domenica 19 ottobre 2014

L’Occidente non può ignorare l’ebola Manuel Castells (Da Internazionale 1073 – a cura di Mimmo Filippi)



Il pericolo di una pandemia è reale ed è arrivato a Madrid. Il contenimento della malattia dipende dalla reazione coordinata dei sistemi sanitari di tutto il mondo, ma anche dal controllo dell’incompetenza burocratica. La colpa non è del personale sanitario, che si trova in prima linea e a cui dobbiamo essere grati. La prevenzione di nuove ondate di virus letali dipende dalla revisione delle politiche di crescita insostenibile che sono distruttive in un mondo globalizzato e interconnesso.
 
Questa epidemia è cominciata in Guinea, dove in passato non si era mai registrato nessun caso di ebola. La malattia era comparsa in Sudan e Zaire nel 1976, per poi riapparire nella Repubblica democratica del Congo (1995, 2007 e 2012), in Uganda (2000 e 2007) e in Congo (2003), più alcuni casi isolati nelle Filippine e negli Stati Uniti. Nonostante la pericolosità del virus non c’è mai stato un impegno serio per trovare un vaccino o una cura, perché la malattia colpiva solo le popolazioni rurali di paesi marginali.
La storia dell’ebola ricorda quella dell’AIDS, un’altra malattia comparsa in Africa e ignorata fino a quando la mobilitazione della comunità gay in occidente ha obbligato i governi a intervenire. Oggi l’AIDS non è più incurabile. Allo stesso modo, l’occidente si è accorto della minaccia dell’ebola solo ora che le connessioni tra i paesi africani e il resto del mondo si sono moltiplicate. Un gruppo di ricercatori guidato da Marcelo Gómez Davanço ha pubblicato su PlosOne un modello della potenziale diffusione globale del virus a partire da Guinea, Sierra Leone e Liberia attraverso i collegamenti aerei.
Anche se i paesi più colpiti hanno pochi voli diretti per Parigi, Bruxelles o Londra, sono collegati al Ghana e soprattutto alla Nigeria, che a sua volta ha collegamenti molto frequenti con il resto del mondo. Ogni viaggiatore infetto che arriva a Londra, Madrid, New York o Johannesburg ha già moltiplicato il contagio senza accorgersene. Per questo è fondamentale individuare e isolare ogni persona contagiata. Non bisogna alimentare il panico, ma è necessario informare in modo adeguato e non negare le responsabilità della comunità internazionale che ha “fallito miseramente”, come ha dichiarato il presidente della Banca mondiale Jim Yong Kim.
Ma perché Guinea, Liberia e Sierra Leone? Qui entra in gioco la logica della globalizzazione predatrice. Le economie di questi paesi dipendono in gran parte dall’industria forestale e dall’agricoltura estensiva delle multinazionali, che stanno distruggendo le aree boschive. La Guinea ha perso l’80 per cento delle sue foreste tropicali. Secondo gli scienziati, il 60 per cento delle malattie infettive è trasmesso agli umani dagli animali. Distruggendo l’habitat di molte specie e aprendo aree di contatto tra la foresta e i centri urbani, l’interazione si moltiplica.
È il caso del pipistrello della frutta, che potrebbe essere l’origine dell’ebola. I pipistrelli sono presenti nelle zone abitate (un bambino morso da un animale sarebbe stato il paziente zero di questa epidemia) e vengono portati in città per essere mangiati, come dimostra la diffusione del virus dalla zona boschiva di Guéckédou alla capitale Conakry. Tuttavia le cause più rilevanti di questa epidemia sono l’inadeguatezza delle strutture sanitarie locali e la mancanza di ospedali e personale specializzato.
L’eroismo degli operatori e dei volontari stranieri (in particolare di Medici senza frontiere) non basta, e molti di loro muoiono nel tentativo di aiutare gli altri. Se affrontata subito, l’epidemia non è inarrestabile. Un caso paradigmatico è quello della multinazionale Firestone a Harbel, in Liberia, che per ironia della sorte è anche una delle cause dello squilibrio ecologico dell’area. L’azienda ha un’enorme piantagione, dove vivono 80mila persone. A marzo c’è stato un caso di ebola al di fuori della piantagione. La direzione ha reagito immediatamente: ha isolato la malata, ha mobilitato il personale sanitario con le adeguate protezioni, ha stabilito protocolli operativi, ha aperto un alloggio per i contagiati, ha usato le scuole come centri di cura e ha chiesto agli insegnanti di informare la popolazione e organizzare la prevenzione. In quel caso il virus ha fatto solo poche vittime e la diffusione è stata limitata.
Ovviamente solo le grandi aziende possono permettersi misure del genere. Questo tipo di risorse, potere e informazione sono proprio quello che manca ai paesi colpiti. È necessaria una mobilitazione immediata della comunità internazionale per contenere l’epidemia all’interno dei focolai di origine, invece di lanciarsi nella missione impossibile di isolare l’Africa dal resto del mondo. I virus non rispettano le frontiere. Regno Unito, Germania, Francia, Stati Uniti e altri paesi stanno inviando centinaia di militari e operatori sanitari, equipaggiamenti e ospedali da campo. Nel frattempo dobbiamo mantenere la calma, ma anche diffondere tutte le informazioni, formare il personale e assicurarci che la burocrazia e la politica non si intromettano in questioni di vita o di morte. As
MANUEL CASTELLS è un sociologo spagnolo che insegna all’University of Southern California. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Reti di indignazione e speranza (Università Bocconi editore 2012).

Nessun commento:

Posta un commento

La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie