Nell'Argentina del post-2001, mentre un intero
paese oscillava pericolosamente sull'orlo del baratro a causa di anni di
politiche economiche neoliberiste imposte dal menemismo, si sono moltiplicati
esempi di fabbriche e imprese recuperate e autogestite dai lavoratori. Casi poi
diventati emblematici come quelli della Zanon o della Chilavert rimandano in
realtà a un fenomeno ben più ampio, che ha visto diversi stabilimenti e unità
produttive portati al fallimento da manager senza scrupoli rinascere, sia pure
fra mille difficoltà, salvando posti di lavoro e dimostrando, ad un tempo, che
è possibile produrre anche senza padroni. Un processo, reso celebre anche da The Take, il bel documentario diretto nel 2004 da
Naomi Klein e Avi Lewis, che nell'Europa della crisi e dell'austerità è fonte
di ispirazione per lotte ed esperimenti analoghi moltiplicatisi negli ultimi
anni in Francia, Grecia, Turchia e altri paesi. Fra questi, possiamo annoverare
oggi anche l'Italia grazie agli esempi della RiMaflow
di Milano e delle Officine Zero di
Roma.
Al movimento delle imprese recuperate argentine
ha di recente dedicato un volume Andrés Ruggeri, ricercatore presso la Facoltà
di Filosofia e Lettere dell'Università di Buenos Aires. Uscito nei giorni
scorsi anche nella traduzione italiana edita da Alegre (A. Ruggeri, Le
fabbriche recuperate. Dalla Zanon alla RiMaflow, un'esperienza concreta contro
la crisi, pp. 192,
euro 15,00), il libro ripercorre la storia delle Ert (Empresas
Recuperadas por sus Trabajadores) dal 2001 a oggi e affronta temi
centrali quali quelli dell'autogestione e del cooperativismo, del rapporto fra
autogestione e mercato capitalista e autogestione e movimento operaio,
dell'economia delle imprese recuperate e della loro relazione con il sindacato
e con la politica. È Ruggeri stesso a spiegarci le caratteristiche del
movimento delle Ert, nonché le ragioni per le quali esso ha avuto una così
grande visibilità in Argentina.
Che cos'è un'impresa
recuperata dai lavoratori?
Un'impresa recuperata dai lavoratori è un'impresa
a gestione collettiva dei lavoratori. Allo stesso tempo, però, con
quest'espressione si è soliti riferirsi a un processo, più che a uno stato di
cose, a un processo che è in molti casi tuttora in corso di svolgimento.
Un'impresa autogestita dai lavoratori deriva infatti generalmente da un'impresa
precedente che era un impresa capitalista della quale quei lavoratori erano
dipendenti. Fra l'altro, il gruppo dei lavoratori non necessariamente rimane lo
stesso nel corso di questa trasformazione. Molte imprese recuperate sono
occupate, ma non tutte lo sono per forza. La maggior parte di esse, inoltre, si
trasformano in cooperative dei lavoratori ma, anche qui, non stiamo parlando di
una regola che non ammette eccezioni, dal momento che esistono Ert che non si
sono costituite in cooperativa.
Come si è arrivati al
movimento delle imprese recuperate dai lavoratori in Argentina e in che modo
esso si è sviluppato a partire dai drammatici eventi che il paese ha vissuto
alla fine del 2001?
In realtà, in Argentina esistevano delle imprese
recuperate dai lavoratori anche prima
della crisi del dicembre 2001. Ce n'erano già alcune che si erano
formate, in condizioni difficilissime, negli anni dell'egemonia assoluta del
menemismo e del neoliberismo. La crisi del 2001 ha più che altro fatto da
moltiplicatore di casi di questo tipo, oltre a dare il là a tutta una serie di
manifestazioni di solidarietà attorno alle imprese recuperate che hanno
cominciato a far parlare di “movimento” delle imprese recuperate stesse. La
grande differenza fra l'Argentina e altri paesi, infatti, non consiste nella
presenza o meno di imprese recuperate dai lavoratori ma nel fatto che in
Argentina queste sono state all'origine di un vero e proprio movimento. Non
saprei dire quanto esso sia stato forte ed efficace, ma di sicuro è stato molto
visibile, molto capace di esercitare una pressione anche sul potere politico
soprattutto nei primi anni, e cioè nel 2002, 2003 e 2004. Quando poi la
situazione economica del paese si è stabilizzata, nel movimento sono comparse
delle divisioni, delle fratture, per cui oggi non c'è un solo movimento ma
varie organizzazioni che includono imprese recuperate. Di fatto si tratta per
lo più di divisioni fra dirigenti politici, che coinvolgono meno la base dei
lavoratori, eppure sono presenti. Va anche detto che, nonostante questa
frammentazione, il movimento è cresciuto molto e ci sono oggi molte più imprese
recuperate e gestite dai lavoratori di un tempo.
Che ruolo ha svolto nel
movimento delle imprese recuperate argentine la solidarietà sociale che si è
creata intorno ad esse? Mi riferisco soprattutto al rapporto con la comunità e
con il quartiere circostanti, ma anche a quello con altri movimenti sociali e,
perché no, con i consumatori, visto che un'impresa vive solo se c'è qualcuno
che ne compra i prodotti...
Questo è un aspetto fondamentale, perché nessuna
impresa è stata “recuperata” dai soli lavoratori. Un ruolo importantissimo ai
fini del recupero e della messa in produzione è stato sempre svolto dalla solidarietà sociale e dalle
mobilitazioni che si sono create attorno all'impresa stessa. Nel 2001 questo
era molto evidente: ad interagire con le Ert c'erano le assemblee popolari di
quartiere, il movimento dei piqueteros,
il movimento studentesco eccetera. C'era un ampio movimento di solidarietà che
ha avuto un ruolo imprescindibile nel far vivere alcune esperienze. I casi più
famosi sono quelli della Zanon e della Chilavert ma lo stesso è successo in
molte altre circostanze. Col passare del tempo, e col mutare della situazione
del paese, tutto ciò è un po' cambiato. Oggi c'è più solidarietà, ad esempio tra imprese recuperate, e
più solidarietà verso queste ultime da parte di altri tipi di movimenti
comunitari, in alcuni casi anche da parte del potere politico e da parte dei
sindacati, che inizialmente non vedevano di buon occhio il fenomeno.
Tuttavia, questo è solo un lato della questione.
L'altra faccia della medaglia è data da una situazione odierna nella quale i
lavoratori di una fabbrica recuperata sono in grado spesso non solo di ricevere
solidarietà ma anche di darla. Negli ultimi anni si sono andate formando delle
attività di solidarietà che partono dalla fabbrica e che rappresentano in
qualche modo un'evoluzione della solidarietà ricevuta precedentemente dalla
comunità. È così che, nello spazio fisico dell'impresa, vengono create
iniziative, ad esempio centri culturali, scuole popolari eccetera, che non
rispondono a un logica di razionalità economica, che non servono cioè a creare
reddito per i lavoratori dell'impresa, ma che vengono comunque considerate da
quest'ultimi come una parte essenziale dell'impresa recuperata. Per quanto
riguarda invece il ruolo dei consumatori, la questione è un po' diversa perché,
in generale, le imprese recuperate non producono per la vendita al dettaglio ma
per il consumo intermedio, cioè per la distribuzione, anche se esistono esempi
isolati in cui si fa vendita al dettaglio e anche in questo caso si è
instaurato un rapporto di solidarietà con chi compra per far vivere l'impresa.
Un altro aspetto importante
è quello della forma che assume la proprietà dell'impresa gestita dai
lavoratori. Storicamente si danno vari esempi: cooperative (la cui esistenza
isolata nel mercato capitalistico pone com'è noto dei problemi), imprese che
lottano per essere nazionalizzate mantenendo però il controllo operaio sulla
produzione, semplici imprese “di Stato” eccetera...
