Il
pericolo di una pandemia è reale ed è arrivato a Madrid. Il contenimento della
malattia dipende dalla reazione coordinata dei sistemi sanitari di tutto il
mondo, ma anche dal controllo dell’incompetenza burocratica. La colpa non è del
personale sanitario, che si trova in prima linea e a cui dobbiamo essere grati.
La prevenzione di nuove ondate di virus
letali dipende dalla revisione delle politiche di crescita insostenibile che
sono distruttive in un mondo globalizzato e interconnesso.
Questa
epidemia è cominciata in Guinea, dove in passato non si era mai registrato
nessun caso di ebola. La malattia era comparsa in Sudan e Zaire nel 1976, per
poi riapparire nella Repubblica democratica del Congo (1995, 2007 e 2012), in
Uganda (2000 e 2007) e in Congo (2003), più alcuni casi isolati nelle Filippine
e negli Stati Uniti. Nonostante la pericolosità del virus non c’è mai stato un impegno serio per trovare un vaccino o una cura,
perché la malattia colpiva solo le popolazioni rurali di paesi marginali.
La storia
dell’ebola ricorda quella dell’AIDS, un’altra malattia comparsa in Africa e
ignorata fino a quando la mobilitazione della comunità gay in occidente ha obbligato
i governi a intervenire. Oggi l’AIDS non è più incurabile. Allo stesso modo,
l’occidente si è accorto della minaccia dell’ebola solo ora che le connessioni
tra i paesi africani e il resto del mondo si sono moltiplicate. Un gruppo di
ricercatori guidato da Marcelo Gómez Davanço ha pubblicato su PlosOne un
modello della potenziale diffusione globale del virus a partire da Guinea, Sierra
Leone e Liberia attraverso i collegamenti aerei.
Anche se
i paesi più colpiti hanno pochi voli diretti per Parigi, Bruxelles o Londra,
sono collegati al Ghana e soprattutto alla Nigeria, che a sua volta ha
collegamenti molto frequenti con il resto del mondo. Ogni viaggiatore infetto
che arriva a Londra, Madrid, New York o Johannesburg ha già moltiplicato il
contagio senza accorgersene. Per questo è fondamentale individuare e isolare
ogni persona contagiata. Non bisogna alimentare il panico, ma è necessario
informare in modo adeguato e non negare le responsabilità della comunità internazionale
che ha “fallito miseramente”, come ha dichiarato il presidente della Banca
mondiale Jim Yong Kim.
Ma perché
Guinea, Liberia e Sierra Leone? Qui entra in gioco la logica della globalizzazione
predatrice. Le economie di questi paesi dipendono in gran parte dall’industria
forestale e dall’agricoltura estensiva
delle multinazionali, che stanno distruggendo le aree boschive. La Guinea
ha perso l’80 per cento delle sue foreste tropicali. Secondo gli scienziati, il 60 per cento delle malattie infettive è
trasmesso agli umani dagli animali. Distruggendo l’habitat di molte specie e
aprendo aree di contatto tra la foresta e i centri urbani, l’interazione si
moltiplica.
È il caso
del pipistrello della frutta, che potrebbe essere l’origine dell’ebola. I
pipistrelli sono presenti nelle zone abitate (un bambino morso da un animale
sarebbe stato il paziente zero di questa epidemia) e vengono portati in città
per essere mangiati, come dimostra la diffusione del virus dalla zona boschiva di
Guéckédou alla capitale Conakry. Tuttavia le
cause più rilevanti di questa epidemia sono l’inadeguatezza delle strutture
sanitarie locali e la mancanza di ospedali e personale specializzato.
L’eroismo
degli operatori e dei volontari stranieri (in particolare di Medici senza frontiere)
non basta, e molti di loro muoiono nel tentativo di aiutare gli altri. Se affrontata
subito, l’epidemia non è inarrestabile. Un caso paradigmatico è quello della
multinazionale Firestone a Harbel, in Liberia, che per ironia della sorte è
anche una delle cause dello squilibrio ecologico dell’area. L’azienda ha
un’enorme piantagione, dove vivono 80mila persone. A marzo c’è stato un caso di
ebola al di fuori della piantagione. La direzione ha reagito immediatamente: ha
isolato la malata, ha mobilitato il personale sanitario con le adeguate protezioni,
ha stabilito protocolli operativi, ha aperto un alloggio per i contagiati, ha
usato le scuole come centri di cura e ha chiesto agli insegnanti di informare
la popolazione e organizzare la prevenzione. In quel caso il virus ha fatto
solo poche vittime e la diffusione è stata limitata.
Ovviamente
solo le grandi aziende possono permettersi misure del genere. Questo tipo di
risorse, potere e informazione sono proprio quello che manca ai paesi colpiti.
È necessaria una mobilitazione immediata della comunità internazionale per
contenere l’epidemia all’interno dei focolai di origine, invece di lanciarsi nella
missione impossibile di isolare l’Africa dal resto del mondo. I virus non
rispettano le frontiere. Regno Unito, Germania, Francia, Stati Uniti e altri
paesi stanno inviando centinaia di militari e operatori sanitari, equipaggiamenti
e ospedali da campo. Nel frattempo dobbiamo mantenere la calma, ma anche diffondere
tutte le informazioni, formare il personale e assicurarci che la burocrazia e la politica non si intromettano in questioni
di vita o di morte. As
MANUEL CASTELLS è un sociologo spagnolo che insegna
all’University of Southern California. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia
è Reti di indignazione e speranza (Università Bocconi
editore 2012).
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