1-PREMESSA
Molti hanno dichiarato di vedere con favore
questa manovra, salutandola come una pragmatica ed utile correzione rispetto
alla linea del rigore puro e semplice. Ma, andando ad osservare le cose un po’
più da vicino, ci si accorge che la sostanza è ben diversa, e che quel che
riluce non è affatto oro.
In buona sostanza, la manovra prevede:
A1- 6,9 miliardi
per spese a legislazione vigente.
A2- 1,2 miliardi
per cofinanziamento fondi europei.
A3- 0,85 miliardi
per scuola e giustizia.
A4- 0,3 miliardi
per ricerca e sviluppo.
A5- 2,35 miliardi
ad investimenti (cofinanziamento fondi europei, opere Comuni, Roma-metro,
Milano-Expo).
A6- 20,2 miliardi
di minori imposte e sgravii contributivi, che sarebbero ripartiti tra famiglie
(13,3 miliardi) e imprese (6,9 miliardi).
A7- 2,0 miliardi
per ammortizzatori sociali e sostegno alle famiglie numerose.
A8- 3,4 miliardi di
riserva.
Da coprire con:
B1- 15,0 miliardi
di spending review, dei quali circa 7 a carico di Regioni, Province, Comuni.
B2- 3,8 miliardi
dalla lotta all’evasione.
B3- 3,6 miliardi
dall’aumento della tassazione sulle rendite delle fondazioni bancarie e dei
fondi di previdenza.
B4- 2,6 miliardi da
riprogrammazione spese, banda larga, gioco d’azzardo.
B5- 11,0 miliardi
da incremento del deficit al 2,9%.
Cosa
che invece non è stata affatto pubblicizzata, ma che si accompagna al progetto
di “manovra”, essendo contenuta nella recente Nota di Aggiornamento al DEF
emessa dal Ministero Economia e Finanza, è la clausola di salvaguardia che
stabilisce che il mancato raggiungimento delle coperture previste debba
comportare l’aumento di IVA ed accise per 12,4 miliardi nel 2016, 17,8 nel
2017, 21,4 nel 2018.
Prescindendo per ora da una valutazione
complessiva, la lettura preliminare di questi numeri (che bisognerà vedere, anche
a seguito dei possibili rilievi in sede europea, se ed in quale misura verranno
confermati) suggerisce alcune osservazioni di immediata evidenza:
· Tosare
ulteriormente i bilanci di Regioni, Comuni, Province, (di un’aliquota ben
superiore a quella prevista per le Amministrazioni Centrali) è, oltre che
insostenibile, credo anche impossibile. Ben lo sa lo stesso Governo, quando lo
stesso ministro Padoan ha dichiarato che, nel caso, Regioni e Comuni potranno
aumentare le aliquote di loro spettanza. Ed allora c’è da chiedersi a quanto si
ridurrebbero i conclamati 18 miliardi di minori imposte. Ed i piccoli comuni
privi di attività economiche significative, o le Regioni a basso reddito medio
ed elevata disoccupazione, come sono in genere quelle meridionali, a cosa potrebbero
applicare maggiori aliquote?
· Stabilire,
per il 2015, che da una spending review incompleta, interrotta, ed ostacolata a
detta dello stesso Cottarelli da gran parte dei diretti interessati, possano
emergere 15 miliardi, sembra quanto meno una pura ed ottimistica ipotesi. A
parte i dubbi sul fatto che ciò sia praticabile, ciò significa prevedere tagli
non tutti iscrivibili alla categoria degli sprechi, e ciò comporta un sicuro
effetto deflattivo.
Discorso analogo per quanto riguarda i previsti
proventi dalla lotta all’evasione fiscale, a meno che non se ne stabiliscano
con chiarezza metodi e strumenti.
· E’
quindi più che probabile che il deficit reale “sfori” il 3% del PIL, specie se
le previsioni di riduzione del PIL per il 2014 dovessero risultare sia pur di
poco peggiorative rispetto alle già negative stime attuali, e se il 2015 non
dovesse vedere una ripresa che, sulla scorta di quanto si vedrà qui avanti, non
si capisce come possa prodursi.
·
Quindi, è bene
che si sappia (cosa che non appare nelle slides del governo, e che certo Renzi
non ha detto nei suoi tweets), come dietro l’angolo vi sia una clausola di
salvaguardia che prevede, nel caso del mancato conseguimento degli obbiettivi
stabiliti in termini di spending review, l’incremento di IVA ed accise per
circa 50 miliardi nel triennio 2106-2018, con quali conseguenze sui vantati 18
miliardi di minori imposte, e con quali ulteriori fattori di recessione e
deflazione, è facile immaginare.
2-CARATTERI
RECESSIVI.
Ma il punto vero
è che la manovra, nel suo insieme, è recessiva. Pur ammettendo che possano
venir pienamente conseguite le coperture previste dal Governo, come
ha scritto Gustavo Piga, Il più grande taglio delle tasse della storia dell’uomo sarà recessivo. (vedi).
In effetti, e ragionando
in termini puramente macroeconomici e prescindendo da ogni valutazione sulla
possibilità, opportunità e doverosità di tagliare o meno sprechi e costi, le
cose stanno come segue:
A meno di 18
miliardi di nuove spese e riduzioni di entrate fiscali (considerato che il
“bonus” degli 80 euro è già operante, ma deve essere coperto per 7,5 miliardi),
che dovrebbero costituire la parte “espansiva” della manovra, si contrappongono,
pur prescindendo dalla clausola di salvaguardia, tagli di spesa ed aumenti di
entrate fiscali per circa 20 miliardi, sicuramente ed ampiamente recessivi.
Quindi, delle
due l’una: o si riuscirà ad attuare i tagli previsti ed a rispettare tutte le
previsioni della manovra, ed allora l’effetto sarà complessivamente recessivo e
certo non espansivo; oppure, ciò non sarà possibile, ed allora il deficit
sforerà ampiamente il 3% e certamente a farne le spese saranno i già modestissimi
investimenti pubblici previsti; ed in più, la clausola di salvaguardia produrrà
ulteriori e devastanti effetti recessivi.
Non solo;
l’inconsistenza della manovra a contrastare la recessione e far ripartire
investimenti ed occupazione si manifesta ancor più nel fatto che, oltre ad
avere un carattere recessivo nel suo insieme, questo carattere è amplificato
dal fatto che il lato di essa che dovrebbe produrre effetti espansivi (quello
delle minori entrate fiscali e contributive, che viene sbandierato sotto lo
slogan dei 18 miliardi di minori tasse, e che ha spinto alcuni a definirla come
una manovra antideflattiva), si fonda su presupposti molto deboli, e tutt’altro
che scontati.
Infatti, la
“ratio”, non occulta, ma dichiarata, del provvedimento è la seguente:
1-
Contenere, almeno
formalmente il deficit sotto un 3% preventivo in ossequio parziale agli impegni
europei, pur essendo prevedibile che ben difficilmente ciò potrà venir
confermato nel corso del 2015, aprendo quindi la strada ad ulteriori
provvedimenti di aggiustamento e salvaguardia a marcato contenuto recessivo.
2-
Sperare (non si
può dire di più) che gli effetti recessivi dei tagli di spesa siano più che
compensati da quelli espansivi dei 18 miliardi di minori imposte, del bonus
famiglie numerose, degli 1,9 miliardi di ammortizzatori sociali, che
evidentemente si valutano molto più robusti di quanto non sia ragionevole
prevedere. Questo è il nocciolo ottimista della manovra, nella speranza che
possa innescare una crescita pur modesta, ma tale da mantenere comunque il
rapporto deficit/PIL entro il 3%, come continuano a ripetere le esternazioni e tweets
di Renzi, che il Presidente della Repubblica riprende pappagallescamente ed
inappropriatamente.
3-
E’ una logica
che, accantonata ogni velleità di investimenti pubblici (limitati a circa 2,3
miliardi, dei quali 1,2 di cofinanziamento sostanzialmente obbligati), più
utili al fin di produrre sviluppo capace di autosostenersi, ma meno produttivi
ai fini della capacità di portare credito al governo, affida ogni prospettiva
di crescita a tre ipotesi: A)- Quanto arriva alle famiglie in termini di
detassazioni, bonus, contributi, va automaticamente e per intero a tradursi in incremento
dei consumi privati; B)- Quanto arriva alle imprese (IRAP e agevolazioni sui
nuovi contratti a tutele crescenti) va a tradursi in nuovi investimenti ed
assunzioni; C)- Anche se questo non è un fattore strettamente economico, le
facilitazioni concesse alle imprese in termini di maggior flessibilità e di più
agevole possibilità di licenziare vanno miracolosamente a tradursi in nuove
assunzioni.
