La Cgil porta in piazza la sua forza assieme a tutte le sue contraddizioni. In
questi decenni il principale sindacato italiano da un lato è stato l'attore
sociale della sinistra, perfettamente collaterale al PD, dall'altro ha
ripetutamente tentato un patto dei produttori con l'impresa, per agire di
concerto con essa rispetto al potere politico. Entrambi questi capisaldi della strategia della Cgil ora franano
clamorosamente e il suo gruppo dirigente
non sa letteralmente che fare, il che non è un buon messaggio da trasmettere ad
una piazza. Certo ci saranno altre mobilitazioni e magari anche uno sciopero
generale. Ma senza mai riuscire a chiarire dove si sta andando. Perché la
rivoluzione reazionaria di Renzi si combatte non solo rompendo con le sue
manifestazioni estreme, ma anche con le ragioni e con il percorso che ad essa
ci hanno portato.
Il governo Renzi, ma lo potremmo
chiamare il governo Renzi Marchionne almeno per quel che riguarda il lavoro,
rappresenta l'ultimo e più intelligente tentativo delle classi dirigenti
italiane ed europee di imporre da noi le politiche liberiste che hanno
distrutto la Grecia. Intelligente perché si è capito che la pura brutalità dei
diktat della Troika alla lunga non paga. Per questo le politiche liberiste oggi
devono essere accompagnate o addirittura precedute da cambiamenti politici e
culturali che rendano accettabile o persino condivisibile l'accentuazione delle
già così esplosive diseguaglianze sociali. Per fare questo non basta la destra
tradizionale, bisogna occupare il campo della sinistra e portare la parte più
grande di essa a sostenere politiche più a destra della destra tradizionale.
Questo è il renzismo, l'ultima versione di quel trasformismo politico che nella
storia del nostro paese é sempre partito dalla mutazione genetica della
sinistra.
La cancellazione
dell'articolo 18 ha il valore simbolico dell'abbattimento dell'ultima bandiera
dell'uguaglianza e serve a rendere accettabili provvedimenti ben più
ímmediatamente sostanziosi, come il via libera ai licenziamenti di massa dato
alla Tyssen Krupp, o il regalo alla Confindustria della riduzione delle tasse
sui profitti pagata con i ticket dei malati. Abbiamo realizzato un sogno, ha detto Squinzi mentre lavoratori e precari
vivono nell'incubo. Un governo così sfacciatamente filopadronale non poteva che
nascere da una operazione culturale e politica che si accampasse e
giustificasse nel Pd. Il governo Renzi riassume trenta anni di politiche
liberiste contro il lavoro e le conduce alla punto estremo. E proprio per
questo rende palese la doppia contraddizione della Cgil. La prima e più
evidente è che il rapporto del primo sindacato italiano con il Pd sta diventando sempre più insostenibile, ma
allo stesso tempo resta inscindibile. La Cgil,
i suoi gruppi dirigenti hanno sinora avuto il Pd come referente
istituzionale fondamentale, rompere con esso significherebbe praticare un mare
aperto nelle reIazioni politiche che fa paura. Questa contraddizione rischia di
essere fotografata dalla presenza al corteo della Cgil di quegli esponenti del
Pd critici con Renzi , ma poi disciplinati nel votare la legge sul lavoro.
Ma ancora più pesante di quella
politica è la contraddizione sindacale vera e propria. La Cgil oggi si oppone
al jobact, ma in questi trenta anni ha sempre finito per accettare tutti i
patti e i provvedimenti che hanno portato ad esso. La legge Fornero sulle pensioni e il primo
attacco all'articolo 18 del governo Monti son passati tranquillamente. E se ora
la Cgil si oppone alla legge delega, non fa certo altrettanto con quei jobact diffusi che vengono definiti
in accordi che riducono diritti e salario. Da ultimi l'accordo del 10 gennaio
con la Confindustria sulla rappresentanza e alcuni pessimi contratti.
Lo scatto d'orgoglio
della Cgil di fronte agli sfregi di Renzi è un fatto comunque positivo, ma non
sufficiente né a fermare l'offensiva di un governo che le contraddizioni
del sindacato ben le conosce ed usa, né tantomeno a invertire
la tendenza al degrado delle condizioni di chi lavora. Perché tutto questo
cambi è necessaria una rottura di fondo
della cgil con la linea politica e le
pratiche sindacali di questi trenta anni. Ma di questo al momento non si vede
alcuna traccia.
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