venerdì 3 ottobre 2014

CETI MEDI E EMILIA ROSSA: COME IL RENZISMO HA DISTRUTTO IL MODELLO EMILIANO da un articolo di Fausto Anderlini con un commento della redazione di Perchè La Sinistra

L'articolo che segue è tratto dall pagina personale di Fausto Anderlini, economista e sociologo, massimo conoscitore di quello che lui stesso definisce "modello emiliano".E' l'immagine del tracollo verso il liberismo sfrenato, le diseguaglianze inaccettabili, la cancellazione dello stato sociale in quella che pere decenni poteva essere definita la regione più avanzata d'Italia dal punto di vista politico e sociale. Anderlini punta il dito, con grande efficacia, sul punto di passaggio di questo modello: l'avvento di Matteo Renzi, prima alla segreteria del PD e successivamente alla Presidenza del Consiglio. Un passaggio epocale di vera e propria distruzione di ciò che era stato costruito in 150 anni di lotte e di amministrazione. E' quanto andiamo sostenendo, sul piano più generale, da tempo. Una voce autorevole ci dice che è vero: che è arrivato il tempo di opporci a tutto questo con grande determinazione, in nome della nostra storia e, insieme, del nostro futuro.
Le conseguenze non previste del 'disincanto'
Fino a poco tempo fa, cioè a poco prima dell'avvento del PdR ho avuto la possibilità di svolgere diverse rilevazioni omnibus sulla società locale/regionale. In quelle rilevazioni era una costante la stima dei livelli di fiducia della popolazione verso molteplici realtà, sociali e istituzionali. E sempre il responso era analogo: ai primi quattro posti si collocavano le cooperative, le multiutility ,le amministrazioni locali e le piccole imprese. Questo era il 'modello emiliano' sedimentato negli orientamenti immediati di senso comune: un quadrilatero espressivo della stessa identità locale/regionale. Naturalmente l'immagine delle coop era trainata dalle cooperative di consumo, tanto che una famiglia su due ne aveva la tessera in tasca. L'idea che la gente aveva della cooperazione era di una attività economica efficiente, ma solidaristica, vicina al consumatore, non orientata al massimo profitto. La tessera coop era motivo d'orgoglio, tutt'altro che una carta di credito. La gente ignorava chi fossero i capi dei kombinat cooperativi e i loro emolumenti. Contava l'idea elaborata nel corso del tempo. Appartenere alla galassia coop, come Unipol, era un motivo automatico di fiducia e affidabilità. Meglio spendere qualcosa di più, ma per qualcosa percepito più vicino a 'noi'. Persino la scalata di Consorte alla Bnl era motivo di vanto. Una specie di assalto al cielo condotto in nome del 'modello emiliano', e per questo osteggiato dalla cricca capitalistica dei soliti noti. Lo stesso valeva per le Multiutility che le persone vedevano come un prolungamento delle gloriose municipalizzate, cioè come imprese pubbliche/comunitarie, solo necessariamente più complicate, ovvero al passo coi tempi. Le piccole imprese erano apprezzate come espressione di imprenditorialità diffusa, integrata col territorio, mentre le amministrazioni erano il presidio del welfare sociale, il luogo dove la popolazione si organizzava come consumatore collettivo sotto l'egida di una classe amministrante coesa, capace, affidabile, attiva, perciò garante del 'modello'. 
Quando poi si passava alla lista dei 'valori', la gente metteva immantinenti al primo posto la solidarietà sociale, poi la cultura, la creatività e i diritti civili. Era il centro-sinistra. Una società a capitalismo diffuso incardinato a una densa rete democratica e solidale. Socialdemocrazia.
Poi accadde che questa stessa gente andasse alle primarie e votasse per Renzi, quello che 'vinceva', e vincendo avrebbe preservato e migliorato tutto questo ben di Dio. Un Prodi più giovane, un Bersani meno controverso, anche lui espressione di una regione 'rossa', però dinamico e volitivo. Come glielo presentavano i media. Cuperlo piaceva ai militanti di partito più strutturati, ma per la gente era un oggetto misterioso e sofisticato. Quasi uno straniero. Mai comunque questa stessa gente avrebbe immaginato di affidare la delega a un progetto di capitalismo hard, quasi peggio di una restaurazione del capitalismo agrario padano dell'Italia liberale. E che gli oligarchi delle 'cooperative rosse', spesso mediocri funzionari arrivati a capo dei Kombinat per giubilazione di partito ed entrati di soppiatto nel gota degli uomini più ricchi della regione, ne divenissero gli alfieri più indomiti.
Un abbaglio colossale. Tuttavia se siamo al punto del disincanto finale allora vale il detto 'à la guerre comme à la guerre'. Che mercato sia, dunque. Da qualche tempo marino la Coop e vado al Carrefour. La vecchia tessera si è sbiadita ed è ormai smagnetizzata. Credo che me ne libererò. E dal momento che Gardenghi è andato in pensione tradirò anche Unipol. Di tutto il vecchio mazzetto che tenevo nel portafoglio è rimasta solo la Cgil. Tutti costoro non si rendono conto di avere ormai segato tutti i rami e persino il tronco sui quali stavano seduti. La credenza succeduta alla realtà evaporerà anch'essa. Auguro loro una caduta dolorosa quanto ridicola. Come si addice nel nuovo mondo post-ideologico

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