Sono, queste,
tre ipotesi che la valutazione delle condizioni attuali e l’esperienza
dimostrano come largamente infondate.
Il fatto che il
bonus degli 80 euro, in atto da maggio, non abbia determinato alcuna ripresa
dei consumi sta a dimostrare come, nelle condizioni di oggi, la prudenza sia la
prima forma di difesa degli italiani: lo dimostrano anche l’altrimenti
inspiegabile aumento dei depositi bancari, la tendenza a sfruttare sino in
fondo low cost e campagne di promozione, la strategia di mutamento dei consumi.
Chi non sa bene cosa gli riserverà il futuro, e vede prezzi cedenti, ma teme
emergenze, rincari di accise, aumenti di tickets e venir meno di servizi, non è
assolutamente propenso ad anticipare spese ed a consumare. D’altra parte lo
stesso governo sembra non esser molto convinto dell’adeguatezza di questa
strada, nel momento in cui si è fortemente enfatizzata, anche in dichiarazioni ufficiali,
l’importanza
e l’effetto dell’anticipazione mensile in busta-paga delle quote di TFR, avvertendo
gli italiani (o meglio, una parte di essi) del fatto che tra poco, chi lo vorrà
non troverà solo 80, ma 200 euro in più nella propria busta-paga, cumulando così
due elementi del tutto disomogenei, e definendo il tutto come “una buona dote”.
In sostanza, si cerca di sostenere
i consumi fornendo cinicamente ad una gran parte degli italiani, non maggiore
reddito, ma la percezione ingannevole di un maggior reddito che in realtà non
c’è: “ora spendete; poi si vedrà”. Considerato il significato che il TFR ha
tradizionalmente ed utilmente avuto nei comportamenti delle famiglie italiane,
la maggior tassazione che colpirebbe le quote di TFR anticipate rispetto a
quelle accantonate, ed il venir meno della rivalutazione, è da presumere che il
ricorso a tale provvedimento sarebbe visto come l’ultima risorsa cui attingere.
In sostanza, scambiando la possibilità di arrivare alla fine del mese con
quella di arrivare alla vecchiaia. E la maggior imposta che verrebbe a colpire
le quote di TFR anticipate in busta-paga, risulterebbe una vera e propria tassa
sulle difficoltà.
L’altra
gamba della fiducia espansiva del governo poggia sulle imprese. Anche qui, si
spera (non c’è altro termine): in questo caso, che il taglio dell’IRAP e le
agevolazioni sui futuri contratti a tutele crescenti (6,5-7 miliardi in
totale), possano direttamente ed automaticamente tradursi in investimenti e,
insieme alle modifiche delle norme relative ai licenziamenti, in nuove
assunzioni. Sono, con tutta evidenza, norme che agevolano le imprese. Ma non è
dato di capire da dove il governo tragga queste ottimistiche convinzioni.
E’
molto più ragionevole supporre che, in assenza di una effettiva, nuova, ed
aggiuntiva, domanda, il taglio dell’IRAP produca l’effetto, per le imprese in
condizioni non brillanti, di nient’altro che un utile, ma non risolutivo,
alleggerimento della situazione finanziaria delle stesse; e, per quelle in
condizioni migliori, vada invece a consentire accantonamenti di riserve e/o
politiche di dividendi più generose nei confronti degli azionisti.
Ma
non nuovi investimenti, ed ancor meno nuove assunzioni: gli uni e le altre
potranno manifestarsi solo quando le imprese saranno in presenza di nuova
domanda, che oggi può esser rapidamente e direttamente generata solo per via di
investimenti pubblici (sperabilmente, quelli che abbinino alla creazione di
domanda la capacità di ammodernare il sistema infrastrutturale e mettere in
sicurezza il territorio).
In
altre parole, come già scrivevo mesi fa [ I limiti dello Jobs Act:
incentivi o creazione di domanda? ], una politica fatta di
soli incentivi (economici e normativi nei confronti del lavoro), di per sé, è
insufficiente a rimettere in moto le cose: quali che siano gli incentivi,
nessuna impresa assumerà dipendenti se non avrà domanda aggiuntiva da
soddisfare. Occorre cioè che un motorino d’avviamento sufficientemente potente
provveda prima a far ripartire il motore principale: dopodichè, gli incentivi
potranno avere efficacia. E questo motorino, oggi, non può esser costituito che
da nuova domanda per investimenti pubblici, dei quali si vede invece ben
modesta traccia nella manovra che il governo propone.
3-CONCLUSIONI
Queste sono le ragioni strettamente e
freddamente tecniche che fanno giudicare la manovra come inappropriata e priva
di realismo la manovra, e che possono esser sinteticamente riassunte così:
1- Insostenibilità
della parte di spending review accollata agli Enti Locali.
2- Manca
ogni certezza sulle ulteriori riduzioni di spesa riguardanti le Amministrazioni
Centrali e sul ricavato della lotta all’evasione fiscale.
3- Nel
suo insieme, la manovra non ha affatto i caratteri espansivi che essa si
prefigge (vedi Piga).
4- A
peggiorar le cose, gli effetti espansivi in termini di consumi, di
investimenti, di nuove assunzioni, che si suppone possano derivare dai
conclamati 18 miliardi di minori tasse, in base alle esperienze precedenti,
risulteranno di molto inferiori a quanto è stato previsto.
5- L’eventuale
e non improbabile scattare della clausola di salvaguardia in virtù di quanto
qui esposto ai punti 1 e 2, verrebbe a più che azzerare (ma essenzialmente in
danno delle famiglie delle fasce di reddito più basse) i benefici che sono
stati previsti.
6- Senza
un programma di investimenti pubblici serio ed adeguato in qualità e dimensioni
è inutile sperare in una ripresa.
Infine, una notazione che riguarda la
filosofia politica che è sottesa a questa manovra.
Che è quella di creare
consenso sociale non più in via indiretta, attraverso l’espansione della spesa
pubblica, come è troppo spesso stato costume della repubblica, ma in via
assolutamente diretta: e cioè attraverso defiscalizzazioni e concessioni che
arrivano direttamente nelle tasche di beneficiari costituiti essenzialmente
dalla fascia medio-alta dei ceti popolari e da un ceto medio impoverito, da
diverse centinaia di migliaia di piccole partite IVA, dalle imprese. Nulla
tocca a chi non ha un lavoro ed ai pensionati. Questa è la ragione che ha
indotto commentatori non certamente imputabili di sinistrismo, come Folli o
come Diaconale, a definire come elettoralistica la manovra-Renzi, leggendola
come mirata a consolidare attorno a sé il consenso della maggior parte del
lavoro dipendente ed a poter vantare meriti nei confronti del mondo delle
imprese.
Va da sé che, come è
avvenuto a proposito degli 80 euro, provvedimenti del genere sembrano fatti
apposta per chiudere la bocca a chi non condivide l’operato del governo, che
viene tacciato di estremismo e di sinistrismo da salotto. Qui sta la grande
abilità di Matteo Renzi, che riesce a far percepire come riformismo progressivo
quanto nei fatti e negli effetti rappresenta la prosecuzione delle politiche
sinora seguite, incapaci di contrastare la recessione, ma capaci al tempo
stesso di produrre l’incremento del debito.
Meglio sarebbe, anziché far
finta di “stare” nel limite del 3% cercando un accomodamento all’italiana con
l’Europa basato sul far finta di non vedere, avere il coraggio di indicare il
superamento di questo limite come condizione per rimettere in ordine i conti in
una logica di crescita, sviluppando seriamente, accanto alle riduzioni di
imposte, politiche di investimenti, innovazione, ed ammodernamento.
E’ il senso della proposta “PER
UNA LEGGE DI STABILITA’ ALTERNATIVA”, che Iniziativa 21 Giugno
ha messo a punto.
E’ una proposta che è molto
più prudente sulle possibilità offerte dalla “spending review”, che prevede
investimenti sensibilmente maggiori ed una diversa definizione dei sostegni al
reddito e delle riduzioni di imposte. Ovviamente, portando il rapporto
deficit/PIL al 4,2%, ma con risultati sicuramente più efficaci dal punto di
vista dell’incremento del PIL, e quindi della stabilizzazione del debito.
Senza alcuna pretesa che la
proposta di Iniziativa 21 Giugno sia corredata da alcuna bacchetta magica,
questa potrebbe esser assunta come utile contributo ad un ragionamento
realistico che dovrebbe essere affrontato da tutti coloro che intendano finalmente
affrontare i problemi veri superando facilonerie e facili speranze.
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