesia, sia un concetto troppo astruso per chi sta perdendo tutto? Per
tutto questo e per altro ancora, l’indicazione, per un’opposizione
autenticamente d’alternativa, non può prescindere dall’esigenza della
costruzione del partito che solo può renderla praticabile.
|
1 commento:
Nulla da aggiungere a quanto esposto dal compagno Billia. La sue è una esaustiva analisi sul perché la classe operaio ha la necessità di strutturarsi politicamente. In coda aggiungerei che il nemico di classe le armi di dominio di massa li ha tutte saldamente in mano, dai partiti ai movimenti, dalle organizzazioni religiose al quelle paramilitari, dalle banche alle industrie dalle forze di repressione a quelle militari. Mi chiedo allora, perché il proletariato dovrebbe rinunciare ad organizzarsi in maniera strutturata e scegliere la strada della contestazione labile ed evanescente del movimentismo? Così la lotta diventa impari e le classi subalterne sono destinate ad essere definitivamente sconfitte come sta avvenendo in questo frangente storico.
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie