Nei momenti di tensione salgono dall'animo
parole che non si possono trattenere. Non ci è riuscito neanche un attore
consumato come Matteo Renzi. Per reagire al dispetto provato per i ritardi del Senato
nell'approvazione del suo jobsact, il presidente del consiglio ha dichiarato:
abbiamo aspettato 20, 30, 40 anni per le riforme, non cambierà con qualche ora
in più.
Successivamente una velina del
suo ufficio stampa ai massmedia di regime li ha indotti a correggere la
frase, per cui molti commentatori hanno
l'hanno poi riportata fermandosi a venti anni, ma Renzi era arrivato a
quraranta. Dunque nel profondo del suo animo il presidente del consiglio pensa
che l'articolo 18 e lo statuto di diritti dei lavoratori avrebbero dovuto essere
aboliti già nel 1974. In quell'anno il no al referendum sull'abrogazione del divorzio aveva travolto
la DC di Amintore Fanfani. La strage fascista di piazza della Loggia a Brescia aveva
ricevuto una risposta popolare enorme che aveva messo in crisi i disegni
autoritari di settori degli apparati dello stato e della eversione nera. Nelle
scuole entravano i metalmeccanici che avevano da poco conquistato il diritto a
studiare con permessi di 150 ore. Tutta la società italiana, nonostante
tensioni e contraddizioni, era in
crescita attorno alla crescita dei diritti del lavoro. Chi allora avrebbe
potuto aver già in mente che, appena quattro anni dopo il varo della legge 300,
si sarebbe dovuto cancellare l'articolo 18? Mi domando davvero come Renzi abbia
potuto parlare di quaranta anni di ritardo nelle riforme, e siccome son
convinto che non si sia sbagliato, posso arrivare ad una sola conclusione. Che
egli faccia proprio lo spirito di vandea capitalista che proprio in quegli anni
cominciava a definirsi nelle élites economico finanziarie mondiali. Nel 1973 il
sanguinoso colpo di stato di Pinochet contro Allende in Cile serviva per la
prima volta a sperimentare con la forza di una feroce dittatura le politiche
liberiste dei Chicago boys di Milton Friedman. Che poi sarebbero dilagate nel
mondo. Sempre nel 1973 una organizzazione multinazionale di banchieri e industriali, politici e ricconi guidata dalle
élites statunitensi, laTrilaterale, aveva prodotto un manifesto programmatico
nel quale si affermava la necessità che il mondo retrocedesse dall'eccesso di
domanda di democrazia e garanzie sociali che si era diffuso. Quindi è vero che
sotto la superficie del progresso generale si annidavano e preparavano le forze
che avrebbero avviato quella controriforma liberista che dura da più di trenta
anni. Certo a nessuno nell'Italia del 1974, se non a Licio Gelli, sarebbe
venuto in mente di chiedere la cancellazione della reintegra per i
licenziamenti ingiusti, e di tornare così alla legge del 1966 che, come l'attuale jobact, prevedeva solo il risarcimento monetario. Ma
nell'Italia di oggi questo invece può essere affermato e presentato come
innovazione. Ci sono voluti decenni , ma alla fine lo spirito di rivincita
sociale che già elaborava il suo rancore in quegli anni, ha trovato un fiero interprete in Matteo
Renzi. Che, parafrasando il linguaggio
di un altro capo di governo non proprio democratico , ha potuto alla fine
affermare: con lo statuto dei lavoratori abbiamo pazientato quarant'anni, ora
basta.
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