In realtà il tema della proprietà non passa per
la forma cooperativa. La cooperativa è una forma legale che viene adottata per
consentire all'impresa di essere un soggetto che ha un suo status giuridico nei
confronti dello Stato. Il problema della proprietà, invece, nasce dal fatto che
la maggior parte delle imprese recuperate dai lavoratori erano anteriormente
imprese in fallimento, ma proprietà di alcuni capitalisti, per cui c'è un
procedimento legale in corso per stabilire di chi sia la proprietà che, di
fatto, è soggetta a disputa. La cooperativa dei lavoratori spesso non ha ancora
ereditato la proprietà, perché in genere questa è oggetto di una battaglia
legale e c'è in corso una mobilitazione per l'espropriazione, ovvero una
campagna di pressione affinché il Congresso espropri l'impresa per ragioni di
utilità pubblica e la dia ai lavoratori stessi. Ma si tratta di un processo
che, nella maggior parte dei casi, è lungo ed è tuttora in corso, per cui la
proprietà delle imprese recuperate è spesso in una situazione di ambiguità
giuridica: i lavoratori spesso hanno il controllo dell'azienda, la usano, ma
non ne sono ufficialmente proprietari.
Il tema della proprietà è separato da quello del
rapporto fra cooperativa e mercato. È vero che se la cooperativa detiene la
proprietà ha anche accesso a linee di credito che altrimenti non ha; d'altro
lato, se la cooperativa non detiene la proprietà, è in uno stato di precarietà
giuridica permanente. Ma il problema del rapporto fra cooperativa e mercato è
un altro problema.
Qual è il senso dello slogan
“occupare, resistere, produrre”?
Si tratta di uno slogan che in realtà il
movimento delle imprese recuperate ha ripreso dal movimento dei sem terra brasiliani. La
sua virtù sta nel fatto che riesce a sintetizzare il momento iniziale del
processo di recupero: prima l'occupazione, per evitare che vengano portate via
le macchine, per evitare che il luogo di lavoro cessi di fatto di esistere; poi
la fase di resistenza, perché molto probabilmente dopo l'occupazione ci sarà un
tentativo di sgombero, un tentativo repressivo da parte della polizia; e poi
infine, per far vincere veramente la resistenza; si tratta di far funzionare
l'impresa, di produrre e di dimostrare che produrre si può anche senza il
padrone. Si tratta di tre momenti successivi, che tuttavia si possono dare
anche simultaneamente: ci sono diverse imprese recuperate in cui si è occupato
lo stabilimento cominciando subito a produrre e allo stesso tempo tentando di
resistere. Nella realtà, quindi, i tre momenti possono essere separati o
congiunti, dipende dalle circostanze.
Che rapporto intrattiene il
movimento delle imprese recuperate dai lavoratori con il sindacato?
Il problema del sindacato rispetto al movimento
delle Ert consiste nel suo percepirsi tradizionalmente come l'organizzazione
che rappresenta i lavoratori contro
i padroni, o comunque come un'istituzione che svolge un ruolo di
intermediazione. Tuttavia, qui il padrone non c'è... Senza il padrone, il
sindacato tradizionale perde interesse a una situazione in cui sembra
superfluo. Anche per questo alcuni sindacati, inizialmente, si sono opposti
alle imprese recuperate. Ce ne sono poi stati anche altri che hanno invece
capito meglio la situazione e hanno cercato di integrare – e allo stesso tempo
di contenere – i lavoratori all'interno delle rispettive organizzazioni,
riconoscendo contemporaneamente di aver a che fare con cooperative senza
padrone. Ad ogni modo, si tratta di una relazione conflittuale, perché le
imprese recuperate mettono in discussione molte cose, e una di queste è proprio
il sindacato.
(30 settembre 2014)
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